Il primo giorno di scuola

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LA STRADA LUNGA. Pubblichiamo il racconto di Salvatore Indelicato che partecipa al concorso letterario promosso da Malgrado tutto

Agrigento

“Il lungo viale della Vittoria pare non finire mai…!

Le foglie ingiallite degli alberi cadono lentamente sul marciapiede grigio, mentre le altre, già secche, si alzano in vortici leggeri, spinti dal fresco vento autunnale.

Tra l’intreccio dei rami spogli, il cielo biancastro sovrasta il paesaggio fin laggiù, dove va a fondersi con il verde del mare mosso.

Il lungo viale della Vittoria pare non finire mai e le rade automobili, che dallo “psichiatrico” vanno verso la Stazione, sembrano apparire dal nulla. Un timido passerotto arruffa le penne, posato sulla spalliera di una panchina, curioso si guarda attorno e spicca , poi, il volo verso un riparo sicuro.

Avvolto in una lunga sciarpa di lana, un berretto in pelle, col paraorecchie, calcato sulla testa, stringo la mano robusta e sicura di mio padre, mentre tengo, nell’altra, una cartella di cartone con sopra stampati “Topolino” e “Paperino” sorridenti.

Salvatore-Indelicato

Salvatore Indelicato

Avanzo a saltelli, divertendomi a sentire scricchiolare le foglie secche sotto i miei scarponcini di cuoio.

“Totuccio…” – mi richiama con un sorriso mio padre – “…fermo che poi ti viene la tosse”.

Lo guardo, mi sembra altissimo, con i suoi baffetti neri e i folti capelli, pettinati all’indietro, che accennano un arriccio, gli stringo più forte la mano e ripiglio i miei saltelli.

Nell’aria, il profumo delle panelle di Musicò, appena fritte, si confonde con quello delle caldarroste che scoppiettano allegramente nel calderone fumante dell’uomo delle castagne, riparato dal vento dietro ad un grosso albero.

La folla vociante di bambini e genitori, che si accalca dietro al grande cancello della “Lauricella”, si fa sempre più grossa, man mano che ci avviciniamo, e io saltello sempre meno, anzi, mi stringo di più a mio padre, rallento il passo e abbasso lo sguardo a terra.

A pochi metri da quella baraonda, mi fermo.

“Che c’è, Totuccio. Andiamo che si fa tardi, su”.

“No, vogliu turnari a casa”. Incrocio le braccia e allungo il muso.

Mio Padre si piega sulle ginocchia, tira un sospiro e mi parla con quella sua voce pacata e calda. Il suo sguardo mi avvolge con tutta la dolcezza che è capace di esprimere.

“Totuccio, oggi è un giorno importante per te. Sei un ometto, ormai, e devi incominciare a fare le cose da ometto. A scuola imparerai tante cose belle e conoscerai tanti nuovi amici…”

Alzo gli occhi e metto a fuoco la scena che ho davanti: bambini che scappano, altri che piangono, genitori che gridano o li rincorrono, una confusione indescrivibile.

Giro le spalle e m’impunto.

“No, a scola ‘un ci vaju.”

“Senti, se vai a scuola, io rimango qui ad aspettarti”. – dice, infine, mio padre cercando un compromesso.

“No, un n’è veru. Tu a gh’jri a travagliari cu nonnu e mi lassi ‘cca sulu”.

“Totuccio, tu lo sai che non ti ho mai detto bugie. Quando uscirai mi troverai qui ad aspettarti”.

Veru dici?”

scuola

“A scuola imparerai tante cose belle…”

“Certo. E ti prometto, anzi, che dopo ti porto a comprare un regalo”.

“A pistola e u fucili?”

“Promesso”.

Percorriamo alcuni metri, rincuorato dalla promessa dei regali, ma non del tutto convinto ad entrare, quando tra la moltitudine di visi, in mezzo alla ressa, uno avanza verso di me sorridente, lascia la mano della madre, poggia a terra la sua cartella e mi abbraccia.

Lo riconosco, ricambio l’abbraccio, gridiamo di gioia. E’ Piero, un bambino con il quale ci siamo conosciuti qualche tempo prima a San Leone, sulla spiaggetta di pietre davanti al bar “Pedalino”.

Ci scambiamo subito le prime impressioni e restiamo vicini, mentre i nostri genitori si salutano in attesa che i maestri chiamino l’appello per formare le classi.

In cuor mio spero di finire in quella del Maestro Mulè, che già avevo conosciuto perché insegnante di mio zio Lando, poco più grande di me. Ed è proprio lui che si avvicina al nostro gruppo, nel suo “doppio petto” blu rigato, ci chiama per cognome invitandoci a formare una fila “per due” dietro di lui.

Arriva il mio turno, piuttosto titubante lascio la mano di mio padre, mi fermo a metà strada e sento salire un magone dentro di me, con le lacrime che già mi bagnano gli occhi. Da sotto la visiera del berretto, vedo un paio di baffetti neri che sorridono e mi incitano a prendere posto nella fila, scoppio a piangere e lascio cadere a terra la cartella. Mi giro verso i miei futuri compagni ma il velo del pianto davanti agli occhi mi impedisce di distinguere le forme, sento un braccio attorno alle spalle e una voce amica vicino a me.

“Andiamo, siamo nella stessa classe”.

E’ Piero, la mia ancora di salvezza in quella marea di sconosciuti, mi prende per mano e andiamo a sistemarci nella fila che comincia a muoversi per andare in classe.

Con la mano saluto mio padre che a gesti mi dice che mi aspetterà fuori, ancora qualche singhiozzo, poi Piero mi dice qualcosa di buffo all’orecchio, ridiamo.

E’ nostro il primo giorno di scuola, il primo passo di una lunga strada che ci condurrà ad una grande amicizia.

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