I “versi” di mastro Innocenzo

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Il racconto della domenica

Jim Tatano

Da più di dieci anni non si apriva la casa, ormai abbandonata alla caducità, che era appartenuta a mastro Innocenzo Pagliarolo, solerte messo comunale, discreto suonatore di bassotuba, ma soprattutto noto poeta dei primi del Novecento. Anzi, il più noto poeta popolare di Regalpetra.

Le malelingue di una certa età – immancabili in ogni paese che si rispetti – che ancora lo ricordavano affermavano con maliziosa derisione che non si comprese mai che tipo di poeta fosse stato, se stilnovista, se vernacolare, se epico o lirico, se simbolista o dadaista, perché… perché…

A riaprire la casa che si trovava in una di quelle stradine alla spalle del Teatro Regina Margherita fu una bisnipote del poeta, la giovanissima Desirée Rangeto, che andando a cercare in soffitta uno di quei telefoni a disco antichi per farne un oggetto vintage da decoro per la sua abitazione, si imbatté in una valigia sulla quale c’era scritto il nome del nonno e il numero 1930, ovvero l’anno di morte del vate trisavolo. Dentro il vecchio borsone di pelle c’era un tesoro della memoria: tutta l’intera collezione di poesie di Innocenzo Pagliarolo e un ritratto fotografico.

Desirée prese il bagaglio e se lo portò a casa, il suo interesse per le anticaglie raggiunse una soddisfazione che non aveva mai conosciuto. Passò la serata a leggere quei fogli volanti e a guardare la foto dell’antenato.

Mastro Innocenzo, come ogni poeta di paese era un tipo eccentrico per natura, lo si notava subito dall’immagine che lo immortalava a mezzobusto, con indosso il vestito buono, la cravatta (si intuiva rossa, immancabilmente), un fazzoletto al taschino, un pizzetto mefistofelico che gli dava l’aria da dotto, un paio di grandi occhiali scuri portati anche nei luoghi chiusi – che lasciavano intravedere un occhio sognante e un sopracciglio furbesco – poggiati su un naso di una certa dignità e i capelli banchi raccolti all’indietro che, nonostante l’età, resistettero alle numerose primavere che il rimatore conobbe.

Ad un certo punto, Desirée, dopo aver letto migliaia di versi, trovò una lirica talmente bella da emozionarsi fino alle lacrime. Quando arrivò il suo fidanzato si preoccupò non poco trovandola sul divano ancora piangente, ma una volta lette quelle parole non ci furono più dubbi, la bellissima poesia che avevano tra le mani era la causa innocente.

Questo sia detto a difesa del poeta Innocenzo Pagliarolo.

Ora bisogna dire perché non si capì mai che tipo di poeta fosse. Ebbene, il nostro rimatore di suo non aveva un modo di parlare molto chiaro, fluido, limpido. A lavoro si faceva capire, ma quando leggeva le sue poesie, sarà stata l’emozione, sarà stato il pathos, sarà stato quel che sarà stato, ma non si capiva una maledetta parola dei versi che recitava a memoria. Iniziava a sibilare sonoramente e si sentiva una serie di ricche S, una catena di ssi sa ssu sse si sso sa so oppure ogni tanto qualche st e sf. Quando era in stato di grazia si riusciva a capire qualche verso intero, di tanto in tanto qualche parola.

Qualcuno cautamente osò chiedere se fosse stato il caso di portare il testo e farlo leggere a chi avesse una voce, come dire?, più solenne. Ma si sentì rispondere un sonoro «Giammai, sbruffone!», stavolta sì, pronunciato alla perfezione.

Era fatto così il cantore, geloso delle sue poesie, e volle sempre interpretarle lui e lui soltanto.

Memorabile fu quella volta che in occasione di un benvenuto a qualche personaggio ormai obliato in visita al paese, il maestro già avanti negli anni volle recitare una sua lirica.

Fu assiso su un seggio d’eccezione in rispetto alla sua veneranda età. A sostenerlo una qualche figura di autorità cittadina che gli fece d’aiutante e gli diede il via per declamare.

La poesia nei suoi versi finali faceva – si chiede scusa per l’imprecisione – pressapoco così:

Ssì sfo tramont sissa si sosò

sso sf sis sd’oro sissò

sa szagara ssì ssì sa

sta sftella sa si sassa sa.

