Pilipintò – Racconti da bagno per Siciliani e non. L’autista

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 Palermo è strana. Strana assai. E’ una città di soli estremi, senza mezze misure

Palermo è strana. Strana assai assai. Perché è una città di soli estremi, senza mezze misure. A quadratini bianchi e neri, come una scacchiera. Di grigi neanche a parlarne.

Te lo dicono gli occhi quando la guardi dall’alto: una immensa distesa di cemento su cui galleggiano, inaspettatamente, cupole e campanili disseminati come i rottami di un grande naufragio… il tutto circondato da una bella corona di monti su un mare strepitoso, con tutte le tonalità del verde e del blu. E continuano a dirtelo, gli occhi, sorpresa dopo sorpresa, quando ti addentri nel suo centro storico, inaspettatamente grande: cammini per vicoli degradati, fra palazzi bombardati che a volte sembra che le fortezze volanti siano passate l’altro ieri e non nel ’43, giri l’angolo e ti imbatti in una splendida fontana incastonata in una piazza palcoscenico. Fra un buco– negozio di ferramenta e un buco– friggitoria, ecco una torre medievale con una bellissima bifora trecentesca. Poco più in là, un ristorante promette specialità siciliane e una trattoria maghrebina offre couscous e kebab. Tutto è immerso in un incessante viavai di gente di razze diverse, in una multietnicità che non fa paura ma, al contrario, affascina e contribuisce a rendere la città unica. Non a caso gran parte della movida palermitana si svolge proprio nel centro storico, fra pub, wine bar, ristoranti, venditori di frutta e bibite gestiti e frequentati da bianchi e neri, Arabi e Tamil, per strade con il nome talvolta scritto in italiano, arabo ed ebraico, in un’atmosfera molto particolare che rende le notti fra le più varie e vivaci che si possano immaginare.

Palermo degradata e ricca.

Palermo buona e spietata.

Palermo laboratorio umano.

Palermo e i suoi odori…

Se i nasi avessero un cervello, a Palermo impazzirebbero sopraffatti da odori forti, quasi sempre gradevoli, ben riconoscibili e talvolta unici che nel giro di pochi metri cambiano, si rincorrono, si sovrappongono, si mescolano come in nessun’altra città al mondo.

Parfum de Palerme

Alcuni odori ti rimangono nel cuore. Ad esempio quello delle friggitorie, posti dove puoi farti a qualsiasi ora un pane con le panelle o con le crocchette di patate, ma badate bene che qui si chiamano “crocché” o, meglio ancora, “cazzilli” –  a Palermo la scena della distinta signora che chiede un “panino con i cazzilli” è comune e non scandalizza nessuno. O dove puoi assaggiare le arancine con carne o al burro –  “Arancine” per favore, gli “Arancini” hanno la loro dignità ma appartengono a un’altra Sicilia. O i “maccarruneddi”, pesciolini fritti croccanti da mangiare interi caldi caldi con le dita… e i “mezzi pani” e panini “inciminati” di sesamo con le melanzane fritte, e beati voi se riuscite a trovare quelle fritte intere, tagliate per lungo in spicchi non separati a una estremità: tanti le chiamano ancora “quaglie”, come hanno fatto per secoli i poveri che vi vedevano un surrogato dei volatili riservati alle tavole dei ricchi. Mmmm, buone…

E visto che parliamo di panini… il pane e il suo odore! Il pane di Palermo, in gran parte di “farina di rimacinato”, grano duro,  è il più buono del mondo. La città è disseminata di panifici artigianali e i Palermitani pretendono di mangiare sempre pane caldo di forno. Il risultato è che ogni panificio è in costante gara con gli altri, sforna diverse volte al giorno e l’odore del pane caldo,  che odore ragazzi, è uno di quelli in cui ti imbatti più spesso. Ma moltissimi panifici fanno anche pizze e sfincioni (ah lo sfincione! Alto due dita, ricoperto di cipollata in tutte le gradazioni dal biondo al rosso, a seconda delle ricette più o meno pomodorate con le quali i panifici si sfidano…). E allora l’odore che si spande per strada diventa veramente roba da svenire e devi farti forza per non entrare. Ma tanti panifici sfornano anche brioches… e biscotti alle mandorle, all’anice, al sesamo… insomma immaginatevi un po’ i profumi… e poi ci sono le pasticcerie, e quelle, si sa, non scherzano: capaci di inviare irresistibili messaggi vanigliati ai nasi nel giro di duecento metri. E i “semplici” bar? Pensate che l’odore dei cornetti caldi se ne stia buono buono sotto la protezione delle vetrine? E chi riuscirebbe a tenerlo imprigionato lì dentro? Ed eccolo allora, l’incredibile aroma dei cornetti caldi alle mele, al pistacchio, alla crema di ricotta o al cioccolato, mescolarsi con quello del caffè espresso (altro capitolo, l’espresso di Palermo… voi provatelo e poi vediamo se esagero) e uscire a braccetto dal bar a tentare i passanti.

