“La ricetta del successo? Onestamente non so. Il mio rimane un mistero, ti giuro”

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Così Andrea Camilleri in una intervista, del 2012, rilasciata a Salvatore Ferlita. Il ricordo di Enzo Sellerio, il libro ancora da scrivere, il Nobel, il suo rapporto con Vincenzo Consolo

Salvatore Ferlita con Andrea Camilleri

“Una rivista di arte e cultura a Palermo: attacco di santità o di follia?”. Forse di tutte e due le cose insieme. Inizia al contrario quest’intervista ad Andrea Camilleri, con lui che fa la prima domanda.

Ma proviamo subito a rientrare nei ranghi: dopo Elvira, anche Enzo Sellerio, per dirla con Gadda, s’è reso defunto. Che ricordo custodisci di questo strano e solitario intellettuale-fotografo?

“L’ho conosciuto prima di Elvira, voglio dire prima che nascesse la casa editrice. In quanto fotografo, appunto. A Palermo avevamo simpatizzato subito: a questo proposito, ho un ricordo che non riesco a mettere a fuoco, anche perché smentito da Elvira. Riguarda la madre di Enzo, che negli anni ’43-44 bazzicava all’Università. Sono convinto di averla conosciuta lì. Mah! Avevamo, io e Enzo, amici comuni, come Marcello Carapezza o Giuseppe Montalbano: ci vedevamo nella villa di quest’ultimo, in via Marchese Ugo. In quegli anni meravigliosi, di lì passò pure Sandro Penna, che vendeva scarpe: era il 1947. L’amicizia vera con Enzo è nata poi con la casa editrice, ed è continuata con la sua casa editrice, dopo la rottura con Elvira. Ho scritto qualcosa per i libri bellissimi sulla Sicilia che stampava, di una bellezza incredibile. Fu per me un amico vero, autentico, sincero. Ogni volta che andavo a trovare Elvira, dovevo per forza passare da lui. Prima che tu arrivassi (siamo nella casa romana di Camilleri, all’indomani della morte di Enzo Sellerio, n.d.a.), lo stavamo commemorando privatamente, io e mia moglie. La quale ha detto una cosa molto bella e significativa: negli ultimi anni, notava lei che non è siciliana, si era, ‘Come si dice in siciliano? Stufato, seccato della vita’. Allora intervengo io: ‘Siddiatu?’. ‘Perfetto, risponde mia moglie: negli ultimi tempi si era siddiatu della vita’. Che coppia formidabile, lui ed Elvira. Mi viene da dire che Antonio ed Elvira sono doppiamente orfani, con due genitori così. La loro mancanza sarà doppia”.

Tra un po’ a Palermo si voterà: le primarie e poi, a maggio, le elezioni. Come vedi da qui la città, i suoi fermenti, la lotteria dei nomi papabili?

“Sono poco informato, sinceramente. Non è che la cosa mi interessi tanto, lo dico con la stessa sincerità. M’è capitato di registrare una sorta di stanchezza, dopo Berlusconi. Ho tirato un respiro di sollievo e per ora preferisco sottostare ai sacrifici imposti. Riguardo all’equità promessa però…”.

Ti senti di formulare un augurio per Palermo?

“La stagione Orlando è stata una bellissima esperienza. Ma non è che i miracoli devono essere ripetuti con gli stessi santi. Se si vuole, anche altri venerabili possono industriarsi per realizzare cose straordinarie. Nell’amministrazione di una città, il peggior male è rappresentato dall’inerzia. Che rappresenta un vuoto pericolosamente occupabile da qualsiasi cosa. So che è in corsa Rita Borsellino: a mio avviso andrebbe benissimo. Queste donne dovrebbero finirla di dire che in Sicilia sono gli uomini a comandare”.

È uscito da poco con Sellerio il volume enciclopedico intitolato Tutto Camilleri: sono ottanta i titoli annoverati, una produzione vertiginosa. Come si fa a scrivere una roba del genere?

“Io stesso mi sono spaventato contando i titoli delle mie opere: sai che l’ipotesi formulata recentemente da un lettore, in una lettera indirizzata a Antonio D’Orrico del Corriere della Sera, è che io mi circondi di ghost writer. Ha detto bene D’Orrico, rispondendo al lettore: eccolo là (Camilleri indica con la mano una piccola statuina in gesso, che si affaccia da una mensola, n.d.a.) il mio ghost writer, San Calogero, San Calò per dirla affettuosamente”.

La verità?

“La verità è che si tratta del frutto di una elaborazione continua fatta da un vecchio pensionato. Alla fine, al computer scrivo come sotto dettatura. Alle storie da narrare penso continuamente, è una sorta di monomania. Mi limito, alla fine, a mettere ordine a tutto quello che vado elaborando. Certo, poi ci rimetto mano. Tutto questo rende più facile, più scorrevole la mia scrittura. Che ci posso fare: ho questa incredibile capacità di elaborazione di storie esistenti. Difficilmente elaboro racconti dal nulla. Le notizie della cronaca, praticamente, lavorano dentro di me”.

