Enrico e Antonino Licata. Quel duplice omicidio che attende ancora giustizia

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Padre e figlio vennero ferocemente uccisi il 22 agosto del 1990 a Sciacca. Dopo tanto tempo resta uno dei tanti casi irrisolti degli anni insanguinati della Sicilia

altMentre i flash degli agenti della scientifica fanno nascere quel terribile archivio fotografico, i corpi esanimi crivellati di proiettili calibro 7,65 di Enrico ed Antonino Licata sono abbracciati. L’estremo tentativo del padre di proteggere il figlio dalla ferocia del killer (o dei killer). Assassini incuranti del fatto che, dentro quel furgoncino bar, oltre al proprio obiettivo, c’è anche un ragazzino di appena 14 anni. La cui unica colpa, evidentemente, è quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. E’ una Sciacca incredula quella che la mattina del 22 agosto 1990 apprende del duplice omicidio. La gente è scossa. Nei negozi, per le strade, nessuno ha nemmeno il coraggio di parlare. In città è ancora il tempo in cui si pensa che gli assassini saranno pure criminali, ma i bambini no, quelli non li toccano. Neanche le donne, toccano. In realtà non è più così neanche nel 1990. E ne passeranno altri sei prima che la mafia uccida e sciolga nell’acido Giuseppe Di Matteo, “reo” di essere il figlio di un infame (così come i boss chiamano i
pentiti). Sarà uno spartiacque. In realtà la notte del 22 agosto di 22 anni fa Antonino Licata non ha alcuna
colpa. Sempre che da qualche parte ce ne sia una che possa giustificare una fine così drammatica.

 

 

Quel giorno sono ancora in molti a Sciacca ad essere in ferie. Non possono non notare dalla spiaggia quel gran movimento di forze dell’ ordine attorno al furgone bar. La notizia si sparge in breve. Enrico Licata ha 38anni. Fa l’ambulante. Generi alimentari, per lo più panini e bibite. Li vende ai turisti. Anche ai suoi compaesani, ovviamente. Va in giro con un chiosco attrezzato. Ottiene uno spazio al mare, in uno dei luoghi più incantevoli della Sicilia. Si dà da fare, Enrico Licata. Cerca di sbarcare il lunario. Forse però non si accontenta. Probabilmente si infila in qualche situazione più grande di lui. Dalla quale non riesce più ad uscire. In 22 anni le ipotesi si sprecheranno. Spesso dorme dentro il furgone, Enrico. E il giovane Antonino vuol stare con lui quella notte. Non è la prima volta che decide di aiutarlo durante il giorno. Dentro il furgoncino il padre ha ricavato due brandine. D’estate, d’ altronde, non c’è alcun problema. Ci si adatta facilmente. Quella sera stanno insieme. Chiacchierano un po’. Antonino ha 14 anni, il mondo è suo. Inevitabilmente non sono mancati negli anni quelli che hanno sostenuto che forse Enrico si aspettasse qualche imboscata, e si fosse portato con sé il figlio per farsi scudo, illudendosi che con lui vicino non gli avrebbero fatto del male. Se così ha pensato, evidentemente non ha fatto i conti con la ferocia di chi ha deciso di farlo fuori. Che, forse non si aspetta di trovare anche il giovane Antonino quando fa irruzione dentro il chiosco ambulante. E se non lo sa, pensa che in ogni caso sia ormai troppo tardi per annullare la missione di morte. Sono passati più di quattro lustri da quella notte. Enrico ed Antonino da allora sono due fotografie su una lapide al cimitero di Sciacca. Nessuna fotografia, invece, di chi li ha uccisi. Uno dei tanti casi irrisolti degli anni insanguinati della Sicilia.

Massimo D’Antoni

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