E come faccio a non parlarvi delle stigghiole, gli spiedini di interiora di agnello cotte sulla brace agli angoli delle strade, che mandano nuvole così gravide di squisito, grasso profumo che ci puoi “abbagnari ’u pani”… volute così pesanti che neanche la brezza della sera può disperderle. Un profumo incredibile, antico, che parla al cavernicolo buongustaio nascosto nel DNA di ognuno di noi. È lì che ti spieghi il perché degli olocausti a base di agnello agli dei. Se gli dei non apprezzavano, erano fessi ed andavano sostituiti con altri più seri.

Mi sono fatto prendere la mano, mi sbummicò un pititto bestiale e devo interrompere per farmi un menzu pani cunzato. Scusate, torno subito.

….

Me lo sono preparato, me lo sono sbafato, sono soddisfatto e mi sembra che per educazione debba dare qualche spiegazione ai non Siciliani. Come si fa “’u pani cunzatu”? Innanzitutto il pane: si comincia con lo scegliersi la forma preferita (e qui dovrei dirvi di filoni, parigini, toscani, pizziati, mafalde, vastedde, pistuluna, bocconcini, muffolette e via panificando ma o le conoscete già o vi prendete il primo aereo e venite, che facciamo prima). Assolutamente da preferire il pane di rimacinato, possibilmente di Monreale, cotto a legna. Si apre il pane a metà e si “assuppano” le due metà nell’olio. Niente olio versato sul pane, mi raccomando, ma “assuppamento”. L’assuppamento si fa così: si versa in un piatto piano una buona quantità di olio. A questo punto qualche chef sottolineerebbe “extravergine di oliva”. Se voi siete ridotti al punto di avere bisogno di averlo specificato, chiudiamola qui e fatevi un bel piatto della cucina molecolare che non vi meritate altro. Si versa, dicevo, in un piatto piano una buona quantità di olio. Poi si prendono i due “mezzi pani”, li si appoggia dal lato mollica sull’olio e si preme con forza. Si rilascia la pressione lentamente in modo da creare l’effetto spugna, e cioè l’effetto assuppamento. Si ripete l’operazione per essere sicuri di avere fatto un buon lavoro. A questo punto potete “cunzare” il pane mettendoci dentro tutto quello che vi piace.

Vi dico come me lo faccio io, semplice semplice: aggiungo caciocavallo ragusano grattato a scaglie a volontà, e siccome sono un tipo di grande volontà, ce ne metto assai, e una spolverata di pepe nero. Se ce le ho, aggiungo due alicette sott’olio. Basta. A questo punto si richiude il tutto, si schiaccia bene così gli ingredienti fanno amicizia e i sapori si compenetrano… si leccano torno torno le gocce d’olio che colano dai bordi… e via. Aaam. Buonissimo.  Vino consigliato: bianco di tavernazza fresco; eventualmente, per i più tradizionalisti, mescolato con una gazzosa, assolutamente locale e meglio se di marca sconosciuta. La proporzione classica è quella con cui si ordina nelle taverne: “un quartino e una gazzosa”. Ma ognuno può fare quello che vuole. Massima libertà.

Palermo, Palermo… a Palermo niente mezze misure.

Se entri in un negozio o in un ristorante, o ti trattano da re o non ti considerano neanche. Devi avere a che fare con il Comune per una carta d’identità o perché ti è arrivata una “cartella pazza” che ti intima di pagare la tassa sull’immondizia per un appartamento non tuo? La carta d’identità magari te la danno in due minuti; ma per ottenere il riconoscimento dell’ “errore immondizia” è possibile che tu debba sudare sette camicie. E magari di più, perché quando alla fine ti dicono “Ci scusi, abbiamo sbagliato, ora provvediamo” non ti rilassare, non è detto che la partita sia veramente finita. Eh no. Quando il Comune fa un errore, capita che ci si affezioni come a un figlio e magari te lo ripropone l’anno dopo. E l’anno successivo. E il seguente, et in saecula saeculorum. E allora il numero di camicie da sudare si ottiene moltiplicando il fatidico “7” per il numero di anni in cui il Comune insiste. Una gentile signora che conosco molto bene ha ricevuto ogni anno, per cinque anni di fila, una cartella comunale dove le si chiedeva di pagare la tassa immondizie per un appartamento di cui non sapeva niente. Dopo aver sudato sette camicie l’anno (totale trentacinque camicie), fra “Ci scusi” e “Ora provvediamo” puntualmente ripetuti a ogni contestazione, si è vista recapitare una cartella con una ipoteca per tutti gli anni di “tassa non pagata”. Guarda caso, l’ipoteca non è stata iscritta sull’appartamento inesistente, ma su un altro veramente esistente e suo.