Di recente hai ricevuto riconoscimenti importanti. Le male lingue dicono però che ti manca il Nobel per la consacrazione definitiva. A questo proposito, Leonardo Sciascia, al quale una volta, per metterlo in difficoltà, chiesero il motivo per cui non gli avessero ancora dato il massimo riconoscimento, rispose: Perché pensano di avermelo già dato. Sottoscrivi?

“Certo che sottoscrivo. Il Nobel, dunque: è successo che gli scommettitori l’anno scorso mi avevano messo in lista, assieme a Umberto Eco. Ora, va detto che negli ultimi tempi questi accademici di Svezia hanno fatto una tale quantità di errori che capace che me lo danno. Non ci sarebbe altro modo per ottenerlo. Invece, scherzi a parte, avrebbero dovuto darlo a Luzi, dovrebbero darlo a Roth. La risposta di Sciascia è bellissima, la faccio subito mia”.

Lo scrittore siciliano che per motivi diversi va via, magari per inseguire tenacemente un destino non insulare, finisce spesso per rimanere imprigionato nella morsa della nostalgia. È anche il tuo caso?

“Anch’io ho grande nostalgia di tornare in Sicilia. Da due anni ormai non ci metto piede e ne soffro fisicamente. Mi resta un amico superstite della mia giovinezza, gli altri… Ho bisogno di andare al porto del mio paese, sentire parlare la gente. Fortunatamente Porto Empedocle è molto migliorato”.

Ma il tuo rapporto con la Sicilia, com’è? Me lo immagino tormentato assai…

“È un legame, il mio, fatto di amore e odio. Sono tante le cose della tua terra che ti fanno arrabbiare, e sono quelle che invece vengono sottolineate maggiormente. Come ad esempio la leggenda dell’immobilismo. Tra il Settecento e l’Ottocento l’Isola è stata un magma bollente di idee, congiure, propositi, morti ammazzati. Basta leggere il Consiglio d’Egitto, con la congiura giacobina. La cultura siciliana di quel periodo è stata davvero straordinaria. Perché queste cose non possono riprodursi?”.

Il libro che non hai ancora scritto?

“Vorrei scrivere un romanzo autobiografico, che racconti di un giovane che comincia a leggere e ad apprezzare presto la letteratura. Inizia ad amare gli scrittori, ad avere tante piccole patrie. In Spagna, in Francia, sulla base delle storie che legge. Però è un giovane fascista, e quando sente Mussolini attaccare la Francia e l’Inghilterra, si trova un po’ a disagio. Poi, nel 1942, il ragazzo viene invitato a Firenze al raduno mondiale della gioventù fascista. C’è un equivoco di fondo: molti dei giovani vengono da nazioni conquistate dai fascisti. Il tema del raduno è l’Ordine nuovo europeo. Pensa che queste piccole patrie possano unirsi. Ma la grande patria europea, per come viene concepita, è molto simile a una caserma, con un pensiero unico. Quando il ragazzo torna da Firenze, non crede più nell’Europa del fascismo”.

E col dopoguerra che succede?

“Arriva il dopoguerra, e sono già comunista. Le piccole patrie si allargano. Non c’è più la censura, ma si intravede un’apertura. Quando sento Togliatti attaccare le mie piccole patrie, ci resto proprio male e sono dalla parte di Vittorini e del Politecnico. Quando sento De Gasperi ed Einaudi penso: ecco finalmente le piccole patrie. Il ragazzo in età matura però si fa un’idea dell’astrattezza delle piccole patrie unite e della concretezza del denaro, meglio della moneta comune. E poi ha il tempo di assistere alla crisi e si domanda cosa sarebbe oggi l’Europa se fosse stata creata sulla base degli ideali prospettati da De Gasperi e da Einaudi? Avremmo ridotto la Grecia, ossia la culla della nostra civiltà, nelle condizioni in cui versa adesso? Quel ragazzo spera di tornare agli ideali di un unico, vero stato d’Europa, spera che la conclusione del romanzo non ci sia e che la vivano i suoi nipoti”.

C’è invece un romanzo che poteva riuscirti meglio?

“Sì, si intitola L’intermittenza. Avrei voluto svilupparlo molto meglio. La verità è che dopo un po’ io, delle mie cose, mi annoio”.

Però sinora non ti sei mai annoiato di sperimentare, di osare, di rischiare…

“Io ho avuto una comodità. Pragmaticamente, il fatto di pubblicare con due editori mi ha permesso di coltivare due tipi di lettori separati. Con Mondadori, posso sperimentare di più. Da Sellerio, i lettori sono più canonici. Attenzione, però: non si tratta di una volontà preconcetta, ma di una necessità, a seconda di quello che devo raccontare. Non si possono scrivere ottanta libri tutti con la stessa formula. Sarebbe una noia mortale. Ogni romanzo richiede una sua struttura specifica, la sua lingua”.

Come nasce un tuo libro?

