Il Bardo jonio. Franco Battiato

da | 17 Mag 22

Il 18 maggio del 2021 moriva Franco Battiato. Ecco come lo ricorda il regista Giuseppe Dipasquale. “Se piangessimo la sua morte solo come una perdita o una mancanza gli faremmo un torto”

Franco Battiato (Foto di Patrizia Mangione)

Se piangessimo la morte di Franco Battiato solo come una perdita o una mancanza faremmo un torto a Battiato stesso. Come ebbe egli stesso a dire, lo renderemmo felice se dicessimo che quello che ci mancherà sarà l’abitudine a saperlo su questa terra ora, in grado di scovare per noi le vie che portano all’essenza, o un suono che discende da molto lontano per mostrarci che la vita gioca la sua partita sopra inaspettati piani di esistenza.

Franco Battiato ha iniziato a dirci addio da subito, da quando sulla via della sua personale illuminazione ha scoperto il passaggio attraverso il Bardo, ovvero uno stato intermedio, di transizione tra la morte e la rinascita, dove tutto è immune alla fiamma della sofferenza come a quella della passione, dove l’illusorietà dell’essere è dominato dalla consapevolezza del ritorno alla propria natura divina. Al momento del passaggio, con il lungo lavoro fatto durante la vita terrena, bisognerà non portare con sé tristezza o depressione, non ve ne sarebbe motivo poiché il congedo del viaggiatore non è cerimonioso ma semmai liberatorio.

E’ questo orizzonte che ha determinato la semantica dell’infinito della musica e delle canzoni dell’ artista senza tempo che si è appena congedato da noi. Una semantica innovativa che nella sua declinazione ha formato sintagmi meta-analitici, come li definì lui stesso un tempo, giocando sulle cose e sulla gente. I suoi Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming ci hanno mostrato il passo ad un nuovo cantus firmus, proiettato alla ricerca del passaggio, preparato per il momento del congedo. E tanto più forte e solida è stata la struttura lessicale delle sue canzoni, che come velo di Maia ricopriva le eclettiche sonorità derivate da un lontano molto lontano, tanto più lieve è stato il “sacro, l’aspetto mistico del vivere… semplicemente il tutto”.

Franco Battiato ha usato la forma dell’essere per rendere indefinibile, impalpabile e immateriale la manifestazione della sua esistenza. Una costante attenzione alla costruzione della sua anima superiore. La sua vita è stata una continua preparazione al passaggio, un continuo percorso sull’itinerario sulla “quarta via” attraverso il calesse della consapevolezza, senza indulgere a ricercare il sacro mediante una fede in particolare, perché attratto semplicemente dalla religione della vita senza nomi o ricette. E di questo ha tenuto per noi un diario, il diario del viaggiatore mistico
coniugato nel paradigma delle sue canzoni, dove i giorni del tempo si succedevano senza tempo, dove la spinta ad essere migliore per emanciparsi dall’incubo delle passioni lo spingeva alla ricerca de l’Uno al di sopra del Bene e del Male, dove la luce consiste nell’essenza della sua luminosità, e il cammino della vita è solo un sogno che prelude al risveglio, per il solo fine di un eterno ritorno, poiché torneremo ancora e ancora e ancora.

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