La povertà è un valore contro i ricchi e i loro eccessi

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Spesso le edificanti storie di generosità e di carità – ci avete fatto caso? – raccontano molto di più di chi la carità la fa piuttosto che di chi la riceve.

Operazione anti-accattonaggio

Luana, 58 anni, chiede l’elemosina in Corso Italia a Pisa. Vedova, non può riscuotere la pensione prima dei 65 anni. Il caso ha suscitato interesse e solidarietà, ma anche rabbia, talvolta malposta. Non è prendendosela con gli extracomunitari che si risolve la questione. Il problema è la povertà. Il problema è un essere umano, nella fattispecie una donna, che è costretta a chiedere l’elemosina per la strada.

Quando arrivai a Pisa, ormai più di quarant’anni fa, una delle prime cose che mi colpì fu l’assenza di medicanti per le strade. In Sicilia, da dove provenivo, ogni città e ogni paese aveva  qualcuno che teneva il cappello in mano o lo poggiava sul selciato delle strade. Come dire, faceva parte del contesto. Di solito erano mendicanti che stavano a gambe incrociate sui marciapiedi sempre nello stesso posto ed erano conosciuti da tutti.

Con il passare del tempo, in Toscana cominciarono a presentarsi donne, uomini e bambini che per le strade chiedevano l’elemosina oppure lavavano i vetri ai semafori degli incroci. Cominciarono a presentarsi un po’ in tutt’italia. Erano stranieri. Sono stranieri. Chiedere l’elemosina è l’ultimo stadio. Lavare i vetri delle macchine è uno stadio più in sù, assume la forma primordiale del lavoro retribuito. Vendere accendini e braccialetti è ancora un gradino più in sù, è commercio. Siamo già a un passaggio di mano degli accendini dai fornitori ai venditori agli acquirenti. Tre gradini diversi nell’ambito della povertà. Tre gradini diversi nell’ambito della dignità. Chiedere l’elemosina per la strada è la cosa senza dubbio più umiliante. Per tutti, tranne forse che per gli zingari, le cui donne e i cui bambini, nel chiedere denaro, hanno negli occhi un’aria di sfida e quasi impercettibilmente canzonatoria. Gli zingari non si umiliano e non perdono la dignità perché si sentono diversi e ne sono fieri. Ma non è la stessa cosa per chi è stanziale come noi e ha perduto il lavoro.

Per quanto oggi imperversi la precarietà e il lavoro non sembri più fortemente associato all’identità e alla dignità di una persona, resta il fatto che la perdita del lavoro è un colpo al cuore da cui non è facile risollevarsi. la degradazione umana aumenta quando il bisogno spinge all’elemosina e se questo accade, è perché nessuno si è accorto di che sta annegando nella solitudine e nella disperazione.

E’ vero che le religioni spingono gli uomini di buona volontà a essere caritatevoli, ma spesso le edificanti storie di generosità e di carità – ci avete fatto caso? – raccontano molto di più di chi la carità la fa piuttosto che di chi la riceve. Ci si ricorda più facilmente dell’uomo forte, cioè di colui che fa il bene, molto meno dell’uomo  debole, cioè di chi lo riceve perché ha bisogno. Perfino nei casi dove affiora lodevolmente l’atto di generosità, a emergere in primo piano non è il perdente che viene beneficiato, ma il vincente che offre i propri buoni sentimenti e i propri doni. In questa bizzarra classifica di bontà, ai gradini più alti ci sono i vip che  fanno le feste o gli spettacoli per beneficenza o le signore che girano una volta al mese per gli ospedali a elargire la loro bontà. Manifestazioni che trovo arroganti, utili al narcisismo dei ricchi, delle donne e degli uomini di successo, dei benpensanti.

Le diseguaglianze aumentano, la sproporzione fra ricchi e poveri si accresce, la filosofia del consumismo continua a dominare incontrastata persino nella crisi attuale che sta diventando recessione. La povertà, giustamente propugnata da Francesco secondo una grande tradizione religiosa che vide in S. Francesco il campione, è un valore contro i ricchi e i loro eccessi, non una raccomandazione per coloro che sono già poveri. E questo vale non solo per chi è credente, ma anche per chi non lo è.

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