“La prima cosa alla quale penso, appena formulo la possibile trama di un racconto o di un romanzo: ci sono i piloni pronti? Le arcate vengono dopo. Che forma dunque avranno i piloni? Che carico devono reggere? Il respiro del romanzo, poi: i capitoli, saranno brevi o lunghi? Ci sarà una scena di massa oppure un discorso a due? Oppure un discorso in cui l’autore interviene, o sarà meglio optare per un taglio extradiegetico? Insomma, un continuo rovello”.

Tra un po’ uscirà il secondo volume delle storie di Vigàta, sempre con Sellerio: da dove tiri fuori le vicende che racconti?

“Si intitolerà La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta. Scrivere questo tipo di racconti mi ha fatto ritrovare una certa felicità di scrittura. Il primo libro lo mandai a Elvira, le piacque moltissimo. Poi toccò ad Antonio, che mi disse: dal momento che di racconti così ne hai scritti diversi, perché non facciamo quattro volumi? Tre sono già pronti, il quarto quasi. Il fatto è che la Sicilia è un pozzo senza fondo di storie: basta aprire un qualsiasi libro di storia. Io ne prendo uno a caso e trovo un capitolo che riguarda le Vergini pericolanti. Già il titolo mi mette allegria. Siamo a Palermo nel Seicento, il numero delle prostitute aumenta vertiginosamente. In alcuni istituti vengono racchiuse le vecchie bagasce, con un regime rigidissimo. Poi si prendono le prostitute giovani e dopo le vergini pericolanti, appunto. Quelle di buona famiglia che però, per ragioni economiche, potrebbero… come dire, compromettersi. Il primo accertamento da fare è che non siano pericolate. Il tutto, quando imperversano peste e carestia. Non trovi che ci siano gli ingredienti giusti per scrivere una storia?”.

Sei una specie di Re Mida della letteratura: ogni cosa, in tuo possesso, può diventare racconto…

“Storie come queste per me sono un invito a nozze”.

E se invece ti chiedessi gli ingredienti della ricetta del successo?

“Onestamente non so. Il mio, ormai, dura da tanto tempo. Ma rimane un mistero, ti giuro”.

Poco tempo fa è venuto a mancare uno degli ultimi grandi scrittori siciliani: Vincenzo Consolo, col quale di certo non hai avuto un rapporto tranquillo…

“M’è dispiaciuto moltissimo, credimi. Ho addosso una grande amarezza, per aver provocato una sorta di risentimento, ma senza volerlo. Vincè, sinceramente lo dico. C’era in lui, nei miei riguardi, una forma plateale di rigetto. Però, appena poteva, se sentiva una mia dichiarazione politica, si diceva d’accordo. Non ho mai raccontato un episodio, che però, visto che siamo in tema di confessioni, te lo racconto in suo omaggio. Con Roberto Scarpa, a San Miniato, ho curato alcuni percorsi all’interno di Prima del teatro, una scuola europea per l’arte dell’attore. Per la settimana dedicata a Le parole del teatro, io avevo appena finito di leggere uno sfogo di Vincenzo contro di me: pensai di invitarlo. Lo chiamai, ma si fece negare. Allora chiesi a Roberto di contattarlo. Vincenzo disse di sì. Venne a San Miniato, parlò splendidamente. Appena finì di parlare, io uscii nel retro del teatro per fumare una sigaretta. Dopo un po’, uscì pure lui. Ci trovammo faccia a faccia, come in un western. Ci abbracciammo e ci baciammo. Lui poi riprese i suoi attacchi, ma continuammo a volerci bene, in fondo. Invece di perdere tempo con me, avrei voluto dirgli tante volte, perché non scrivi?”.

Forse s’è sentito soppiantato…

“Come si fa a soppiantare uno scrittore che ha stampato almeno tre opere di quell’altezza lì: La ferita, Il sorriso, Retablo. Uno così è inaffondabile. Quello che è scritto è scritto”.

Quali sono oggi gli scrittori siciliani che ti piacciono? Nino Vetri, di cui è appena uscito un racconto delizioso, Sufficit, è uno di questi, no?

“Certo, Nino Vetri: l’ho scritto che è bravo e divertente. Un altro che mi piace, ma che pare abbia mollato, è Giosuè Calaciura: perché non scrive più? E Santo Piazzese? In lui la pigrizia è tale… Devo forse scrivere io per tutti?”.

Cosa bolle nella tua pentola narrativa?

“Con Skira uscirà un libro su Edoardo Persico, uno dei massimi critici dell’architettura razionalista, trovato morto nella sua casa nel 1936, a trentacinque anni. Su di lui ho consultato una spaventosa quantità di documenti, tutti contraddittori. Si tratta di una figura enigmatica, il libro si intitolerà non a caso Dentro il labirinto. L’unico modo di uscire dall’empasse è provare a farne una narrazione. Così ci sarà una prima parte, in cui sono allineate alcune ipotesi; nella seconda parte, ci sarà la soluzione narrativa. Siamo sullo sperimentale spinto, no?”.

E il prossimo Montalbano?

“Si intitolerà Una lama di luce, uscirà a giugno. Ti basta?”.

Eccome.

Da “21 Magazine”, 2012

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