Delitto e sberleffo. La formula “Màkari”

da | 7 Feb 22

“I colpevoli sono matti”. Sellerio pubblica quattro racconti di Savatteri che hanno ispirato la serie tv. Le indagini da ridere di Lamanna e Piccionello sono tessute con un tocco soave ma pungente. Intanto questa sera su Rai1, alle 21:20, il primo episodio della seconda stagione.

L’AUTORE E IL PERSONAGGIO Gaetano Savatteri con Domenico Centamore che nella serie televisiva interpreta il simpatico Piccionello, fotografati da Salvatore Picone a CasaSciascia l’estate scorsa.

È vero, Saverio Lamanna e Peppe Piccionello, gli eroi (che più antieroi non si può) delle storie di Gaetano Savatteri, non sono rispettivamente né Don Chisciotte né Sancho Panza, come si legge nel racconto eponimo I colpevoli sono matti (allineato nel volume che raccoglie Quattro indagini a Màkari, Sellerio, 276 pagine, 15 euro).

Ma forse, alla lontana, in qualche modo richiamano i personaggi cesellati da Cervantes, se è vero nella prefazione a questo nuovo libro (che esce in concomitanza con il primo episodio della nuova serie TV, ispirata all’epopea della coppia più assurda eppure più verace dell’italica detection) lo scrittore di Racalmuto tira in ballo il longilineo hidalgo e il suo fedele scudiero a proposito della umoristica consapevolezza metaletteraria di essere personaggi finzionali, escrescenze d’inchiostro ma, nel caso di Lamanna e Piccionello, anche di celluloide.

Lo scrittore squattrinato e detective per caso, ora in balìa di troupe rumorose, rischia di trasformarsi nel “presunto Saverio Lamanna”. Lo stesso sconcerto morde alla gola Piccionello e la bella Suleima, di Lamanna fidanzata, che già hanno avuto problemi a riconoscersi nella descrizione che di loro aveva fatto Lamanna stesso. Insomma, trovandosi tra l’incudine della pagina scritta e il martello del fotogramma televisivo, i personaggi di Savatteri (che oltretutto di autofiction parla, chiamando in causa dunque la realtà) sono in preda a una vertigine identitaria.

Ma lasciamo da parte i rovelli più che pirandelliani per passare in rassegna velocemente le indagini nelle quali l’allegra brigata di Màkari (una sorta di strano triangolo) si trova invischiata come in una pericolosa eppur piacevole carta moschicida. Tutto ha inizio con due biglietti omaggio per Praga, la città “magica” per antonomasia dove però alchimisti e golem perturbanti hanno lasciato spazio a spie improbabili, con tanto di tacchi a spillo: la posta in gioco è il dna di centenari impenitenti sardi da cui trarre l’elisir di lunga vita.

Dai luoghi kafkiani si ripiomba in quel di Màkari, luogo dalla bellezza mozzafiato, sconvolta però dalla scomparsa improvvisa di un bambino, che non promette nulla di buono. Per l’infante e per un povero diavolo, apparentemente coinvolto nella tragedia, già pesantemente castigato dal destino. Il lettore farà poi un salto in quel di Gibellina, “astronave naufragata e dimenticata nella Sicilia più profonda” (dove, tra l’altro, Piccionello indossa una maglietta delle sue che rischia di scatenare l’ira funesta degli autoctoni: “Elettrosicily, l’isola che dà una scossa”): qui il furto di un’opera d’arte innesca un cortocircuito con la memoria sanguinante di quanti hanno sperimentato la violenza del terremoto e fatto i conti con la retorica della ricostruzione.

Il quarto racconto prende le mosse dalle esequie di un medico in odore di corruttela, che non aveva mai smesso di dichiarare la sua innocenza, per carambolare dalle parti di Torino e del Salone del libro, dove si vocifera di un urticante caso di plagio che coinvolge, manco a dirlo, Lamanna stesso. Ma le inchieste che prendono forma non sono altro che il pretesto per dare la stura a un chiacchiericcio irresistibile, a una ridda di tirate allo sberleffo: si ride di cuore leggendo Savatteri, che ha deciso di insediarsi in quello spazio dell’intrattenimento alto che i nostri narratori di solito aborrono per non essere tacciati di faciloneria. Ma è un filone, questo, che vanta nomi di tutto rispetto (da Longanesi a Campanile a Flaiano a Camilleri).

Saverio Lamanna è uno che non perde occasione per “sparare minchiate”, come gli fa notare Suleima: ma sono “minchiate” al vetriolo, sciorinate quando i suoi interlocutori si aspetterebbero il discorso serio, che invece a mo’ di colpo di teatro non si fa attendere quando tutti gli altri vanno per la tangente. Con questo tocco soave ma impietoso, in cui il motteggio e l’irrisione prendono di mira l’ingarbugliata e cancrenosa antropologia isolana, Savatteri non le manda a dire. E in questo nebulizzato gioco al massacro è pure coinvolta una certa idea di letteratura (contemporanea), quella che si prende troppo sul serio, che vuole a tutti i costi mostrare, alla stregua di un salvifico talismano, il pedigree delle grandi occasioni.

Da la Repubblica Palermo – 5 febbraio 2022

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