Perché dovremmo fidarci dei politici?

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Quale credibilità possono avere le proposte, sulla carta interessanti, buttate lì all’ultimo minuto in una campagna elettorale incentrata sull’ipocrisia e sul millantato credito?

Alfonso Maurizio Iacono

Oggi non è più il politico che si mette al servizio di un partito, ma è il partito a essere un mezzo per i fini privati del politico. In questo rovesciamento sta la crisi della democrazia, la distanza della politica dal territorio e dalla società civile, il dilagare degli interessi privati sul bene comune, l’aumentare delle diseguaglianze.

Partirò da un esempio locale. Sabato a Pisa quattro comitati di quartiere hanno convocato un’assemblea sui problemi della città con le proposte da presentare al futuro sindaco, visto che in giugno ci saranno le elezioni comunali. E’ stata un’ottima assemblea, molto partecipata, con interventi che non hanno perso di vista il quadro generale della città anche quando si sono soffermati su punti o problemi molto specifici. Il tema della sicurezza è stato uno dei più discussi, eppure nessuno ha fatto battute fuori luogo sugli immigrati. E’ stata un’esperienza che, in un momento che induce al pessimismo, fa ben sperare sulla tenuta del tessuto democratico della città e su come il territorio può riuscire a essere civilmente critica e propositiva nei confronti delle istituzioni che governano e governeranno.  Ma un’assemblea come questa induce a riflettere anche sullo stato generale della politica oggi e sui suoi rapporti con i cittadini. Il presidente dell’assemblea ha detto che coloro i quali avevano cariche politiche o istituzionali di un qualche tipo era meglio che non prendessero la parola. Un tempo non credo che sarebbe accaduto.

La paura per la strumentalità della politica è altissima. Un tempo poteva essere considerata qualunquismo. Oggi è sana difesa della libertà e della pratica democratica dei cittadini che considerano la città il bene comune. La situazione si è rovesciata. A tal punto è arrivata la distanza tra politica e società. Come dire, ai politici si affidano le proposte e le richieste, ma non ci si fida. E perché in effetti ci si dovrebbe fidare? Quanto è lungo l’elenco dei candidati attuali con pendenze penali? Quanti sono i fannulloni che non saprebbero fare niente nella vita civile e comune e che oggi tramite cene, interviste, incontri promettono tutto e il contrario di tutto? Quanti sono i parlamentari che hanno cambiato e cambieranno bandiera come si cambia la camicia?

Un tempo parlare male della politica sarebbe stato considerato qualunquista, oggi è una difesa della democrazia e della politica in senso forte. Quella che si è persa, quella dove la società civile prestava alle istituzioni artigiani, operai, avvocati, medici, docenti, insomma tutti coloro che avevano una professione o un lavoro perché la rappresentassero a partire dalla loro esperienza territoriale o culturale. Certo, i politici di professione ci sono sempre stati, ma erano espressione di un partito, non il risultato di una carriera personale e individuale. Nessuno ne parla, perché tutta la campagna elettorale è incentrata sull’ipocrisia e sul millantato credito. Si sentono proposte, sulla carta, interessanti, ma se vengono buttate lì all’ultimo minuto in piena campagna elettorale, se i comportamenti non corrispondono agli obiettivi, che credibilità possono avere?

Ovviamente questo non è un invito a non votare o a annullare il voto. E’ solo un sommesso richiamo alla consapevolezza di quanto ipocrita sia la situazione. Qualcuno non andrà a votare, annullerà il voto, si turerà il naso e voterà, voterà per interesse, qualcun altro ancora voterà convinto. Non è questo il punto. Il punto è che non si può andare avanti per molto accettando in modo rassegnato il meno peggio. Il punto di partenza non può essere che il territorio, quello concreto, fatto di strade, luci, case, negozi, alberi che ha estremo bisogno della politica per non chiudersi in sé, ma non di politici che lo usano per i loro fini personali.

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