Palermo: tasse non dovute su appartamenti inesistenti che generano ipoteche vere su appartamenti esistenti.

Palermo, Palermo… i Normanni e i Vandali, il Liberty dei Florio e il sacco edilizio della mafia, le rivolte di ieri contro i Gattopardi e la rassegnazione di oggi verso gli sciacalli…

E vengo al dunque.

Dopo quanto ci siamo detti, pensate che ci si possa accostare a Palermo come se si trattasse di una città qualsiasi? Eh no miei cari. Ci vuole una buona preparazione. Anzi, una vera e propria iniziazione. Almeno io mi sono detto così… e quindi tutte le volte che viene a Palermo un amico mio o di mio figlio, il soggetto viene sottoposto al rito iniziatico di cui adesso vi dirò. L’importante è che manteniate il segreto, se no dobbiamo inventarcene un altro. Omertosissimo silenzio quindi, non fate gli “sconza iocu”.

Allora: il rito è detto “dell’Autista”.

Innanzitutto bisogna lasciare intuire a poco a poco alla vittima (che da questo momento chiameremo “il Turista”) che sta per succedergli qualcosa di misterioso e probabilmente poco gradevole. Cominciate a scambiare con il vostro complice (se non avete un complice, mi permetto di proporvi mio figlio che è bravissimo e può essere noleggiato a ore) occhiate furtive e intenzionali che il Turista deve intercettare. Aggiungete frasi inquietanti mormorate fra i denti, rigorosamente dietro le sue spalle, in mezzo dialetto (mezzo solo, mi raccomando, così il Turista capisce). Esempio: “E allora, sapi nenti?” “No, ma poi glielo diciamo… stasira, doppu manciàtu” “Come, doppu manciàtu?” “Che fretta c’è, mischinu, mi fa pena, facèmulu addivèrtiri prima” “Sì va bene ma deve essere oggi”.

A un certo punto lui chiederà con un sorriso spavaldo “Mi state prendendo per il culo non è vero?”. In realtà comincia a preoccuparsi. Voi rassicuratelo, ma con l’aria di nascondere qualcosa. A ora di cena, portatelo a mangiare un bel pane con la meusa debitamente condito. Sì, pane con la meusa. Ma come “che cos’è?”, una cosa buonissima è. Pesantuccia ma buonissima. Guardatevela su Google e non interrompete, grazie. Allora, dicevamo… quando uscirà dal meusàro, felice della deliziosa scoperta gastronomica e ancora inconsapevole dell’imminente totale blocco digestivo, con il fegato che ha già dato l’alt a ogni normale attività per produrre solo transaminasi, ricominciate con le mezze frasi. “Allora secunnu tia è pronto?”… “Ma ce la farà…?”

E finalmente spiegategli, mentre le prime richieste di aiuto gli arrivano da uno stomaco geneticamente impreparato a gestire un pane c’à meusa, che sarà sottoposto ad un antico rito iniziatico necessario per essere considerato degno di visitare Palermo. E dal momento che è sera, non sarà difficile portarlo “vicoli vicoli” per zone male illuminate e peggio frequentate dove la suspence si taglia a fette. Consigliata una sosta di fronte alla casa natale di Cagliostro con relativa menzione, nella semioscurità, dei demoniaci poteri dello stesso “…la cui maledizione si dice che colpisca ancora oggi chi si avvicina alla sua casa senza pronunciare uno scongiuro di cui, purtroppo, non si sa più niente…”

E finalmente il Turista, terrorizzato e inchiummatu (una parola che da sola vale “appesantito come se avesse ingerito piombo” ma, sarete d’accordo, non è la stessa cosa…), viene informato: sarà sottoposto al Rito dell’Autista.

Va bene, ve lo dico.

