Willy Wonka

da | 1 Mag 22

Il racconto della domenica

Alberto Todaro

Ma sì, avrò avuto una decina d’anni. Non ricordo perché mi trovavo a casa di mia nonna. Be’, in realtà io sono cresciuto da mia nonna, ma di solito stavo lì di mattina. Quella doveva essere un’occasione particolare, visto che ci stavo trascorrendo tutto il giorno e per dei giorni interi. Probabilmente qualcosa che aveva a che fare con un ricovero di uno dei miei genitori e allora sarò stato temporaneamente alloggiato lì. Francamente non ricordo.

Negli anni spensierati della mia infanzia, noi bambini uscivamo regolarmente da soli per strada, andavamo a scuola da soli, a comprare il pane e a buttare l’immondizia da soli, pertanto in uno di quei pomeriggi decisi di andare in giro per la città. Non esattamente a zonzo. In realtà, sapevo bene dove recarmi. Volevo andare in biblioteca, non c’ero mai stato. Ne avevo sentito parlare da qualche compagno di scuola. Dicevano che tu andavi là, sceglievi un libro tra le centinaia che ce n’erano sugli scaffali, te lo mettevi su uno dei grandi tavoli e potevi passare le ore a leggere. Poi ne prendevi un altro, poi un altro ancora… Così, finché ne avevi voglia. Però poi li dovevi mettere a posto, o forse no, li mettevano a posto gli addetti. Ma soprattutto dovevi fare silenzio. Dicevano che in biblioteca si doveva fare silenzio se no gli altri avventori si arrabbiavano.

Potevi fare anche un’altra cosa, in biblioteca. Portarti un libro a casa, se volevi. No, non te lo regalavano, te lo prestavano. C’era una signorina al bancone dell’ingresso; le portavi il tuo libro, lei tirava via una cedola dalla terza di copertina, scriveva qualcosa su un librone, il tuo nome, cognome, telefono e poi ti dava il tuo libro. E ti diceva quando dovevi riportarlo, forse dopo due settimane, se non ricordo male. Non potevo non andare in biblioteca, era un’esperienza da fare assolutamente.

Non è che allora mi piacesse particolarmente leggere, però guardare figure sì. Soprattutto di sport e di geografia. Stavo ore intere con l’atlante geografico De Agostini aperto sul tavolo della cucina di casa, imparavo le capitali (con le quali facevo le gare coi miei compagni), fantasticavo di viaggi. Oppure i campioni dello sport, non necessariamente del calcio.

La biblioteca si trovava in un palazzone alla fine del lungo viale, nei cui scantinati dopo qualche tempo ci aprirono una discoteca (immagino la gioia degli inquilini di quel palazzo!) ma io non avevo alcun problema a camminare a piedi e a marciare per chilometri, anzi mi piaceva molto. Potevo fermarmi alla botteguccia a comprare il ghiacciolo, sostare nella grande piazza dove si giocava sempre a calcio, guardarmi in giro, salutare coetanei (sono sempre stato un gran salutatore io).

Ebbene, arrivo in biblioteca. L’ambiente non era certo dei più accattivanti, lo spazio lasciato alla fantasia di un bambino era equivalente a zero. C’era un odore strano, che più tardi avrei riconosciuto come l’odore dei libri. Quello era un po’ stantio ma vabbè. La biblioteca si trovava in dei magazzini. Entravi e c’era il banco dell’addetta, quella che scriveva sul librone. Dopodiché, giravi sulla destra e inaspettatamente (almeno la prima volta) ti trovavi davanti diverse schiere di scaffali rigurgitanti di libri e tra le file degli scaffali, c’erano dei lunghi tavoli dove già qualcuno aveva preso posto e leggeva i suoi libri. Giornali anche; scoprii in quel momento che in biblioteca si poteva anche leggere il giornale.

Non sapevo da dove cominciare. Mi aggiravo concentrato tra gli scaffali. A un certo punto mi imbattei nello sport. Tirai fuori un libro con molte fotografie sulle Olimpiadi di Roma del 1960. Lo sfogliai con piacere. C’era Abebe Bikila, il maratoneta scalzo, Livio Berruti, il corridore con gli occhiali, Wilma Rudolph, che da piccola aveva avuto la poliomielite. Poi lo posai e ne presi un altro. Funzionava davvero così la biblioteca, constatai. Dopo ancora, continuai il mio giro da neofita tra i ripiani e finii nel reparto dei libri per ragazzi. Cominciai a leggere i titoli sulle coste. Alcuni li conoscevo già perché li avevo a casa (anche se non li avevo letti): L’isola del tesoro, Capitani coraggiosi, Viaggio al centro della Terra, Kim.

