Quando ricchezza e povertà crescono insieme non c’è da stare allegri 

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“Occidente/Oriente. La Frattura”. In libreria il nuovo libro di Agostino Spataro, edito da Centro Studi Mediterranei. Il libro è dedicato a due grandi protagonisti della storia politica italiana: Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Pubblichiamo l’introduzione dell’autore: “…Aver voltato le spalle all’Oriente è stato un grave errore dell’Europa…”.

Enrico Berlinguer e Aldo Moro

La frattura, le fratture. L’Occidente ha raggiunto, e in certi settori superato, il proprio limite naturale di espansione economica e di benessere sociale. Per mantenere l’esorbitante livello di consumi ricorre a politiche di rapina e a conflitti devastanti. Il frequente ricorso all’intervento militare non è un elemento di forza ma di debolezza poiché denota una mancanza di valide ragioni politiche per tutelare i legittimi interessi nazionali.  Per questi e altri motivi, lo scontro non sarà più fra Est ed Ovest, fra Nord e Sud, ma fra Occidente e resto del mondo.                                                                

Questo lavoro ha uno scopo prevalentemente archivistico, ma vuole essere anche una testimonianza del travaglio che stiamo vivendo in questa lunga e confusa fase di transizione dal vecchio al nuovo or­dine internazionale.

Una fase opaca generatrice d’incomprensioni, di fratture e che, perdu­rando, diventa sempre più pericolosa. Proverò a raccontarla partendo da alcuni miei scritti ed esperienze vissute direttamente sul “campo”.

Ovviamente, muovendo dal punto di vista di una sinistra dispersa ma diffusa la quale, nonostante il crollo del 1989, cerca la via per conti­nuare la sua missione storica e politica, a difesa della pace, dei diritti delle classi lavoratrici e, in generale, dei popoli che più subiscono le conseguenze delle politiche del neoliberismo dominante. Un compito arduo che implica una diversa lettura della crisi del mondo e, in primo luogo, il superamento del madornale equivoco (?) di scambiare l’attuale globalizzazione neo liberista per quella, di là da venire, pro­pugnata dalle teorie socialiste d’ispirazione marxista.

I leader della sinistra europea agiscono in modo irrazionale, emozio­nale come se fossero sotto effetto della “sindrome di Stoccolma” ossia affascinati dai loro vincitori e sopraffattori.

A ben vedere, il neoliberismo continua a favorire l’accentramento delle risorse e delle ricchezze nella mani di pochi e sta, via via, emargi­nando, escludendo dai benefici dello sviluppo la gran parte dei ceti medio/ bassi e delle classi lavoratrici tradizionali e di nuova forma­zione.

Ha messo in moto un meccanismo perverso, stritolatore che produce ingiustizie e privilegi scandalosi. Così operando le oligarchie neoliberiste, accecate dal profitto, non si accorgono di favorire la nascita di un nuovo proletariato, soprattutto urbano, e di amplissime aree di miseria, d’inoccupazione, di emigra­zione ossia i prodromi della loro rovina.

Dentro tali spazi e contraddizioni deve agire la sinistra autentica, alter­nativa, europea e mondiale, con un programma serio di riforme per il cambiamento. Pertanto, è necessario abbandonare ogni ambiguità e/o condotta servile verso il potere oligarchico delle banche e delle multi­nazionali e ricercare un’intesa, un’alleanza politica e programmatica con le forze sociali escluse e/o penalizzate. Compresi i ceti medi, pro­duttivi e intellettuali, anche quando, per reazione, si rifugiano in forme, talvolta scomposte, di nazionalismo. Fughe, tendenze da non demo-nizzare a priori, ma da analiz­zare per coglierne la carica propositiva,  per capirne i disagi e riconoscerne le giuste ragioni e giungere, quando possibile, ad accordi politici e di governo. Oggi, un sano nazionalismo, uno schietto popolarismo, se effettivamente democratici, costituiscono un baluardo resistenziale da non sottovalutare.

