Beppe Cino: “Le parrocchie di Regalpetra una ferita aperta”

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Nostra intervista al regista e sceneggiatore che ha legato il suo nome al cinema d’autore. “E’ l’unico film che non ho realizzato”

Beppe Cino

Incontriamo Beppe Cino regista e sceneggiatore italiano molto legato ai grandi scrittori e al Cinema D’Autore.

Qual è il ruolo di un regista che vive il nostro tempo?

A mio avviso  i registi che si pongono questo interrogativo non superano le dita di una mano.  Per  prima cosa un regista dovrebbe chiedersi: perché fare un film? Fare un film dovrebbe servire a qualcosa, così come serve a qualcosa fare ogni giorno il pane. Ecco, un regista dovrebbe porsi il problema di fare dei film così come si fa il pane. Qualcosa di buono da mangiare, qualcosa di utile, di necessario. E’ così oggi il cinema? E’ così oggi il lavoro del regista? Tranne rarissimi casi, direi di no. Oggi, ancora più che nel passato, si è perso il punto di riferimento, non abbiamo e non ci diamo “una linea editoriale” che svolga le funzioni  di una cometa, che indichi una strada, un percorso. Certo, il cinema ha sempre subito la violenta forza di gravità del denaro, denaro che ha accecato i suoi occhi, la sua mente. Ed oggi ancora di più, ancorato com’è il cinema alla TV, cioè a dire al più grande distributore di pubblicità del pianeta. Per cui rispondo alla tua domanda: il ruolo di un regista oggi è quello di andare controcorrente, essere il più possibile indipendente, anche a costo di grandi sacrifici. Un film, una serie TV possono servire a cambiare in meglio il nostro mondo. Ed un regista ha il dovere morale di perseguire questo obiettivo.

Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino. Due scrittori siciliani ai quali sei particolarmente legato. Quali ricordi evoca il tuo rapporto con loro?

Come certo saprai, sono nato a Caltanissetta, ma i miei genitori erano di Racalmuto, come del resto tutti  i miei zii e cugini. Leggere Sciascia è stato per me un fatto naturale, come per buona parte dei racalmutesi. Così come cercare di conoscerlo, di incontrarlo. E questo avvenne a metà del 1969. Andai a Palermo,  gli parlai della mia passione per il cinema, e del fatto che mi ero trasferito a Roma per cercare di essere ammesso alla sezione di Regia del Centro Sperimentale di Cinematografia. Sciascia mi ascoltò in silenzio. Poi, dopo avere  espresso un buon giudizio  su  una sceneggiatura che gli avevo fatto recapitare qualche settimana prima, mi fulminò con una frase:- “Ma perché vuoi sacrificare la tua intelligenza proprio con il cinema?”  Gli risposi che mi sembrava il mezzo più adatto per comunicare le proprie idee, la propria visione del mondo. E del resto, avevo aggiunto, non a caso erano stati realizzati “A ciascuno il suo” ed “Il giorno della civetta” proprio dai suoi libri. E Sciascia mosse lievemente la testa per poi  dire:- “Purtroppo!”  Sciascia non aveva una buona idea del mondo del cinema, specie dopo averlo incontrato e conosciuto. L’ho poi frequentato spesso a partire dal 1985, quando gli proposi di voler realizzare un film dal suo primo libro, “Le Parrocchie di Regalpetra”. A Sciascia piacque il soggetto, piacque anche in RAI, nel frattempo passavano gli anni, quando la RAI si decise era il 1991, e Sciascia era già scomparso. Carlo Fuscagni, allora Direttore di RAIUNO, firmò per “Le Parrocchie di Regalpetra” un budget di cinque miliardi e mezzo di lire. Iniziò la preparazione, a Racalmuto  furono  fissate le location, venne pure un funzionario di RAIUNO per incontrare la vedova Sciascia, il Sindaco, etc. Nel giugno/luglio del 1991 eravamo alla vigilia delle riprese. Poi…poi qualcuno in RAI frenò e spostò il progetto all’anno successivo. Furono pure “spostati” i cinque miliardi e mezzo del budget. Dalle “Parrocchie di Regalpetra”, ad otto telefilm sulla Guardia di Finanza…!  Che dire? 

