Commenti recenti

La taverna

|




Il racconto della domenica

Salvatore Indelicato

“Totoneddu… Totoneddu!…” – La voce di nonna Assunta mi arriva limpida e squillante, accompagnata dagli odori della sua cucina che sanno di astrattu, melanzane fritte, basilico fresco e cacio cavallo.

“Chi è, nannà!”– rispondo, mentre raccolgo per l’ennesima volta la lazzata attorno alla trottola in legno, a forma di pera, per riporla, stavolta, nella capace tasca del mio pantaloncino e dalla quale fuoriesce la “V” della mia fionda, ricavata dal ramo di un albero e armata con gli elastici ritagliati da una vecchia camera d’aria di bicicletta.

Asciugandosi le mani in un lembo del suo grembiule da lavoro, mi accarezza i capelli e mi guarda con quegli occhi suoi cerulei aprendosi in un sorriso dolcissimo come solo le nonne sanno regalare ai propri nipoti.

“Senti, cori da nannaredda to’, fammi ‘u piaciri, va na taverna do ‘zu Decu, ‘o chianu Sala, e chiama a to’ nannu Turì, ci dici ca è prontu di mangiari. Ah, teni stu beddu licca licca… mi raccumannu un ti perdiri.”

La vista di quel dolce premio per il mio servigio, mi fa sgranare gli occhi dalla meraviglia, mentre già assaporo la fragranza di fragola e menta che da lì a poco avrei gustato.

“Grazie, nannà… ci vaju subito a chiamari u nonnu.” E dopo un sonoro bacio sulla guancia di mia nonna mi avvio, saltellando e succhiando il mio lecca lecca, alla volta della taverna.

So già in che condizioni avrei trovato mio nonno che, come tutti gli uomini del quartiere, ritornando dal lavoro, vanno a farsi “un” bicchiere dallo ‘zu Decu prima di tornare a casa per la cena.

La giornata ormai volge al tramonto e nugoli di passerotti stormiscono nell’aria in un cicaleccio infernale alla ricerca di un rifugio per la notte. La campana della piccola chiesa rintocca per l’ultimo richiamo dei fedeli alla funzione serale e già alcune anziane donne, coprendosi il capo con lo scialle nero, si avviano verso la chiesa.

La taverna non é lontana, dalla Mannalà, al chianu Sala non ci sono più di trecento metri, perciò, rallento la mia andatura per gustare fino in fondo la dolce ricompensa ricevuta dalla nonna. Ogni tanto devo farmi da parte per lasciare passare alcuni viddani che, tornando dalla campagna, governano dentro i tuguri, dove abitano, le loro bestie: capre, mucche, asini e talvolta qualche cavallo, avendo cura di non fare entrare i cani perché “portatori” di malattie, a loro dire.

Dalle case poste a piano terra, gli odori delle cucine si mischiano a quelli del bucato fresco appena steso con delle canne di fiume che attraversavano i vicoli trasversalmente, come tante variopinte bandiere.

La luce dei radi lampioni stradali, fiocamente, cominciano a illuminare le stradine che a poco a poco vanno spopolandosi e lunghe ombre si allungano sinistramente, apparendo ai miei occhi come i mostri mitologici che avevo visto in un film di “Ercole” al cinema parrocchiale.

Il brusio che arriva dall’ormai vicina taverna mi rincuorava e mi faceva affrettare il passo.

“Vossia benedica, nonnò…” – saluto mio nonno, affacciandomi timidamente sull’uscio del locale fumoso e maleodorante – “… a nannà voli ca vossia torna a casa pi mangiari.”

Mio nonno, un uomo magro, dai tratti marcati del viso quasi inespressivo, contornato da baffetti nerissimi e ben curati, e dalla pelle scura, lentamente si volta verso di me guardandomi severo, posando con la stessa lentezza il bicchiere sul tavolo massiccio di legno, grezzo e nero (non so se per il colore o per l’unto secolare), come le panche e le sedie.

Io abbasso gli occhi, intimorito, come se avessi interrotto, con la mia presenza, chissà quale importante riunione o discussione. L’aria stessa e i suoni sembrano fermarsi in uno stato di greve sospensione.