Gli orizzonti della sinistra devono essere locali e globali, assumendo come riferimenti i bisogni e i diritti dei lavoratori e le prospettive di questa nostra umanità confusa, travagliata da divari inquietanti e da ingiustizie intollerabili. In primo luogo, dalla crescita tumultuosa, e sottovalutata, della popolazione mondiale (più che triplicata negli ultimi 70 anni) e dallo scandaloso accentramento della risorse e della ricchezza nelle mani di ristretti gruppi di potere economico e finanziario. Contraddizioni che rendono difficile la vita per miliardi di esseri umani e incerto il futuro della convivenza civile, pacifica sul Pianeta.

Il neoliberismo, vincitore assoluto dello scontro con lo statalismo so­vietico, si sta dimostrando incapace di governare i processi da esso stesso generati. L’attuale globalizzazione non è la prima nella storia ((altre ve ne sono state) ed è caratte­rizzata dal confronto fra due entità genericamente intese: Occidente e Oriente.

Uno strano Occidente, a geometria variabile (Usa, Europa cui viene associato il Giappone ossia l’estremo Oriente) che assomma 1,2 mld di abitanti e si definisce, prevalentemente, in base al Pil, configurandosi come un aggregato economico, militare e culturale piuttosto omo-geneo, con vaste sacche di povertà al suo interno.

Un Oriente, anch’esso genericamente inteso, dominato dalla triade Cina, India e Russia (gruppo dei Brics), ancora disaggregato e in via di sviluppo, e segnato da forti squilibri sociali interni, ma dotato di una forte carica competitiva e progettuale e di un potenziale umano dav­vero soverchiante (6,2 mld) con tanta voglia di affrancarsi dalle tristi condizioni di vita e di lavoro.

L’Occidente ha raggiunto il limite ossia il massimo grado di benessere possibile. Oltre il quale tutto diventa spreco, edonismo insostenibile per l’umanità e per il Pianeta. Da qui si originano le tante fratture fra i diversi “mondi” che, se non sanate, potranno provocare conseguenze disastrose. Molti si chiedono: l’Occidente dovrà ancora crescere in termini di svi­luppo o dovrà fermarsi, decrescere?

Al momento, le risposte sono il produttivismo, l’espansionismo com­merciale, i conflitti e le guerre per accaparrarsi le risorse strategiche esterne. Una corsa sfrenata, che mette a rischio la pace mondiale e l’equilibrio naturale. Una corsa che sembra dettata dalla paura che, alla fine del ciclo, l’Occidente non sarà più il principale protagonista della storia.

Salvare la Terra, il nostro habitat naturale! Questo dovrebbe essere il primo obiettivo condiviso e, se necessario, imposto. Noi, uo­mini e donne, figli della Terra che ci nutre e del Sole che ci scalda, do­vremo rivendicare con più forza un “governo mondiale”, proporzio­nalmente rappresentativo dei popoli dei 5 continenti e dotato di poteri idonei e vincolanti, capace di programmare e attuare politiche di salva­guardia della biodiversità e di uso razionale delle risorse naturali e di una loro equa dis-tribuzione sociale e territoriale.

E, soprattutto, per far fronte alla grave “emergenza” della crescita in­controllata della popolazione mondiale passata dai 2,3 miliardi (mdl) di persone del 1950 agli attuali 7, 4 mld, che saranno 9,7 mld nel 2050. (fonti: Onu e Census Bureau Usa). A tali dati bisognerebbe aggiungere 1 mld (stima per difetto) di “ani­mali da compagnia” (cani, gatti, ecc) che in fatto di consumi alimentari e servizi assistenziali sono equiparati a quelli umani. La questione demografica, tuttora ampiamente sottovalutata, costituis­ce una delle principali minacce per l’equilibrio ecologico del pianeta, per la pace e per la sopravvivenza dell’umanità.

