Nessuno li ha visti, ma giacciono in fondo al mare e non potranno più giocare

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Anche i bambini annegati nel Mediterraneo non hanno avuto il tempo di vivere, non soltanto Aylan, il piccolo siriano di tre anni, ma i tanti altri che nessuno ha visto.

fiori mediterraneo

Sono ormai passati alcuni giorni e, per quanto rimasti nella memoria collettiva, le foto e il filmato di Aylan, il bambino siriano morto tra le braccia del soldato turco, sono stati archiviati. Continuiamo a trovarli su YouTube, su Google, ovunque in internet, ma già siamo altrove, anche grazie a questa storia terribile e toccante. Immagini che hanno commosso il mondo e che hanno smosso le coscienze. Bene così. Lo struzzo Europa ha finalmente tolto la testa dalla sabbia e si è guardato intorno. Eppure quell’immagine, a distanza di alcuni giorni, merita anche una riflessione. Infatti ora che l’impatto emotivo dovrebbe dare spazio alla riflessione, ora che gli europei si sono (forse) accorti piuttosto tardivamente di ciò che di epocale sta accadendo nel Mediterraneo, non ci si può non domandare quanti bambini morti annegati l’Europa ha dovuto aspettare per emozionarsi. Nessuno li ha visti, ma giacciono in fondo al mare e non potranno più giocare.

Si sa, il potere delle immagini è stato ed è enorme. Dalla foto della bandiera che i soldati americani innalzarono a Jiwo Jima e su cui Clint Eastwood fece un film straordinario, a quella della bambina vietnamita Kim Phuk di nove anni che cammina nuda e terrorizzata dopo un bombardamento americano al napalm nella Guerra del Vietnam, al cormorano immobilizzato dal petrolio in Irak al tempo della Prima Guerra del Golfo (foto poi rivelatasi falsa), le immagini hanno sempre avuto un’influenza enorme sull’opinione pubblica. Il filosofo ebreo tedesco Hans Jonas, parlando del concetto di Dio dopo Auschwitz, si era chiesto perché un Dio, quello degli ebrei, avesse potuto permettere lo sterminio anche di bambini innocenti che non avevano avuto ancora il tempo di vivere. Anche i bambini annegati nel Mediterraneo non hanno avuto il tempo di vivere, non soltanto Aylan, il piccolo siriano di tre anni, ma i tanti altri che nessuno ha visto.

E’ stato bello vedere le immagini di solidarietà di austriaci e tedeschi, ma esse non cancellano tutto quello che è stato detto e scritto contro gli immigranti e le immigrazioni, non assolvono dall’insensibilità i politici europei che soltanto di fronte a un impatto emotivo che ha modificato il senso comune e avrebbe potuto modificare il loro consenso (quasi unica vera, grande, loro preoccupazione), hanno miracolosamente scoperto che bisognava fare qualcosa di più concreto del mettere la testa sotto la sabbia, magari per non disturbare la diffusa ondata di opinione contraria ai migranti. Bene che finalmente qualcosa di positivo si sia mosso, ma quanta ipocrisia si nasconde dietro tutto questo! E non sarebbe neanche importante ricordarlo, se non fosse che bisognerà vedere cosa accadrà quando l’impatto umanitario emotivo derivato da quell’immagine andrà scemando del tutto e si ritornerà alla crudezza del movimento biblico che proviene dall’Africa, un movimento che trasformerà comunque il volto dell’Europa e i lineamenti del suo futuro.

In questa situazione, l’Europa dell’est, a cominciare dall’Ungheria, si mostra ben più dura. Perché meravigliarsi? Primo Levi, ricordando la sua esperienza nel Lager nazista di Auschwitz, ha rilevato che gli ultimi arrivati nella scala del privilegio sono i più duri nei confronti di chi sta al di qua di esso. E’ quello che sta accadendo anche in quest’Europa a più strati. E’ quello che accade in ogni logica del potere. Una logica che va sempre combattuta. A molti dei migranti, sommersi e salvati, andrebbe a pennello ciò che ha scritto Primo Levi: « Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no… ».

Fonte Il Tirreno

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