Totò, Aldo, Nenè e gli altri. La fortuna di crescere tra gli zii di Sicilia

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IL RICORDO Per i quarant’anni di Malgrado tutto, carrellata sui nomi e i volti di quanti volevano bene al giornale e ai suoi ragazzi. Da queste pagine è passato anche il testimone di generazioni che hanno lasciato lezioni importanti e il valore delle piccole grandi cose. Un rondò di affetti e conoscenze

Malgrado tutto non è soltanto un giornale. Malgrado tutto è anche una famiglia attorno al quale, fino a pochi anni fa, gironzolava un rondò di zii di Sicilia che hanno amato e coccolato queste pagine. Personaggi indimenticabili del gran teatro di un mondo che non c’è più, radunati attorno ad un giornale e ai suoi animatori come dentro le Macchiette Parigine di Navarro della Miraglia. Zii di Sicilia, maestri affettuosi e severi che ci hanno insegnato tante cose, ma soprattutto che non c’è felicità senza virtù. Uomini di “tenace concetto” legati in qualche modo tra loro per il grande amore per Racalmuto e tutti vicini al mondo letterario e all’impegno morale e civile di Leonardo Sciascia, zio tra gli zii. Per chi come me ha avuto la fortuna di seguirli da vicino per un ventennio, non può che ricordarli, qui ed ora, e in questa felice occasione – dei quarant’anni del giornale e miei – con quello spirito proprio di felicité di cui tanto ci ha detto Diderot.

Che dire del professor Salvatore Restivo, insegnante alle elementari e animatore culturale, l’anima di questo giornale, colui il quale manteneva i rapporti con i racalmutesi nel mondo. Lo ricordo ogni volta che preparavamo un numero in uscita. Stava lì, in tipografia: aspettava la bozza delle pagine con trepidante attesa dopo il lavoro che per tanti anni fece un altro zio del giornale, Lillo Bruccoleri, collaboratore di Lillo Vitello. Il professor Totò Restivo correggeva, da buon maestro, piccoli refusi, qualche virgola in più. E curava nel dettaglio quella rubrica, “Album di paese”, tirando sempre fuori una vecchia foto o il ritratto di un personaggio illustre. Molti, ci diceva, vogliono rivedere il paese com’era. Un anfitrione della memoria che ci ha inculcato, come hanno fatto mamma papà e nonni, la passione e l’amore per il nostro paese.

Salvatore Picone e Aldo Scimè alla Noce nel 2012

E che dire del galante dottor Aldo Scimè, tra i più grandi amici di Sciascia, giornalista Rai di grande vaglia e alto dirigente dell’assemblea regionale siciliana e di importanti istituzioni culturali dell’isola. Chiamava ogni volta che tornava alla Noce. Pomeriggi interi a conversare del passato, dei suoi incontri, del suo amico Nanà. Ci ha insegnato il valore della libertà e la felice arte della mediazione intesa come ce la spiega il Tommaseo, e cioè “considerare attentamente coll’intelletto alcuna cosa”. Ai ragazzi della scuola media di Racalmuto, che lo andarono a trovare un giorno di maggio del 2011 in campagna per intervistarlo, li invitò ad essere “cittadini onesti”. Negli ultimi tempi si commuoveva spesso, anche quando guardava una palma che moriva col punteruolo o il fiore di un oleandro al tramonto. Come si commosse quando in tipografia vide tra i primi il numero speciale sulla morte di Sciascia o quando, assieme ad un piccolo gruppo ristretto, ci accompagnò dalla signora Maria Andronico Sciascia, moglie dello scrittore, per la consegna, nella casa di viale Scaduto, della cittadinanza onoraria di Racalmuto. Malgrado tutto era un simbolo anche quando ci presentava ai suoi amici come i “ragazzi” del giornale, i ragazzi di Racalmuto. Durante una chiacchierata a Villa Whitaker, dove presiedeva la Fondazione, propose a Vincenzo Consolo di pubblicare in volume le interviste che avevo fatto all’autore di Retablo (poi finite in quel libretto, Di zolfo e di spada); e ci presentò così a Giuseppe Tornatore quando lo incrociammo in aeroporto durante il viaggio che ci portò ad Hamilton, tra i Racalmutesi che vivono in Canada. Dalla terrazza della sua amata campagna, ci invitava a guardare e a guarire il nostro piccolo mondo.

Ad osservare invece le cose del mondo, sempre dalla Noce, ci invitava Emanuele Cavallaro, Nenè, tra i più importanti operatori della Rai in Sicilia, che dopo aver girato in lungo e in largo questo pianeta trovava felicità e serenità davanti ad una frittata di asparagi appena raccolti in compagnia di un pugno di ragazze e ragazzi.
Mi commuove pensare al professor Giuseppe Nalbone, importante radiologo a Palermo, benefattore con una grande passione per la Storia del suo paese d’origine. Ci ha insegnato ad essere precisi ed onesti quando si raccontano le vicende storiche di una comunità, fosse anche di una piccola e sperduta chiesa di campagna. Come nei Promessi sposi, il suo animo tornava sempre sereno al Serrone dove riunì e studiò faldoni di carte d’archivio, frutto delle sue lunghe ricerche (molte delle quali fatte con Calogero Taverna e condivise con Giovanni Di Falco, Nicolò Macaluso, Pietro Tulumello e Angelo Cutaia, anche loro zii e amici del giornale) per regalarle alle nuove generazioni attraverso i suoi scritti pubblicati nel corso degli anni.
Il nucleo degli zii si allargava pure a chi, come a tanti in paese, ci chiamava “Nipù”: tutti nipoti per l’arciprete Alfonso Puma che, con un giovane Don Diego Martorana, vide nascere il giornale in ciclostile e che seguì fino alla fine quando, poco prima di morire, ci consegnò una specie di testamento spirituale per farlo arrivare ai suoi concittadini: “La Matrice è la casa di tutti”, intendendo anche il gran valore dei documenti dell’archivio storico che ha gelosamente custodito, memoria antica del paese e dei paesani, da fra Diego La Matina ai nostri giorni. E ci fu chi, come Calogero Terrana, con la sua “Piccola Galleria”, ci insegnò anche a leggere “dentro” le opere d’arte, a scrutarne significati e misteri.

Tutti amici e sostenitori di Malgrado tutto. Zii di Regalpetra. Personaggi – e ce ne sarebbero altri da ricordare, come quelli che tenevano il giornale sulle gambe, seduti a fumare nelle poltrone del Circolo Unione, penso ai professori Lillo Savatteri, Guglielmo Schillaci e Nicolò Giangreco – che avevano trovato in qualche modo, senza saperlo, il loro autore nel paese dove, grazie anche a questo giornale, realtà e letteratura si confondono. Una vita dentro un gioco di specchi. E l’aver fatto in tempo a conoscerla, a viverla e a raccontarla a mia figlia Giada, è per me motivo di felicità. E pungolo per andare avanti.

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