Nello squilibrio demografico si annida, infatti, la frattura più perico-losa fra Occidente e resto del mondo. Ogni mattina, in questo nostro Pianeta si svegliano 7, 4 mld di persone che devono essere nutrite, vestite, istruite, curate, trasportate, occupate, ecc. Un drammatico risveglio per molti che devono districarsi in un contesto di forte disparità: fra la gran massa degli esseri umani che stenta ad accedere ai consumi primari e una striminzita minoranza che, va oltre il bisogno, e consuma beni non necessari e/o di lusso che, per altro, assorbono ingenti quantità di ri­sorse che la Terra stenta a fornire. Com’è noto, gran parte di tali consumi si registrano nei paesi occiden­tali, a più alto reddito e a bassa natalità. Un privilegio che facilmente diventa fonte di “attrazione” per imponenti correnti migratorie prove­nienti dal resto del mondo, dove circa la metà dei suoi abitanti vive sotto la soglia di povertà e deve accontentarsi di un reddito com­plessivo di 426 mld di $, equivalente alla ricchezza detenuta dagli 8 uomini più ricchi del mondo. (fonte: Oxfam, 2018)

Insomma, un mondo di miseria e d’ingiustizie sociali in cui sta “crescendo” una “bomba demografica” di cui poco si parla e pochissi­mo si fa per contenerla, per governarla. per disinnescarla. E dire che già agli inizi degli anni ’50, l’eclettico filosofo e Lord in­glese Bertrand Russel mise in allarme i governi e l’opinione pubblica sulle conseguenze che tale crescita avrebbe potuto determinare.

“Il pericolo di una mancanza di cibo a livello mondiale può essere evitato per un certo periodo con il miglioramento della tecniche agricole. Tuttavia, se la popolazione continua ad aumentare al ritmo attuale, tali miglioramenti non possono, a lungo andare, essere sufficienti. Si creeranno così due gruppi, uno povero con una popolazione crescente, l’altro ricco con una popolazione stazionaria. Una simile situazione non può che condurci verso una guerra mondiale. Attualmente, la popolazione del mondo sta crescendo di circa 58.000 unità al giorno. Fino ad oggi le guerre non hanno prodotto un effetto considerevole su questo aumento, che è continuato per tutto il periodo delle guerre mondiali Da questo punto di vista le guerre fino ad ora sono state una delusione … ma, forse, la guerra batteriologica può dimostrarsi efficace. Se una Peste Nera potesse diffondersi in tutto il mondo una volta in ogni generazione, allora i sopravvissuti potreb-bero procreare liberamente senza rendere il mondo troppo affollato. La cosa potrebbe essere spiacevole, e allora?”  (B. Russell- “Impact of Science on Society”, 1951).

Non c’è che dire: un cinismo da lord inglese! In linea con un certo filone del “pensiero anglosas-sone” ancora infar­cito di arroganza e supponenza e supportato da idee e sodalizi che si rifanno alla visione imperiale della Gran Bretagna.

Sul finire della sua lunga vita, Russel cercò di far dimenticare questa stagione proponendosi come profeta di pace e addirittura di giudice delle nefandezze belliche creando il famoso “Tribunale Russel”, in coppia con il filosofo comunista J.P. Sartre.  Meglio tardi che mai!

Nel periodo a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, tali preoccupazioni furono riproposte, ma con un approccio assai diverso, da un illustre manager italiano, Aurelio Peccei, fondatore del “Club di Roma” un sodalizio di grande prestigio internazionale che intra­prese, con successo, una serie di “studi sul futuro”. (http://www.treccani.it/enciclopedia/aurelio-peccei) Peccei, partigiano combattente e perseguitato, era “uomo della Fiat” e membro di vari club internazionali (fra cui la “Trilaterale dei Rocke­feller), tuttavia le sue idee fecero presa anche nell’ambito della sini­stra e del nascente ambientalismo italiano ed europeo. Il suo libro “I limiti dello sviluppo” divenne per molti di noi un’opera di riferimento. Ciò anche a dimostrazione che di fronte a idee buone e giuste cadono i pregiudizi e gli steccati ideologici.