Il volto di nonno Turì, che sembra scolpito nella roccia, a quel punto si rilassa in un accenno di sorriso, allarga un braccio ed io con un salto vado a sedermi sulle sue ginocchia, mentre il brusio riprende mischiandosi a grasse risate e rumori di brocche e bicchieri di vetro, che a me sembrano enormi con i loro spessi bordi sfaccettati.

“Chistu è Totoneddu, me niputi…” dice, rivolgendosi ai suoi amici – “… e porta ‘u ne stessu nnomu.”

“E allura vivemu a la saluti di Totoneddu…” – grida una voce proveniente da quella penombra fumosa, appena illuminata dalla tenue luce di una lampadina penzolante da una delle travi del soffitto, che una volta doveva essere stato imbiancato.

A quell’invito, altri se ne aggiungono, in una sequela di brindisi sempre più corposi.

Il taverniere, allora, mette bollire, su una piccola cucina a gas, delle uova in una capace pentola per farle sode e, nell’attesa, con gesti studiati, apre una grossa latta di sarde salate, ne estrae una, la mostra come un trofeo ai suoi clienti e la infila completamente in bocca tenendola per la coda, tirandone fuori solo la lisca.

“Cca, ‘zu Decu, a mia, videmu cu nni mangia cchiossà senza viviri…” – Si apre, a quel punto, una competizione. E più ne mangiano, più bevono vino per la sete che il sale mette loro.

Mi guarda attorno, rassicurato solo dalla forte stretta del braccio di mio nonno, aspettando che arrivasse il momento di uscire fuori da quell’antro.

Le enormi botti, poste sulla parete alle spalle do’ ‘zu Decu, forse per i fumi del vino che respiro, sembrano enormi facce sorridenti, in cui naso é la cannula che sporge per la mescita. In un tavolo proprio sotto la lampadina, quattro avventori, fumando e bevendo, giocano a zicchinetta, accompagnando in modo molto colorito le varie fasi del gioco con le carte. Un altro, con dei gesti che sono quasi un rituale, si prepara una sigaretta rollando abilmente tabacco e cartina. Un bancone traballante divide le botti dal resto della stanza e due avvinazzati, appoggiati ad esso, si misurano a morra con una gestualità ostinata e infinita.

Ma la mia attenzione è attirata da una figura solitaria, seduta in un tavolinetto nell’angolo più buio della taverna. Un uomo, che sembra avere mille anni, se ne sta fermo a fissare il suo bicchiere che ‘u zu Decu provvede a riempire, con solerzia, ogni qualvolta che quello, con un unico, rapido gesto, tracanna d’un fiato.

Tiene una lurida coppola sulla nuca, i capelli grigi scarmigliati, vestito in modo trasandato, magro e il grosso naso che gli sporge. Il suo viso non ha alcuna espressione e lo sguardo, sebbene puntato sul bicchiere, è perso nel vuoto.

“Chiddu è Cicciu ‘u carritteri…” mi sussurra mio nonno, accorgendosi che guardo quell’uomo – “…so’ muglieri e so’ figliu morsiru ca ci vutà ‘u carrettu e iddu ristà vivu ‘nzemmula cu mulu. Ammazzà u mulu ppi la collira e ora avi ‘u rimorsu ca iddu ristà vivu e passa li so’ jurnati cca dd’intra…”

Impressionato dalle sue parole, mi rannicchio ancora di più tra le braccia di mio nonno.

“Amunì, nonnò, ca ‘a nonna n’aspetta…”

Per quanto appesantito dai fumi del vino, mio nonno si alza posandomi delicatamente a terra e, stabilizzatosi in piedi, mette alcune monete sul tavolo. Alza una mano e, senza girarsi, saluta i presenti.

“Salutamu…” – dice, avviandosi con passo incerto verso la porta.

“Aspittassi ca l’aiutu.” – mi affretto a dire.

“U ‘nn haju bisognu di nuddu…” – è la sua risposta. Ma appena fuori, mi mette una mano sulla spalla.

“Cca, ca tu si ‘u vastuni da me vicchiaia…”

Lo guardo con fierezza e, adeguando il mio passo al suo, l’accompagno verso casa.

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *