La bambina di Auschwitz

da | 27 Gen 20

In memoria dei circa 9.000 bambini deportati nei campi di sterminio..

Angela Mancuso

Non ricordavo bene come fossi finita lì. Non ricordavo bene più nulla. Ero lì e basta. Mi pareva di aver avuto un padre un tempo, e forse dei fratelli, due o tre, non ricordavo bene. Di sicuro dovevano essere stati più grandi di me, perché mi tornavano a volte in mente le immagini di due o più braccia che mi sollevavano da terra e anche di due o più spalle che mi sorreggevano e due o tre risate nelle orecchie. E da lassù tutto mi sembrava piccolo piccolo. Ma non ricordavo bene. Dovevo aver avuto anche qualcosa come una nonna o forse due, con le rughe profonde e i capelli azzurri e sui vestiti grigi il profumo del pane appena sfornato. Ma non ricordavo bene neanche questo.

Avevo avuto una madre, questo sì che lo ricordavo, perché era lì con me anche lei, ma non era come quella che ricordavo. Se ne stava tutto il giorno seduta a far niente, senza ridere e senza piangere e ultimamente non mi rispondeva neanche. Ogni giorno le spariva un pezzo di viso. Già, le spariva. Avete presente quando i bambini disegnano e se sbagliano qualcosa cancellano? Ecco, pareva che qualcuno le cancellasse un particolare, che so, un giorno un occhio, un altro giorno il naso. Ma mentre i bambini cancellano per ridisegnare in modo più bello, lì si cancellava e basta.

Nel campo dove stavamo prima erano tanti i bambini che disegnavano. Aveva un nome strano quel campo, Teresìn o Terezìn, qualcosa del genere, non ricordavo bene. Però ricordavo benissimo i disegni di quei bambini: farfalle, uccelli, fiori, campi verdi. Adesso, invece, non disegnava più nessuno, forse perché non c’era più niente di colorato cui ispirarsi. Un’altra cosa che non ricordavo più era il mio nome. Sapevo bene di aver avuto un nome un tempo e credo fosse anche un bellissimo nome, solo che ad un certo punto non lo ricordai più. All’inizio chiedevo a mia madre di chiamarmi, così avrei ripetuto tra me e me il mio nome per non scordarlo. Poi, un giorno, a mia madre cancellarono le labbra e così non poté più chiamarmi. E siccome non mi chiamava nessun altro io dimenticai definitivamente il mio nome.

Certo, raccontata così potrebbe sembrare che per me stare lì fosse molto triste. E invece no, perché con me c’era lei, Luna, la mia bambola. Il nome glielo avevo dato io e dunque finché avessi continuato a chiamarla almeno lei non avrebbe dimenticato. Luna era una bambola davvero bella, perché era mia. Aveva i capelli lunghi e biondi e gli occhi grandi. Non ricordavo chi me l’avesse regalata, credo una zia, dovevo aver avuto una zia o forse due o tre. In ogni modo era lì con me  e questo mi bastava. Aveva i vestiti strappati, ma a me questo non importava, perché tanto tutti avevamo i vestiti strappati. All’inizio le raccontavo tante favole, quelle che mi raccontava la mamma prima che le cancellassero le labbra. Poi, però, le scordai tutte. Tentavo di inventarmene qualcuna, ma siccome non c’era più niente di colorato cui ispirarsi ne venivano fuori storie troppo grigie e Luna si annoiava. Le canzoni le ricordavo ancora, perché dove stavamo prima cantavamo sempre e recitavamo e cucinavamo anche. E allora a Luna cantavo dei motivetti o recitavo piccole poesie, e lei sorrideva.

Avrei potuto continuare a vivere lì per sempre, mi ero abituata, avevo Luna e mi bastava. E invece un giorno vennero a prendermi. Non mi è proprio piaciuta quella stanza. Ma la cosa che più di tutte mi è dispiaciuta è stato perdere Luna. Mi è caduta proprio davanti alla porta. Ho cercato di tornare indietro a riprenderla, ma la signora che mi portava mi ha tirata dentro con forza. Allora ho alzato gli occhi per guardarla, per chiederle di riportarmi indietro a prendere la bambola, ma, poverina, le avevano cancellato tutto il viso, proprio tutto, e come avrebbe potuto sentirmi e rispondermi? E così adesso sapete tutto. Sapete dov’ero e come si chiamava la mia bambola. E sapete anche di che colore aveva i capelli. E dunque se passate da quelle parti e trovate la mia Luna tenetemela da parte. Torno a prenderla.

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“Nei mesi di settembre e ottobre del 1944 circa 9.000 bambini  furono deportati dal campo di Terezìn, 60 km a nord di Praga, verso i campi di sterminio, tra i quali quello di Auschwitz. Pochissimi sopravvissero. In loro memoria ho scritto questo”. Angela Mancuso

 

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1 commento

  1. Luisa biondi

    Emozionante, intenso… da incollare come postit permanente nella memoria! Brava!

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