Al che, dopo uno scrosciante applauso di scherno, all’aiutante venne del tutto spontaneo invitarlo ad alzarsi con un tanto diabolico quanto involontario: «Sa si susissi!»

Dalla platea un buontempone non perse occasione di sfoggiare il suo lampo di genio rispondendo con un tonante: «E sinni issi!».

Successe, ops… avvenne il putiferio!

Il maestro si infervorò come una furia d’inferno e mostrando un pugno grinzoso giurò vendetta, le autorità presenti si imbarazzarono terribilmente, le prime file del pubblico si voltarono a vedere chi fosse stato lo sprezzante burlone – che mai si trovò –, nelle ultime file le risate sganascianti non si poterono contenere e ci fu pure chi sostenne d’aver sentito qualche sonora pernaccia. Attimi di panico che per fortuna scemarono subito dopo, perché in fondo mastro Pagliarolo era un buono e tutto tornò alla normalità, se così si può dire. Perché dal giorno dopo, con un efficiente passaparola, segreto atavico dei paesini siciliani, la cosa divenne di dominio pubblico in un soffio di vento ed entrò di diritto a far parte delle leggende locali.

Dopo quella breve tragica mancanza di rispetto, però, la notorietà di maestro Innocenzo schizzò alle stelle e tutti vollero assistere curiosi alla recita delle sue incomprensibili poesie. Fu invitato in tutte le occasioni: matrimoni, battesimi, comunioni, per le celebrazioni della Madonna del Monte, per feste e festini pubblici e privati. Per lui si ritagliò sempre uno spazio di tempo per fargli affermare la sua nobile arte. Tutti d’allora, per amor di allegria, vollero che il maestro cantasse i suoi versi. Ogni volta che lo faceva, bisogna ricordare, si metteva a scrutare dietro le sue grandi lenti oscure e dalla sua posizione privilegiata i suoi ascoltatori, li osservava attentamente col suo occhio furbesco e, senza distrarsi, dalla sua bocca uscivano le parole aliene. Nel frattempo tutti fingendo attenzione si trattenevano dal ridere in modo sperticato e volgare.

Quando invece era lui a far parte della platea, mastro Innocenzo riteneva opportuno farsi beate pennichelle infischiandosene se l’argomento era tra i più alti o se si ragionava di futilità.

Nessuno aveva mai visto un solo foglio con le poesie del maestro, anzi nessuno nemmeno conosceva la sua calligrafia, ma a memoria aveva versi per ogni occasione.

E quanta ilarità portava quel suo declamare così originale, così sibilante, così criptico.

Ogni volta qualcuno si rivolgeva all’ascoltatore a fianco chiedendo:

«Hai capito qualcosa?»

E l’altro ironicamente: «Sissi!»

E ancora risate di beffa.

Altri ancora si chiedevano se quelle che sentivano erano veramente delle poesie.

Qualcuno che si atteggiava a letterato si limitava a rispondere che: «Poesie forse no, ma “versi” sicuramente sì».

«Chissà di quale animale» commentava un’ultima lingua maligna.

I più rozzi e volgari, quelli che proprio non amavano la poesia, alla stessa domanda rispondevano con turpi parolacce. Ma ormai il mito del poeta Pagliarolo era inestirpabile. Tant’era vero che aveva perfino ricevuto l’autorevole riconoscimento di Arcano Maggiore da parte della Accademia del Parnaso di Canicattì.

Passarono così gli anni, le stagioni, i versi e anche mastro Innocenzo morì, lasciando il dubbio se fosse stato il paese a prendersi gioco di lui, o se fosse stato lui a prendere in giro tutti farfugliando con diabolico piacere cose che nessuno mai seppe decifrare.

Desirée anni dopo avrebbe dato alle stampe la raccolta intitolata Canto di te del poeta Innocenzo Pagliarolo. Tra le umili e modeste poesie che cantavano di vizi e virtù locali si potevano leggere anche quelle burlesche che sferzavano con energia e lucida perfezione quei popolani che passavano il tempo a deridere tutto e tutti.

Una sola semplice poesia mancava, una lirica sempliciotta che Desirée non si sentì mai d’aggiungere per motivi d’affezione e di sana familiare gelosia.

L’ultima strofa così faceva:

Non più sognavo stelle argentate

di tutte quelle notti andate –

il vento calmo mi parlava di te.

Contavo ormai le tristi ore

anelando alle gioie di mille aurore

che tu, donna mia, serbavi per me.

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