L’Archeologo Marino che mostrava al mondo le bellezze della Sicilia

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Sebastiano Tusa, dall’impegno politico al libro letto la sera prima di partire.

Sebastiano Tusa

Se ne è andato nel peggiore dei modi l’ambasciatore della Sicilia nei musei e nei parchi archeologici del mondo. Con un aereo precipitato nel cuore dell’Africa mentre, ancora una volta, Sebastiano Tusa, 66 anni, subentrato l’anno scorso a Vittorio Sgarbi come assessore ai Beni culturali, volava per sbandierare le bellezze e le capacità tecniche della sua regione. Fiero di avere inventato in Italia la prima “sovrintendenza del mare” coniugando la passione per le pietre antiche, ereditata da un altro archeologo di primo piano, il padre Vincenzo, con quanto aveva imparato dai pescatori di Selinunte.

Con i suoi occhiali tondi color giallo senape, nella sua casa con le vetrate aperte sul monumento a Ignazio Florio, aveva limato sabato mattina la relazione per il convegno Unesco caricando il power point su una pen drive. E alle tre del pomeriggio via con il trolley verso l’aeroporto. Come ogni settimana. Come aveva fatto venti giorni fa per l’inaugurazione della mostra su Antonello Da Messina accanto al sindaco di Milano, convincendo qualche politico dubbioso a cedere le opere perché certo di “un ritorno mediatico per la Sicilia”. Parole ripetute a conferma di una filosofia che lo portava a trasformare ogni occasione in una vetrina per esporre il meglio della sua isola e catturare attenzione.

Come accadde nel 2000 al Vinitaly di Verona dove rubò la scena presentando per la prima volta una bottiglia millenaria, un record irraggiungibile da ogni blasonata cantina. Bottiglia recuperata all’interno del relitto di una nave tra i fondali di Favignana con il vino d’epoca ancora intatto. Tema di un capitolo del libro che Tusa non è riuscito ad ultimare perché, per un pasticcio del computer, metà è volata via. Ma si sono salvati un centinaio di pagine e il titolo, La battaglia delle Egadi, culmine della prima guerra punica del 241 a.C., studiata per anni, a cominciare da quell’epilogo datato 10 marzo, per una coincidenza del destino giorno del nuovo disastro.

Con l’approccio garbato e l’eloquenza di chi incantava gli studenti di tante università, insisteva sulla necessità di favorire le immersioni di un gruppo di archeologi adeguatamente attrezzato. Ed ottenne il via libera alla sovrintendenza, presidente Totò Cuffaro. Pronto comunque a collaborare fuori dagli steccati ideologici pur venendo dalla sinistra, come vicino al Pci fu il padre Vincenzo. Cedendo per un attimo alle lusinghe di Fini con una candidatura andata a male per il consiglio comunale di Palermo. Ma forse ha ragione Sgarbi a ripetere che “lo scienziato si era fatto politico continuando a vedere la storia e il mondo senza calcoli e strategia, per amore della bellezza, per la certezza che il mondo antico in Sicilia era ancora vivo”.

Per farlo sapeva di dovere cercare conferme oltre i confini dell’isola dove il governatore Nello Musumeci lo aveva cooptato come assessore. Deciso a non rallentare i contatti soprattutto con l’altra sponda del Mediterraneo. Come prova l’ultimo libro letto la sera prima di partire, rimasto sulla scrivania, uno studio sui flussi migratori, “L’Africa in giardino”.

foto da internet

Dal Corriere della Sera, 11 marzo 2019

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