Improvvisamente lo vidi o forse fu lui che vide me e mi venne addosso: Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato. Lo tirai fuori e cominciai a rigirarmelo tra le mani. Aveva una copertina nera, lucida e rigida. Avevo sentito parlare vagamente di quella storia e mi sembrava interessante, ma il libro no, non l’avevo mai visto. E ora invece era tra le mie mani. Aprii la copertina, sfogliai qualche pagina cercando di trovarci chissà che ed a un certo punto ebbi la folgorazione: me lo faccio prestare. Sicché un po’ impaurito e certamente pieno di vergogna andai al banco (che allora non si chiamava ancora Reception!). Avevo paura, sì, lo ricordo bene ma intanto volevo sperimentare se quello che dicevano i miei compagni fosse vero, cioè che ti potevi davvero portare il libro a casa. Pertanto, andai dalla signorina e timidamente le chiesi se potesse prestarmi quel libro. Era il tempo in cui ancora guardavo tutti dal basso verso l’alto e questo non aiutava, ma contrariamente a quanto immaginavo, la signorina fu gentile. «Ma certo», rispose. «Fammi segnare alcune cose e te lo puoi portare. Ricordati di restituirlo tra quindici giorni», precisò. «Sì sì sì», balbettai.

Era fatta. I miei compagni avevano ragione. Si potevano prendere libri a proprio piacimento dalla biblioteca e portarseli a casa. E poi riportarli indietro, certo. E forse fu questo obbligo alla restituzione che mi creò un’ansia pazzesca sulla via del ritorno. Tenevo quel libro come fosse il Sacro Graal, temevo di perderlo o di danneggiarlo. Stavolta la signorina sarebbe uscita al naturale e mi avrebbe punito violentemente. Fortuna che i miei timori si rivelarono infondati. Arrivai a casa di mia nonna con il prezioso volume sotto il braccio e senza disavventure di sorta. Willy Wonka era salvo ma adesso veniva la parte più impegnativa: la lettura.

Nel tardo pomeriggio mi misi in poltrona, o più probabilmente in ginocchio su una sedia, e cominciai. Improvvisamente il demone della lettura si impadronì di me. Leggevo, leggevo, leggevo senza riuscire a smettere. Le pagine si susseguivano così come i biglietti dorati per entrare nella fabbrica di cioccolato e nel mondo incantato di Willy Wonka. La sera cenai, feci tutto con regolarità ma con la testa al libro che avrei dovuto continuare. Sdraiato sul letto, tenendo il libro sopra la faccia, proseguii nella lettura. Ero affascinato. Fu la mia prima vera esperienza di lettura. Avrei conosciuto Aureliano Buendìa, Holden Caulfield, Giovanni Percolla e tanti altri ma il ragazzino povero che trova il biglietto dorato non l’ho scordato mai più. La mia prima esperienza di rivincita del proletariato, benché grazie a un forte colpo di culo.

Finii il libro. Esatto, in tarda serata finii il libro ed ero al settimo cielo, soddisfatto e sereno.

L’indomani tornai vittorioso alla biblioteca per restituirlo. Speravo che la signorina si ricordasse di me e mi riconoscesse come un lettore di prim’ordine. «Buona sera. Sono venuto a riportare il libro». «Bene», disse la donna, «non ti è piaciuto?» «Mi è piaciuto. L’ho finito», risposi. «Come, l’hai finito? È impossibile». «Ma no, le dico che l’ho letto tutto». «Impossibile!», tagliò corto. Ci rimasi malissimo, non mi aveva creduto. Capii che insistere non avrebbe sortito alcun risultato. “Brutta cretina”, pensai. Io il libro lo avevo letto veramente, a casa di mia nonna, con i miei genitori in ospedale; non mi era costata una gran fatica perché mi era piaciuto un sacco, però l’avevo letto davvero. Avevo speso tante ore e mi ero addormentato tardi. Perché non mi credeva? “Brutta cretina”. Lo sapevo che era una megera; dietro a un’apparenza gentile, si nascondeva una strega malefica. Ero dispiaciuto e delusissimo, avevo voglia di piangere.

«Vuoi prenderne un altro?» Ne avrei preso volentieri un altro.

«No, grazie. Buona sera».

«Ciao».

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