L’Autista è una bibita esplosiva. È costituita principalmente, ma non solo, da una grossa quantità di succo di limone appena diluito con acqua fredda, servita in un grande bicchiere. Solo un attimo prima di bere, vi si immerge un mezzo cucchiaio di bicarbonato e si agita. Succede il finimondo: una immediata, enorme, inarrestabile eruzione di schiuma, un niagara che bisogna mandare giù intanto che finisce dappertutto: nel naso, sui vestiti, giù per il mento, per colletti e scollature, giù giù fino all’ombelico ed alle parti intime che va a rinfrescare con milioni di solleticanti bollicine. Ma se riesci ad ingurgitarne anche solo la metà, non c’è pane con la meusa né panino con panelle e crocché che può resistergli. Meglio dell’idraulico liquido. Secondo me funziona a pressione: è come un pistone di schiuma che arriva nello stomaco, spinge in avanti il bolo ingrippato e gli fa semplicemente saltare la parte più impegnativa del processo digestivo, quella affidata allo stomaco. Il quale, riconoscente, ringrazia, e magari dopo pochi minuti, dimenticando la tragedia appena evitata, comincia a protestare “Ma oggi niente si mangia?”.

Chi l’ha inventato l’Autista?

Non si sa, ma si può immaginare. Io dico che è stato davvero l’autista di uno dei mezzi di trasporto pubblici cittadini. Di un filobus? Di un tram? Comunque un autista dei tempi in cui non c’erano in giro troppi soldi, né fast food importati, né barrette ipocaloriche iperdigeribili, e bisognava pranzare con quanto ci si portava da casa… o, in alternativa, con un bel pane con la meusa, o con le panelle, o con i cazzilli o con le “quaglie” comprato alla friggitoria accanto al capolinea. Il nostro autista sconosciuto trovò, magari per caso, nella mistura schiumogena la chiave della sopravvivenza… e passò parola.

Grazie, Autista Ignoto.

Fui iniziato io stesso all’Autista per la prima volta al bar Pinguino, un bar decorato da belle ceramiche De Simone e molto frequentato fino a tardi, meta obbligata del passìo nella un tempo elegantissima via Ruggero, o Ruggiero, Settimo (e non VII o 7° per favore, ci cascano in tanti). Il bar, dopo un periodo di chiusura, ha riaperto ma non è più come lo ricordo e per questo preferisco uno dei pochi veri chioschi rimasti, come quelli dell’Ucciardone e di Porta Carbone.

Il gestore del chiosco è parte integrante dell’iniziazione ed è sempre disponibile a fare la sua parte, senza preavviso e senza che venga pronunciata una sola parola sospetta. Si ordina “Un Autista per favore”, e gli si dà una singola, pregna taliata (guardata sicula) che vuol dire “buon giorno siamo qui io e i miei amici palermitani per prendere per il culo un continentale, ci dia una mano, grazie” e lui senza scomporsi risponderà “Subito” aggiungendo un’altrettanto singola, pregna taliata con la quale vi significherà “Come no con piacere la riconosco è già venuto l’anno scorso com’è che questa volta non c’è la sua Signora accomodatevi che mi diverto pure io anzi avverto con una taliata anche mio cugino e mio cognato che stanno giocando a scopa qua davanti così si divertono pure loro”.

A questo punto si chiede al Turista di appoggiare le mani sul banco, gli si dice di curvarsi in avanti allargando le gambe (cosa necessaria per non buttarsi troppa schiuma addosso; ma il Turista non lo sa e comincia a temere violenze sado– sodo)…

Poi gli si fanno chiudere gli occhi…

– Prontoo??–

Il gestore del chiosco gli mette davanti la bibita, con il mezzo cucchiaio di bicarbonato sospeso sul bicchiere e…

– VIAAA!! CALA U CUCCHIARINU ARRIMINA APRI GLI OCCHI BEVIIIII DAI DAI DAI BEVIBEVIBEVI DAIDAIDAIIII…

I nostri ospiti non lo dimenticano più, per tutta la vita.

E, cosa che fa riflettere sulla complessa natura dell’Essere Umano, tornano a Palermo con piacere.

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Carlo Barbieri

Il racconto è tratto da Pilipintò-Racconti da bagno per Siciliani e non, il libro con cui Carlo Barbieri esordì nel 2011: una fortunata raccolta di racconti umoristici che ottenne il premio speciale della giuria al premio Umberto Domina. Barbieri ha pubblicato, fino a questo momento, sette opere, cinque delle quali thriller ambientati in Sicilia; cura da anni la rubrica “La sdraio” su Malgradotutto e collabora con diverse altre testate, sia web che cartacee. Nato a Palermo nel 1946 ha vissuto, oltre che nella città natale, a Teheran e Il Cairo; adesso risiede a Roma ma torna spesso nella sua Sicilia, con la quale ha mantenuto legami fortissimi

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