Leonardo Sciascia: i giornali locali facciano “opposizione concreta”

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Dall’archivio di Malgrado tuttoL’intervento dello scrittore al dibattito sul ruolo della stampa locale organizzato dal nostro giornale il 13 gennaio 1985. 

Da sx Egidio terrana, Calogero Savatteri, Alfonso Di Giovanna, Leonardo Sciascia, Salvatore Marchese, Aldo Scimé, Felice Cavallaro

Da sinistra: Egidio Terrana, Calogero Savatteri, Alfonso Di Giovanna, Leonardo Sciascia, Salvatore Marchese, Aldo Scimé, Felice Cavallaro

Posso cominciare con un aneddoto che è piuttosto significativo: uno dei più intelligenti, colti ed onesti giornalisti italiani, che si è trovato a dirigere uno dei più grandi giornali (Alberto Cavallari, direttore del Corriere della Sera, n.d.r.) di questo paese, quando ci incontravamo proprio nel tempo in cui lui dirigeva questo giornale, facendo delle considerazioni sulla situazione italiana o su situazioni particolari del nostro paese, a conclusione delle sue considerazioni mi diceva sempre: «Ci vorrebbe un giornale». Questo vuol dire che il giornale che lui dirigeva non corrispondeva ai suoi intenti e non consentiva di dire quello che lui voleva dire. A me questo pare molto significativo e credo che lo si possa ripetere considerando la stampa nazionale: ci vorrebbe un giornale.

Perché in Italia col caso Moro in effetti la libertà di stampa è venuta a mancare: questa è una terribile e grave verità. Col caso Moro la stampa italiana si è uniformata; è un po’ diventata come ai tempi di quello che è chiamato il «Minculpop», per dire Ministero della Cultura Popolare del tempo fascista quando si diramavano le veline e ogni giornale era tenuto a rispettare quell’ordine. Le veline non ci sono state credo nemmeno durante il caso Moro; però la stampa italiana ha acquistato una uniformità, un conformismo che ancora oggi continua: prima uno che voleva farsi un’idea di una cosa acquistando tre o quattro giornali poteva farsela; oggi basta acquistarne uno; per non farsi l’idea, non per farsela.

G.A.-Borgese-low

Giuseppe Antonio Borgese

Voglio ricordare anche, per chi non lo conosce, che c’è un libro sul fascismo scritto da un grande intellettuale italiano, Giuseppe Antonio Borgese, in cui tra l’altro è raccontata come finì la libertà di stampa in Italia: non c’è stata nessuna legge che la facesse finire. E’ finita automaticamente, per conformazione e conformismo. Questa è una considerazione preliminare: in Italia ci vuole un Giornale.

Per fortuna contemporaneamente a questa carenza sono nate iniziative locali, che però non possono sostituire la mancanza di una grande stampa nazionale libera, non conformista, capace di passare al vaglio critico tutto. Non lo possono sostituire, però è già qualcosa. L’importante è che ogni giornale di questo tipo resti un giornale locale; che non dia fondo ai problemi del mondo e della nazione, ma che osservi criticamente e onestamente la realtà locale.

Che poi da ciò, tirando le somme, si può anche estrarre una verità di più ampio respiro.

Il giornalismo in questi anni ha subito, bisogna riconoscerlo, anche una certa degenerazione.

La sentenza della Cassazione ci irrita perché è una sentenza (sentenza della Cassazione dell’ottobre 1984 nella quale si sancisce che il giornalista anche quando ritiene che la fonte sia attendibile e qualificata ha il dovere di controllare la verità della notizia). Ma se fosse nata come deontologia professionale, come morale professionale dentro il giornalismo stesso, sarebbe una delle cose più sacrosante da dire e da osservare.

Io ho citato spesso come esempio di giornalismo quello che, tra l’altro, racconta un grande giornalista americano del New York Times, Herbert Matthews, un uomo che si è trovato sempre dalla parte giusta. E se il suo paese avesse seguito le indicazioni date da questo giornalista, si troverebbe oggi ad avere meno problemi (per esempio riguardo a Cuba e Fidel Castro).

Matthews, che ha scritto una specie di manuale attraverso il racconto della sua esperienza, ha scritto un manuale del giornalismo, se così si può dire. E racconta un episodio molto significativo per dire che cosa è il giornalismo. Lui che si è trovato sempre dalla parte giusta, si trovò anche dalla parte della Repubblica Spagnola: perché i giornali americani avevano inviati che stavano dalla parte di Franco e inviati che stavano dalla parte della Repubblica.

Da sx un soldato repubblicano, Herbert Matthews e Robert Hemingway in una foto di Robert Capa

Da sx un soldato repubblicano, Herbert Matthews e Ernest Hemingway in una foto di Robert Capa

Matthews aveva una grande simpatia per la causa repubblicana, ma comunque faceva il suo mestiere di giornalista con assoluto scrupolo. Un giorno i giornali che avevano corrispondenti dalla parte di Franco, diedero la notizia che un paese, un piccolo paese spagnolo era stato occupato dalle truppe franchiste. Mathews sapeva che non era vero. Allora prese la macchina e andò in quel paese e dall’ufficio telegrafico fece un telegramma al New York Times per dimostrare che quel paese era ancora in mano ai repubblicani. Quando uscì dall’ufficio telegrafico le avanguardie fasciste stavano entrando dall’altro capo della strada, però Matthews dice: «Io ho smentito la notizia». Perché il giornalismo è questo. È la verità del momento; e quell’ora il paese non era ancora in mano ai franchisti, un’ora dopo lo era, ma Matthews smentì la notizia. Ecco, questo è il giornalismo praticato con oggettività, con serenità, con scrupolo. Oggi invece il giornalismo si pratica in un certo modo, e specialmente in rapporto all’amministrazione della giustizia, che è una cosa su cui si deve vigilare più intensamente e anche a livello locale.

Leonardo Scoascia (Foto Ferdinando Scianna)

La carenza che ritrovo nei giornali locali è questa: poca attenzione all’amministrazione della giustizia e tanta attenzione a episodi di sottocultura.

Ci si deve augurare che questi giornali siano sempre più attenti ai fatti locali e facciano «opposizione»: i giornali nazionali, i grandi giornali e anche quelli medi, sono diventati ingovernabili per la presenza e la compromissione partitica. I giornali locali dovrebbero fare opposizione seria sui fatti quotidiani, sulle cose da fare, prendendo così il ruolo di opposizione vera che in molte amministrazioni viene mancando.

Opposizione quindi non per principio, per il gusto di farla: ma opposizione sulle cose concrete.

Da Malgrado tutto, aprile 1985

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One Response to Leonardo Sciascia: i giornali locali facciano “opposizione concreta”

  1. Gaetano Restivo Rispondi

    22/11/2014 a 7:04

    Ho trascritto io l’intervento dello scrittore e mi sembra ieri…

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