Lo “Scisma di Grotte”, una pagina di storia intrigante e sempre attuale

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Protagonisti il prete “ribelle” Luigi Sciarratta e l’allora vescovo di Agrigento Domenico Turano. Come un episodio apparentemente di semplice soluzione, la nomina del nuovo arciprete, si trasformò in una “malaurata lotta” che ebbe conseguenze impensabili.

Lo Scisma di Grotte ( olio su tela di Gaetano Di Liberto)

Lo Scisma di Grotte (Tela di Gaetano Di Liberto)

Ai nostri giorni può ancora essere interessante parlare di uno scisma avvenuto tra il 1872 e il 1873 nella piccola comunità di Grotte?

La risposta è sicuramente affermativa se si vogliono scoprire le affascinanti microstorie di cui il nostro territorio è ricco e lo diventa ancora di più per gli effetti sia ecclesiastici che laici che perdurano a Grotte ancora oggi. Non è un caso, ad esempio, che qui venne eretta una chiesa valdese, ancora aperta al culto: il movimento valdese, infatti, è strettamente legato alla vicenda dello scisma perché i preti scismatici si ispirarono molto al culto di Valdès, italianizzato in Valdo, di cui fu seguace Stefano Dimino, l’ex prete oltre  tra i più agguerriti seguaci  di Luigi Sciarratta, protagonista indiscusso dello scisma in questione.

Stefano Dimino prese contatti col pastore valdese di Caltanissetta, Stefano Revel, il quale venne a Grotte il 18 gennaio 1885 per la cosiddetta “iniziazione” della comunità religiosa. Si tenne una cerimonia ad hoc presieduta dall’allora sindaco di Grotte Giuseppe Vassallo, che era tra l’altro stato uno dei 237 laici sottoscrittori di un documento inviato al vescovo pro tempore Turano per comunicargli l’elezione clerico-popolare dello Sciarratta, prescelto per diventare arciprete di Grotte e, dopo il “diniego”, scomunicato.

Il culto valdese si affermò così costantemente a Grotte da rendere necessaria la costruzione di una chiesa e come spazio per la sua ubicazione si scelse  un’area in prossimità del palazzo municipale. Anche se, come affermò lo storico Massimo Ganci, “lo scisma finì con l’estinguersi per consunzione interna”, è innegabile che furono tante  le ripercussioni sociali che si ebbero in seguito: l’evento ha infatti favorito il laicismo della cultura grottese oltre a far nascere una presa di coscienza operaia e contadina e un desiderio di giustizia sociale. Il paese fu contagiato da un desiderio crescente di conoscenza e vennero aperte scuole serali per gli operai analfabeti che volevano imparare a leggere e a scrivere. Nel 1892 a Grotte venne fondato il “fascio dei lavoratori”, terzo in ordine di temo in provincia di Girgenti, presieduto da Giovanni Battista Castiglione. Insomma lo scisma e la sua eco fece bene  al paese che dimostrò di essere disponibile ad una apertura mentale utile anche per importanti rivalse sociali.

Ma andiamo indietro nel tempo  per capire come e perché si arrivò addirittura ad uno scisma.

Mons. Domenico Turano

Mons. Domenico Turano

La presenza nel territorio di Grotte di molte chiese e di due conventi determinò l’esigenza di molti molti preti e religiosi in modo da soddisfare i bisogni e le aspettative spirituali della popolazione. Si ebbero notizie più precise a partire dal 1688 allorché fu costruita la parrocchia della Madrice e istituita l’arcipretura. All’epoca il paese era in mano a Tommaso Sanfilippo, principe di Carini e duca di Grotte. Fu lui l’artefice della costituzione della parrocchia Madrice presso l’omonima chiesa. L’atto   costituivo fu redatto dal notaio Luigi Costa di Palermo il 30 gennaio del 1688: in esso veniva stabilito che il duca di Grotte si impegnava ad assegnare delle rendite alle parrocchie, riservando però a sé ed ai suoi successori il diritto di “patronato”(che era il diritto di presentare al vescovo della diocesi di Girgenti un sacerdote a sua scelta per essere poi nominato parroco della Madrice e arciprete de clero locale).

Tommaso Sanfilippo, in carica sino al 1719, esercitò il diritto di “patronato” per le nomine vescovili successive a quella del primo arciprete, don Placido Mannano.

