Reddito di cittadinanza: criticarlo è sacrosanto, ma augurarsi che fallisca no

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Una cosa è dire che la legge sul reddito cittadinanza è malfatta e male organizzata, altra cosa è rifiutarne l’idea in un paese dove il lavoro precario e la disoccupazione dominano alla grande.

Luigi Di Maio

I sindacati hanno manifesto uniti contro le misure del governo con due parole d’ordine: futuro e lavoro. Una buona notizia. Questo governo non mi piace. E’ confuso, talvolta arrogante, talvolta pasticcione. Ha un Presidente del Consiglio il quale, oscillando perennemente tra i due ministri-capi di partito del Nord (Salvini) e del Sud (De Maio), ci dice che il 2019 sarà un anno bellissimo, mentre la recessione avanza dopo un bilancio dove al deficit programmato non corrisponde un serio piano di investimenti e di ricostruzione in un paese governato sostanzialmente dall’incertezza e dalla precarietà.

Un governo che è forcaiolo nei confronti dei migranti (ma non lo sono meno altri paesi europei), litiga più o meno inutilmente e scioccamente con i francesi (cercando alleanze a buon mercato con i gilet gialli. E sia chiaro che Macron a me non piace) e si appresta ad attuare un reddito di cittadinanza all’insegna della disorganizzazione. E tuttavia sul Ponte Morandi, il cui controllo di sicurezza, non dimentichiamolo, era affidato alla stessa azienda che curava, si fa per dire, la manutenzione e, soprattutto, ne riceveva lauti profitti, lo Stato ha riacquistato il suo ruolo di governo e di controllo su un’opera di assoluto interesse pubblico e sociale quale è il Ponte Morandi. I lavori di demolizione del Ponte Morandi sono iniziati. E’ una buona notizia. Il ministro Toninelli ha affermato che vi saranno altri investimenti dello Stato in cose pubbliche. Mi auguro che sia così, perché non riesco a vedere nessun altro modo per riavviare una ripresa economica che si allontana sempre più all’orizzonte.

Ma, tenuto conto del fatto che l’intervento sul Ponte Morandi è avvenuto su un incidente tragico, cioè su qualcosa di colpevolmente imprevisto su cui bisognava necessariamente intervenire, dubito che questo governo, al di là delle emergenze, sia in grado di fare progetti a lunga gittata. Sul Ponte Morandi c’è da augurarsi che i lavori procederanno spediti anche quando non ci saranno i riflettori a far sì che governanti e ministri non abbiamo motivo di far mostra di sé così come quando indossano impropriamente divise di varie forze dell’ordine. Ma quando vi è un qualche segnale positivo è stupido stare in silenzio o trovare a tutti i costi il marcio. Cosa avrebbe fatto una forza o una coalizione di sinistra sulla tragedia di Genova?

Lo stesso per quel riguarda il reddito di cittadinanza. Criticare le modalità con cui finora è stato varata la legge è sacrosanto, ma ciò non vuol dire augurarsi che fallisca. L’interesse di partito e la caccia al consenso non devono sovrastare lo scopo per cui una legge si fa o non si fa e cioè la vita dei cittadini, il loro benessere, l’equità e la giustizia con cui vengono trattati. Usare i migranti per il consenso politico o per un gioco tra forze politiche è immorale, ma altrettanto immorale è attaccare una legge o un progetto solo per il fatto che l’ha portato avanti il partito concorrente o addirittura nemico.

Una cosa è dire che la legge sul reddito cittadinanza è malfatta e male organizzata, altra cosa è rifiutarne l’idea in un paese dove il lavoro precario e la disoccupazione dominano alla grande. Se lo si rifiuta, si deve proporre un’alternativa credibile, politica e sindacale, aprendo finalmente un discorso serio sul lavoro e sul rapporto tra lavoro, esistenza e vita. In Finlandia il governo di centro-destra ha chiuso l’esperimento del reddito di base, perché non ha creato lavoro o almeno non in modo significativo rispetto a chi non lo percepiva. Ma quanto è rilevante il fatto che esso, come viene rilevato, ha migliorato le condizioni di benessere psico-fisico dei beneficiari? Su ciò i sindacati, che finalmente sembrano essersi svegliati, dovrebbero interrogarsi e dire da che parte stanno. Sindacati e partiti.

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