Beppe Cino con Gesualdo Bufalino

Il rapporto con Bufalino nacque nel 1985, quando opzionai i diritti di “Diceria dell’Untore”.  Nacque subito un bel rapporto di amicizia, dai silenzi e dalle risposte a fil di lama di Sciascia, ero passato con Bufalino alle grandi affabulazioni, alle scorribande nel territorio dei ricordi e della memoria, alla curiosità avida per il mondo del cinema. Scoprimmo di avere in comune una passione per una starlet  di Hollywood, Debra Paget, protagonista degli ultimi due film di Fritz Lang.  Insomma nel 1986 venne a Roma per assistere alle riprese di un mio film con Amanda Sandrelli, “La Casa del Buon Ritorno”. Era emozionatissimo, il set gli sembrava una sorta di grotta delle meraviglie dalla quale poteva uscire di tutto. Rimase sul set per alcuni giorni, rilasciando copie autografate di “Diceria dell’Untore” a tutta la troupe. Diceria si sarebbe dovuto realizzare nel 1987. Poi ci furono problemi. E così nel 1988 realizzo “Rosso di Sera” con Massimo Venturiello, film sulla generazione del ’68. Bufalino lo vide e se ne innamorò. Mi disse: ”Vorrei che la tua versione cinematografica di Diceria fosse come questo film. Sembra che non accada nulla, ed invece succede tutto!” Innamorato com’era del cinema, Bufalino voleva collaborare alla sceneggiatura del suo famoso romanzo. Ma la sua “chimica” era diversa dalla mia, così come sono diverse le chimiche del cinema e quelle della letteratura. Lo stesso Sciascia una volta gli disse:-“Gesualdo, lascialo in pace a Beppe. Tanto alla fine i registi fanno quello che hanno in testa. E comunque libro e film sono due cose differenti,” E così fu. A film finito, lo stesso Bufalino dichiarò in una intervista al Corriere della Sera che il mio film, in alcune parti, superava il suo romanzo.  Avrei dovuto girare “Argo il cieco” nel 1993, ma ci furono dei problemi produttivi e così lasciai perdere, per poi riprendere il progetto nel 2007, dopo la scomparsa di Gesualdo. Ma nel film, nel personaggio che all’inizio del film entra in sala a vedersi sullo schermo, c’è lui, il mio caro compagno ed amico  di discussioni sul cinema, sulla letteratura, sulle movenze feline di quella Debra Paget tanto sognata da entrambi.

Sei stato aiuto regista di Roberto Rossellini in diversi film. Come era Rossellini visto da vicino e fuori dal set cinematografico?

Sono stato per anni accanto a Roberto, come aiuto, collaboratore e come “figlio” con il quale si poteva ragionare, a differenza dei veri figli con i quali è spesso difficile comunicare.  Il mestiere del regista è quello di dirigere. E’ un mestiere fortemente gerarchico e, per dirlo in una battuta, è uno dei pochi mestieri nel quale non è ancora arrivata la Rivoluzione francese. Un uomo solo al comando. Certo, c’è modo e modo di comandare. Sul set di Rossellini non si  sentiva volare nemmeno una mosca, ma senza bisogno di alzare la voce. Rossellini diffondeva calma e sicurezza. E queste sono qualità che sul set hanno il loro valore. Fuori dal set ci vedevamo spesso a cena, a discutere di politica, a discutere del suo progetto enciclopedico, trasformare il cinema e la televisione in strumenti per la diffusione della conoscenza. A volte si cenava con De Sica, con Goffredo Parise, con Marcello Mastroianni, alcune volte anche con la Bergman. Ma si parlava di economia, di politica, di demografia, di scienza, di filosofia, di storia. Quasi mai di cinema.

Beppe Cino con Roberto Rossellini

La tua filmografia è intensa e molto significativa. C’è un film al quale ti senti più legato e perché? E qual è il il messaggio che vuoi dare agli spettatori con i tuoi film?

“Rosso di Sera” e “In Viaggio verso Est”, cioè a dire il sessantotto raccontato 20 anni dopo, ed il crollo del comunismo raccontato nel 1991, a ridosso del crollo del muro di Berlino. Sono due film, entrambi “necessari”, ed entrambi legati alla storia della mia generazione. Film su  temi epocali, sui quali  il cinema italiano è stato assente, o quasi. In tutti i miei film c’è una cura particolare alla fine, alla conclusione della storia. E’ in quel momento che il film “precipita”, che il senso del film si deposita nell’animo dello spettatore. Un film che non lascia traccia nella sensibilità dello spettatore, è solo tempo perduto. Organizzo tutta la narrazione con lo scopo di lasciare allo spettatore un “deposito” emotivo, che lo faccia però riflettere, che lo faccia uscire dalla sala con un’esperienza in più, con una conoscenza in più sul mondo.

Cino con Ferdinando Rey e Franco Nero sul set di “Diceria dell’untore”

I tuoi film affrontano temi seri e impegnativi. Hai mai realizzato un film leggero, comico?

Ci sono tanti registi che amano realizzare film leggeri! Sai cosa diceva Truffaut..? Che per fare certo cinema non bisogna essere idioti, ma che bisogna avere però una certa…ingenuità. Ecco, io non ho questa ingenuità.

C’è un film che avresti voluto fare ma non sei riuscito a realizzare per ragioni economiche?

L’unico film che non ho realizzato e che sento ancora come una ferita aperta è “Le Parrocchie di Regalpetra”, dal libro di Sciascia. Perché era già finanziato, perché erano già stati spesi molti soldi, e perché qualcuno ha commesso un atto ingiusto.

Qual è il tuo rapporto con la Sicilia 

Sono andato via da Caltanissetta nel novembre del 1967, e per quasi 20 anni non ci sono più tornato. Sono più legato a Racalmuto, il paese della mia infanzia, dei miei amici di infanzia. Nel corso degli anni il Comune ha organizzato delle proiezioni dei miei film. Amo Palermo, la considero una specie di moderna Samarcanda. Andrebbe ancora raccontata, senza i facili  stereotipi di tanto cinema “made in Sicily”.

Beppe Cino a Racalmuto

Quali consigli ti senti di dare ad un giovane che vuole fare il regista cinematografico?

Di studiare molto, di essere curioso del mondo, di provarci.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il progetto più importante per il futuro è quello di tutti, cioè vivere. Negli ultimi  anni ho scritto tre diverse sceneggiature che per vari motivi non si sono realizzate. Ne sto scrivendo una quarta.

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