Alla base c’erano dati statistici, proiezioni attendibili, ipotesi di prog­rammi innovativi, nel rispetto della dignità umana e della vita del Pianeta. C’era, soprattutto, un ragionamento logico, ispirato da un umanitarismo razionale, che metteva sull’avviso i “decisori” e le opi­nioni pubbliche sui pericoli che l’umanità stava correndo a causa del superamento dei limiti naturali dello sviluppo. Peccei vendette decine di milioni di copie di quel libro, ma dopo la sua precoce morte sarà dimenticato da tutti: dai potenti della Terra e dai tanti suoi seguaci ambientalisti. Semplicemente rimosso!Probabilmente, i suoi studi, i suoi libri furono considerati ostativi di un certo di tipo di sviluppo, che dilagò dopo ’89 e di cui si stanno scontando le conseguenze. Succede, specie alla gente onesta intellettualmente, ai veri filantropi. Figure sempre più rare nel panorama internazionale.

Nemmeno certa “sinistra” si ricorda di questo autentico filantropo ita­liano, avendo preferito “adottare” quale novello “benefattore dell’umanità” George Soros, un finanziere d’assalto, il quale, dopo avere inflitto colpi durissimi alle finanze e alle economie di tanti Paesi (Italia com­presa), vorrebbe salvarli con la sua “carità pelosa”, con finanziamenti ad ambigui personaggi, organismi e movimenti che si ritrovano in molte situazioni di crisi e/o che sono essi stessi fattori di crisi.

Purtroppo, la realtà attuale conferma le previsioni di Russel e di Peccei. Il Pianeta sembra avviato verso una terrificante prospettiva: aumentano l’inquinamento dei mari, del cielo e della Terra, la produ­zione e la diffusione di armi di distruzione di massa (specie chimiche e batteriologiche) e- come detto- le disparità sociali.

Quando ricchezza e povertà crescono insieme non c’è da stare allegri! È in atto un attacco durissimo allo stato sociale, ai bilanci della sanità, della scuola pubblica, delle pensioni e alle politiche di assistenza in genere. Invece d’includere si escludono masse crescenti d’inoccupati, di neo-poveri, d’indigenti… tutta “carne da macello” destinata alla di­sperazione, alla malavita, all’emigrazione. Tutto ciò è assurdo. Non si sa che cosa pensare. Come se al vertice del potere mondiale si fosse insediata una perfida genìa, una sorta di “governo profondo” detentore di un potere immenso (finanziario, commerciale, tecnologico, mediatico, politico), ai più in­cognito ed esercitato al di fuori di ogni controllo democratico, che agi­sce in nome del neo-liberismo trionfante.

In realtà, si tratta di una degenerazione evidente del capitalismo pro­duttore, di un’oligarchia che vuole irreggimentare l’umanità dopo averla deprivata dei suoi beni e diritti. Per realizzare tali obiettivi ricorre alla guerra, alla corruzione, al terro­rismo, alla divisione fra i popoli, delle società nazionali; ripudia la pace e la solidarietà fra gli uomini e l’armonia fra essi e la Natura. Vivere, sopravvivere sono divenuti fattori negativi.

Le grandi istituzioni finanziarie internazionali (Fmi, Banca mondiale), le agenzie di rating, ispiratrici di tali politiche, hanno indicato, a chiare lettere, l’innalzamento della vita media delle persone fra le cause della crisi attuale. Per lor signori, oggi, si vive troppo a lungo. Anche il diritto alla vita umana si assottiglia. L’aumento delle speranze di vita non è salutato come un progresso sociale, ma visto come una remora per lo sviluppo.

