“Ho sognato mio padre”

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Era intento a firmare l’ordine di sbarco immediato dei migranti della Open Arms

Giandomenico Vivacqua

Ho sognato mio padre. L’ho sognato seduto, more solito, alla pesante scrivania della presidenza del Liceo “Empedocle”, inondata dalla luce meridiana delle finestre affacciate sulla valle e sul mare africano; alle sue spalle, il ritratto del volto severo e lanuto del filosofo akragantino, nume tutelare della scuola.

Il preside era intento a firmare l’ordine di sbarco immediato dei migranti della Open Arms, appena battuto a macchina, in doppia copia con la carta carbone, dal vicepreside, il sempiterno amico Vito Nobile, che gli sedeva accanto, al tavolino da dattilografo. Nel sogno, la competenza ad adottare quel provvedimento, curiosamente, era trascorsa dalla Prefettura di Agrigento al locale liceo classico.

Firmata la disposizione, Giovanni e Vito si avviavano giù per le scale, destinazione il baretto scolastico del signor Licata, al pianterreno, dove li atttendeva, unico ristoro della giornata, un buon caffè. Mentre ancora scendevano, la segretaria, cui toccava protocollare l’ordinanza e trasmetterla ai bidelli per la sua materiale esecuzione, sporgendosi allarmatissima dalla ringhiera sulla tromba delle scale, urlava tre angosciose domande:

“Signor Preside, ma ne è sicuro? Ha pensato alle conseguenze? Come reagirà il ministro?” Senza accennare a fermarsi, mio padre le rispondeva con un gesto della mano, a significare noncuranza e disprezzo. Un gesto peculiare, familiare, che con parole nostre potremmo tradurre a un di presso così: “M’importa un cazzo!”

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