“Per la prima volta è partito triste. Ma aveva un senso profondo del dovere”

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Sebastiano Tusa, il racconto della moglie: “Avevo presentimenti. Che beffa, era felice perché guarito da un tumore..”

Sebastiano Tusa e la moglie Valeria Patrizia Li Vigni in visita la scorsa estate nella miniera Italkali di Racalmuto

“Appena atterro ti chiamo e ti sveglio, mi aveva detto sabato sera, da Fiumicino, sull’aereo in partenza per Addis Abeba. E invece la domenica è cominciata muta, senza nemmeno un messaggio. Con un presentimento cupo. Anche se gli amici incontrati a messa dicevano di non preoccuparmi perché le cattive notizie arrivano subito. Ed è arrivata, distruggendo la mia vita…”.

E’ un racconto rotto da un’emozione profonda quella di Valeria Patrizia Li Vigni, la signora dell’arte a Palermo, direttrice di Palazzo Riso, il gioiello d’arte contemporanea dove venerdì aveva presentato con il marito- assessore l’ultima mostra pop. Prova di un’intesa che adesso è un rimpianto.

 Un presentimento…

“Io avvertito il disastro in arrivo. Mi sentivo sola. Perché non mi telefona? Né lui voleva partire. Per la prima volta è partito triste. Ma aveva un senso profondo del dovere, dell’archeologia come messaggio di pace, cemento fra i popoli e le loro storie”.

La notizia è arrivata durante la Messa?

“Poco dopo. A casa di due amici che mi hanno un po’ costretta ad accettare l’invito a pranzo. Poi, la prima telefonata dal capo di gabinetto dell’assessorato. E poi un crescendo culminato nelle parole di una signora della Farnesina: condoglianze. Atroce. Conferma definitiva di una paura che adesso mi pare maturasse da tempo dentro di me”.

Cos’era successo?

“Ero a Bologna pochi giorni fa con mio marito, al Mambo, il Museo d’arte moderna. Siamo entrati in contatto con i responsabili della mostra per la strage di Ustica, l’aereo Itavia precipitato nel 1980. Una rassegna toccante. E io ho detto che l’avrei portata a Palazzo Riso. Ma si rinnovò la pena per quella tragedia fra me e Sebastiano. Quella tristezza, senza dircelo, ce la siamo portata dietro pensando agli amici perduti”. (E mentre parla guarda nel salotto di casa il suo amico commosso Angelo Imburgia, l’ex presidente dell’aeroporto di Palermo che in quella sciagura perse la moglie Marina).

Suo marito non mollava, deciso a continuare fra musei e parchi di tutto il mondo?

“Terrorizzata per alcune mete a rischio, gli dicevo di rallentare. Lo scoraggiavo ad andare in Libia, nelle aree pericolose della Cirenaica. E lui a tirare fuori la sua ironia: ‘Se mi sequestrano, prepara gli striscioni da appendere a piazza Politeama’. E dettava il testo: ‘Liberate il grande archeologo Tusa’. Ci ridevamo su. In questa casa dove non accadrà più”.

Resta tanto lavoro da continuare, dicono i suoi colleghi.

“Dobbiamo subito proseguire e completare il libro sulla battaglia delle Egadi. In parte perduto per un clic sbagliato. Il suo cruccio. Aveva promesso a se stesso di rifugiarsi nella sua adorata campagna di Libertinia, sulla strada per Catania, e ricostruire tutto”.

Ci proverà lei?

“Ci proverò, ma adesso sono disperata. Io qui, nell’impossibilità di fare qualsiasi cosa per aiutarlo. E lui, abbandonato laggiù, finito così, per una beffa del destino, dopo la felicità di avere superato una malattia e due operazioni ai polmoni”.

Dal Corriera della Sera, 11 marzo 2019

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