A Grotte, dopo il 1860, il clero si divise fra preti conservatori e preti liberali. Si distinse come leader del gruppo ecclesiastico liberale il prete Luigi Sciarratta, nato a Grotte nel 1830 ed ordinato sacerdote il 26 marzo del 1853 con una dispensa di quindici mesi d’anticipo rispetto alla durata normale degli studi, dimostrando di essere sagace, intelligente, dotato di cultura oltre che di impegno religioso. L’indole scevra da condizionamenti  il carattere volitivo e disponibile, gli garantirono la benevolenza sia in ambito ecclesiastico che laico. Tutto, dunque, faceva presagire nel 1872, morto il vecchio arciprete Ingrao, che lo Sciarratta sarebbe stato il suo naturale successore. Le cose però non andarono così: la successone, infatti, era vincolata, come detto, dal diritto di “patronato” che venne esercitato dai discendenti di Tommaso Sanfilippo che il 12 maggio del 1872 sottoscrissero in uno studio notarile il cosiddetto “atto di presentazione” all’ordinario diocesano di Girgenti del loro candidato, Luigi Sciarratta. Il vescovo pro tempore , mons. Domenico Turano, non volle firmare l’atto adducendo varie motivazioni a lui pervenute  ex informata coscientia ed emise invece il decreto di “rifiuto dell’istituzione canonica” il 5 novembre del 1872 che, nel contesto della vicenda si dimostrò come un “decreto della discordia”. In realtà il motivo era un altro: Sciarratta apparteneva alla Massoneria ma, non essendo dimostrabile data la sua segretezza, Turano, pur lasciandosi influenzare da quella che era più di una “voce di popolo”, non riportò questo importante fatto tra i motivi del “diniego”.

L’appartenenza alla Massoneria in quegli anni post unitari non era certo un fatto isolato: diversi politici ed esponenti della cultura erano massoni. Come scrisse lo studioso Denis Mc Smits: “I governi post unitari di Sinistra non si dimostrarono  nei fatti più anticlericali di quelli di Destra. Stessi proclami anticlericali ma anche stesse ingiustificate concessioni al Vaticano”.

Don Luigi Sciarratta

Don Luigi Sciarratta

Luigi Sciarratta e i  suoi “patroni” ovviamente si opposero al decreto di Turano  che ritennero “non motivato” ed “ingiustificato” e pertanto proposero appello alla curia  arcivescovile di Monreale, di cui quella di Girgenti era “suffraganea”(dipendente cioè gerarchicamente da un vescovo metropolitano) e alla Sacra Congregazione del Concilio della Santa Sede affinché venissero loro comunicati ufficialmente i motivi del “gran rifiuto”.

Su un totale di 19 preti grottesi, 12 sostennero Luigi Sciarratta, ritenendolo vittima di una ingiustizia e di un abuso gerarchico e di potere da parte del vescovo. Ciò li etichettò come “ribelli” e furono proprio loro ad occupare il20 aprile del 1872 la Madrice. Fu l’inizio della “malaurata lotta”, come la definì lo stesso Sciarratta, che finì con l’acuirsi e con l’inasprirsi di giorno in giorno. Nel frattempo la Madrice di Grotte restava “sede vacante”.

Come spesso succede quando uno scontro ha come protagonisti due personalità forti, decise e determinate, la contesa si protrasse a lungo: Turano, che già ritenne l’occupazione della Madrice come una “reggenza scismatica” sospese a divinis  lo Sciarratta e i 12 preti a lui favorevoli. Non fu certo una attaglia a due:  si sentì coinvolta tutta la comunità grottese. Ecco perché non stupisce che un episodio apparentemente  di semplice soluzione sia poi sfociato in un vero e proprio  scisma .

Con apposito editto il vescovo Domenico Turano notificò ai fedeli il trasferimento dell’amministrazione parrocchiale dalla Madrice, che era occupata, alla Chiesa del Purgatorio. Ormai infatti i “ribelli” si erano spinti oltre ogni limite e il 15 luglio dello stesso anno il Turano “fulminò” la scomunica che prima aveva solo minacciato. L’eco dello scisma, che intanto era traghettato nel 1873, arrivò anche al Parlamento post unitario. A farsi carico della vicenda fu l’onorevole Luigi La Porta, contattato  dal politico grottese Emanuele Monreale, di idee liberali e massoniche. Il La Porta presentò due interrogazioni parlamentari e alla fine, con l’avvento della Sinistra al potere, Sciarratta e i suoi cominciarono  a nutrire la speranza di ottenere giustizia.

Grotte

Grotte

Il fuoco d’artificio che la vicenda provocò all’inizio cominciò, però ad affievolirsi e la “pratica” Sciarratta poco per volta divenne un “fascicolo” di ordinaria amministrazione. Turano rimase della sua idea, Sciarratta dei suoi sostenitori rimasero scomunicati e vennero espulsi dalla Madrice. Solo la morte dei due protagonisti dello scisma pose fine alo stesso: Domenico Turano morì il 2 febbraio 1885, lasciando n ricordo di sè fatto di luci e ombre mentre lo Sciarratta , che nel frattempo era stato infangato anche nel nome oltre che nello spirito, essendo stato accusato di addebitamento improprio dei beni del Collegio  di Maria di grotte  di essere stato l’amante della madre superiora, morì qualche anno dopo, nel 1904, lasciando, però, ai grottesi un ricordo positivo e divenne quasi un eroe. In ogni caso è sicuro che Luigi Sciarratta fu un prete “scomodo”, uno di quelli che “non le mandava certo adire”, pronto a lottare pur di far valere i propri diritti e di non tradire le proprie idee e i propri princìpi. Una figura che ancora viene ricordata a Grotte e di cui si parla in dibattiti ad ampio respiro.

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