Agostino Spataro

Sviluppo? Semmai crescita continua, senza limiti, volumetrica e senza qualità, imposta dalle multinazionali che stanno impoverendo le masse popolari e avvelenando la Terra, gli oceani, la biosfera. Questo non è sviluppo, ma solo disumano cinismo di “grandi vecchi” asserragliati al comando della finanza e dell’economia che genera odio e nuove fratture. Che altro dire?

Quando si auspica la morte delle persone (domani si potrà anche pro­curare) per “recuperare” quote di spesa sociale da destinare all’accumulazione e alla speculazione private, vuol dire porsi al di fuori di qualsiasi concezione umana ed economica razionale, anche moderata e classista, per entrare in una visione “liberal – nazista” del governo delle società.

La parola d’ordine è produrre e consumare. Soprattutto beni di lusso e nuovi, terrificanti sistemi d’arma, per alimentare vecchi conflitti e scatenarne di nuovi, per impinguare il lucroso mercato delle armi, l’unico che non conosce crisi, insieme a quello delle droghe.

Armi e droghe: il binomio “vincente”. I sedicenti “potenti della Terra” hanno bisogno della guerra come dell’aria per respirare! Tali politiche hanno creato la più grande frattura sociale e morale, una disarticolazione degli equilibri sociali e rafforzato i nuovi assetti dei poteri globali che dominano il mondo. Altre fratture sono in atto in varie parti del pianeta (anche all’interno dei paesi più ricchi) fra l’Occi-dente, oggi unificato sotto le insegne di un neo-liberismo aggressivo e impenitente, e talune grandi aree geopo­litiche povere e/o in via di sviluppo quali: America latina, Africa, Asia del sud-est, ecc.

Particolarmente preoccupante appare la frattura provocata nell’area mediorientale e del Mediterraneo (regione Mena), dove convergono le propaggini di tre continenti (Africa, Asia ed Europa) che hanno dato vita a culture diverse e feconde, a storie e a civiltà grandiose. Vale la pena concentrare l’attenzione su tale frattura perché è la più grave e, a noi, più vicina, dove le guerre, i terrorismi rendono difficili le condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni civili, vittime di ec­cidi e di malattie, e pertanto indotte alla fuga, all’esodo, a centinaia di milioni tra profughi e migranti.

Ormai da svariati decenni non c’è pace per i popoli del Mediterraneo e del vicino Oriente! Gli arabi hanno diritto alla pace, al progresso, alla democrazia, alla lai­cità, alla libertà. E in primo luogo il popolo martire di Palestina. In ciò si dovrà sostanziare la solidarietà della comunità internazionale. Biso­gna cambiare l’approccio ai problemi di quest’area fondamentale del mondo, dove per altro sono “immerse” l’Italia e parte dell’Europa, e lavorare per capovolgere la prospettiva politica: dal conflitto alla coo­perazione. Si può fare. A condizione di liberare il campo da ogni ingerenza esterna e di riav­viare il dialogo fra i popoli e gli Stati della regione. Arabi, europei, africani insieme per risolvere la “questione”, all’insegna della interdi­pendenza economica, non autarchica, mediante un fecondo dialogo di pace mirato a conseguire un progresso diffuso e condiviso e creare un nuovo polo dello sviluppo mondiale. Spostando verso Sud l’asse dello sviluppo europeo, verso il Mediterraneo che deve ridiventare, nella le­galità, un’area di benessere condiviso, un mare di pace, di solidarietà, di scambi economici e di risorse naturali e tecnologiche. Fulcro di una nuova civiltà multietnica e multiculturale, laica e democratica.

Questa è la sfida del secolo, il punto politico dirimente purtroppo osteggiato dalle vecchie e dalle nuove superpotenze!

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“Occidente/Oriente. La Frattura” è distribuito da Feltrinelli, Amazon, IBS, Libreria Universitaria.

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