Storia di Matilde, uccisa perchè “posseduta dal demonio”

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 A distanza di 50 anni, a Sciacca,  il ricordo di quella terribile morte provoca ancora orrore

alt“Ho ucciso mia sorella, ma l’ho liberata dagli spiriti. Venite a vederla”. È un grido agghiacciante quello che rimbomba tra le case di una strada del centro abitato, in una delle prime notti d’estate della Sciacca del 1962. Chi vive da quelle parti non fa alcuna fatica a riconoscere la voce di Lia. Ha solo 22 anni e, come si dice, da tempo non ci sta con la testa. Il latrare dei cani randagi annuncia la sospensione forzata del riposo notturno. Per tutti. “Lia ne ha combinata un’altra delle sue”, si dicono rassegnati i vicini commentando le sue grida. Non immaginano però che mentre, isterica, urla lungo la stretta viuzza, la ragazza ha appena strappato a morsi le labbra e sfigurato il volto, sforbiciandole il naso, della sorella Matilde, 27 anni. A dispetto dell’annuncio bandito, Lia non l’ha ancora uccisa.

Matilde, infatti, è ancora viva. Ma è l’inizio di un’agonia che durerà poco meno di due giorni. No, stavolta non c’è ragione per sorridere. Lia non si è limitata a combinarne “un’altra delle sue”. Lia si è appena resa responsabile di un fatto inaudito: ha aggredito ferocemente la sorella. Increduli, dopo essere stati chiamati, i poliziotti si trovano davanti una scena terrificante. Nell’ appartamento c’è sangue dappertutto, e il volto sfregiato e sanguinante di Matilde li terrorizza. Gli agenti tentano disperatamente di salvare la vita della giovane sventurata. La caricano sulla pattuglia, la portano in ospedale. Ma non è certo il tempo delle ricostruzioni facciali, della terapia intensiva, del coma farmacologico o degli altri interventi più o meno raffinati di oggi.
Matilde morirà due giorni dopo in un letto del San Giovanni di Dio di Agrigento.
“Era preda del demonio, ho dovuto farlo”, spiegherà Lia alla polizia con gli occhi persi nel vuoto. Finirà in manicomio. Ma l’intera vicenda ha dell’ incredibile. Sì, perché ad aiutare la giovane squilibrata ad ammazzare la sorella è stato Gerlando, marito della vittima e cognato dell’assassina. Ha appena 31 anni, e lavora come bracciante agricolo. È stanco dei continui malesseri della giovane moglie. Dolori terribili e inspiegabili che non le permettono neanche di reggersi in piedi. Talvolta delira, la povera Matilde, e nel dolore dice cose sconclusionate. Può darsi che sia affetta da qualche malattia più o meno curabile. Ma la conclusione alla quale giungono la madre, la sorella e lo stesso marito è diversa. Per loro Matilde è affetta dal malocchio. La superstizione prende possesso della situazione, e la bizzarra diagnosi dei familiari della donna non ammette certo prove d’appello. La giovane viene condotta addirittura da una fattucchiera di Salemi. Che, però, non può far nulla per liberare Matilde dal “demonio”. Qualche giorno dopo l’ inquietudine tocca l’acme: “Sono all’inferno, portatemi a Palermo, oppure in America”, dice Matilde lamentandosi. E invocando un intervento definitivo che la liberi dallo spirito. Lia la prende alla lettera, e in un raptus notifica a tutti di aver ricevuto una comunicazione da uno spirito che le voleva bene e si scaglia sulla sorella mentre il cognato Gerlando immobilizza l’inferma. Ci vorranno alcuni giorni prima di poter ricostruire i fatti. A raccontarne i dettagli sarà donna Carmela, la mamma delle due sorelle. C’è pure lei in quella stanza mentre la figlia viene “purificata” dal demonio a morsi e sforbiciate.
Ma non fa niente per fermare la furia omicida della figlia contro l’altra figlia. Si limita a pregare. Il marito di Matilde sarà condannato a 15 anni. Non era incapace d’intendere e di volere. E ad essere “stregata”, quella notte, non era certo solo la moglie.

Massimo D’Antoni

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