La mente ha bisogno di confini, ma non di frontiere

|




Chiudere, escludere, separare. E poco importa di cosa e di chi c’è dall’altra parte della frontiera.

Alfonso Maurizio Iacono

Quando arrivai a Pisa dalla Sicilia per studiare all’università girava ancora la frase: “bisognerebbe mettere un muro da Roma in giù”. Siamo alla fine degli anni ’60. In pieno boom di emigrazione che portò gli uomini del Sud a cercare lavoro al Nord Italia, ma anche in Belgio (miniere) e in Gemania, in città come Torino si potevano leggere scritte del tipo: “non si affittano stanze a meridionali”.

La gente del Sud per solito era descritta come sporca, ignorante, anche cattiva. Poi vi fu un grande lavoro culturale, politico e sindacale. Le cose cambiarono. E non cambiarono soltanto per chi veniva dal Sud in cerca di lavoro, ma anche per i dannati della terra, come coloro che vivevano in quei lager chiamati manicomi, tra letti di contenzione, violenze, abbandono. Quando, grazie a Basaglia e a politici lungimiranti, i manicomi furono aboliti, anche allora si disse che i pazzi lasciati liberi per strada avrebbero creato problemi di sicurezza, sarebbero stati violenti, avrebbero aggredito le persone.

Il muro da Roma in giù non fu mai fatto. I pazzi non erano certo più violenti dei sani. Eppure noi umani, come gli animali, abbiamo bisogno di marcare il territorio, di mettere muri, di escludere, di aggredire per rispondere a una minaccia di aggressione, per rispondere cioè a qualcosa che ancora non c’è. Gli stati, nella storia, hanno, per motivi di prevenzione, occupato territori e nazioni, massacrato popoli, schiavizzato donne, uomini e bambini.

E’ tutta una questione di confini. E’ tutta una questione della nostra mente. Il grande naturalista e straordinario scrittore Stephen Jay Gould, trattando della membrana di una cellula, distingue tra frontiere e confini. Le frontiere sono i muri come quello che qualcuno desiderava mettere da Roma in giù e oggi Trump vuole erigere contro il Messico. I confini sono invece aperti, osmotici (permettono cioè l’interazione tra cellula e ambiente circostante), assicurano un’interfaccia. Il sociologo britannico Richard Sennett ha ripreso la distinzione di Gould per parlare delle città di oggi e, più in generale, del nostro attuale modo di convivenza sociale, sottolineando il fatto che un sistema urbano aperto offre migliori possibilità di sviluppo e, soprattutto, una migliore qualità della vita.

La mente ha bisogno di confini, ma non di frontiere. Le città hanno bisogno di confini, ma non di frontiere. Una mente senza confini è divina oppure, se umana, è malata. Ma una mente con dei confini non può irrigidirli al punto da farli diventare delle frontiere. Anche l’estrema chiusura è un problema perché corrisponde al muro dei pregiudizi senza, come direbbe Giambattista Vico, riflessione. Oggi è tutto un affare di frontiere che si stanno sostituendo ai confini. Chiudere, escludere, separare. Cosa importa di cosa e di chi c’è dall’altra parte della frontiera?  E’curioso e forse paradossale il fatto che proprio colui che spinge più di tutti perché vi siano soltanto frontiere e non confini, sto parlando del ministro degli interni, è anche uno che, per ottenere più rigide frontiere, pratica quotidianamente lo sconfinamento di ruoli, di competenze, di poteri.

Escludere l’altro al di là della frontiera in quanto causa di tutti i mali che ciascuno non vuole scoprire in se stesso o nella sua condizione esistenziale e sociale, è un meccanismo che si chiama proiezione. Diventa diabolicamente molto utile per un politico alla ricerca di consensi e di seguaci, perché la può usare per dare un falso senso di liberazione a chi, non riuscendo a uscire dal gregge, ammira il lupo perché vorrebbe essere come lui. Una pecora che teme altre pecore perché vogliono entrare a far parte del suo gregge, fa molto male a fidarsi del lupo.

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *