Bolero Mediterraneo

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Il tuo racconto per Malgradotutto

Bolero Mediterraneo
di
Angela Spoto

(A Ettore, che della mia vita è il ricordo più bello)

altC’era un vento, caldo come un fiato, che scendeva dalla valle di tufo. Ad ogni minuto accarezzava la spiaggia, sollevava polvere e cuciva ricordi.
Lei, scapigliata, ricordava tutto.
Ettore se ne stava contento sulla riva a raccogliere conchiglie. Erano andati insieme a giocare al mare perché la zia cedeva sempre alle sue richieste.
Aveva talento il piccolo. Volgeva il capo verso la zia, sorrideva e le migliorava la vita.
Un suo sorriso e si dimenticava il passato.

 

“Cosa c’è giù zia? Cosa c’è sotto il mare?”
“C’è ancora mare Tesoro, ancora tanto mare, e poi c’è pure terra come questa che calpesti, come questa che tocchi!”
No.
Sbagliato.
Era fondale la risposta esatta.
Ma lei non poteva pronunciare quella parola senza pensare al colore. Al colore di un fondale che aveva visitato. Al colore del suo fondale.
Blu elettrico.
Occhi di uomo.
Non era il momento adatto. Lei non poteva parlargli dell’abisso.
Un giorno il suo nipotino l’avrebbe scoperto da solo cosa c’era sul fondo. Sarebbe cresciuto.
E anche lui avrebbe sentito la vita nel sangue. All’improvviso.
Un giorno avrebbe capito cos’era quel mare, avrebbe conosciuto l’onda più alta. Una sinusoide più forte di se stesso lo avrebbe colpito dritto nel petto. Nessuno è immune.
La zia lo abbracciava forte, non voleva che anche lui si facesse male; ma a rivedere quel mare africano le tremava la radice che sentiva di avere dentro, giù, nel profondo. Pensava alla contraddizione dell’isola, ai barconi e alle ragazze seminude ad agosto, al fascino macabro della pressa, vista all’opera in officina, e alla strada lunga lunga, fatta in fretta per fuggire a una paura. E pensava alla sua vita intera: tutta d’un pezzo, perché il mare non sconta i peccati e restituisce sempre i cadaveri. Nessuno è immune a se stesso.
Tutti hanno un punto debole.
Ettore ancora non lo sapeva e la sua giovane zia avrebbe voluto metterlo in guardia, spiegargli come fare per non cadere.
Ma era presto per lui per capire. Troppo presto per lei per parlare.
Il suo piccolo Tesoro stava seduto a infangarsi di gioco e le mostrava felice la perfezione delle sue manine sporche di sabbia. Lei lo guardava attenta: le manine più belle che avesse mai visto, bianche come gigli, sarebbero cresciute.
Avrebbero toccato altre mani, e non si sarebbero sporcate solo di sabbia; anche lui si sarebbe perso nel calore dell’eccesso. Anche lui avrebbe sperimentato l’ebbrezza e la rabbia di godere nel dolore. E avrebbe amato. Al margine di se stesso.
Sull’orlo di un abisso.
Le sue mani avrebbero conosciuto una donna e l’avrebbero voluta e l’avrebbero toccata.
E toccata la prima, ne avrebbero voluta una seconda, e poi un’altra, e un’altra ancora.
Le sue mani di uomo non si sarebbero stancate. Con quelle mani avrebbe percorso corpi e sfiorato labbra, avrebbe stretto brividi e regalato orgasmi animali.
Mai più mani bianche di giglio.
Lui, cresciuto.
Lei, invecchiata.
“Zia, cosa fa il mare quando si muove forte? Chi lo spinge?”
“La natura Amore Mio!”

altSpesso le capitava di pensare alla sua natura, alla sua essenza più profonda, alla donna che era e che lei stessa ignorava. Le rimproveravano tante stranezze, ma non capiva che motivo ci fosse: era la sua natura. La colpa appartiene alla natura.
È la natura che ci spinge. Verso gli altri. Contro gli altri.
È la natura che ci tiene. Legati agli altri.
È la natura che ci genera figli e ci rivela bestie.
Lei si sentiva una bestia.
E i suoi pensieri erano figli amorali.
Ettore si era voltato e le aveva lanciato un’occhiata furba mentre giocava.
Lui bimbo.
Lui amore.
Lui puro.
Lui bianco.
Lui, mani di giglio.
Quel mare e quelle onde che tanto gli piacevano non gli erano ancora entrate dentro.
Lei invece era stata attraversata. Più di una volta. Dalla cattiveria della gente, dagli altari delle chiese chiuse, dalla morale delle famiglie, da mille porte sbattute, da troppe scelte dettate, da un uomo lontano: così sbagliato da non poterlo dire, così bello da non poterlo pensare, così adorato da non poterlo perdonare.
Lei donna.
Lei carne.
Lei persa.
Lei rossa.
Lei, mani di terra.
Il suo nipotino le aveva proposto un gioco: si corre veloce e vince chi arriva prima allo scoglio. Ettore correva veloce e la zia non voleva vincere, ma le piaceva tanto quel gioco.
Aveva iniziato a correre per farlo contento; stava proseguendo per fuggire da se stessa e dai ricordi che le onde spietate disegnavano sulla spiaggia da mezz’ora. Ma i ricordi su quella sabbia correvano più veloci e così li rivedeva tutti: fotogrammi di una vita che non l’aveva mai amata. Una carezza data nella nebbia, una notte trascorsa sul divano a pensare, gli eucalyptus guardati di corsa dall’auto in viaggio, l’ultimo treno sulla Agrigento-Palermo, la stretta di mano del suo relatore, il quadrato di terra dei suoi primi vent’anni di vita, il corridoio e la porta d’emergenza spalancata sul cortile, le spalle immense del collega atleta, la terra bagnata, la pioggia sulla testa e il sangue sulla rocca.
L’abbraccio di un uomo che la voleva usare.
E poi i tacchi di sua sorella, l’odore di notte e di cenere nella conca del braciere, il ticchettìo delle dita di Giovanni sulle tastiere. Le mani di sua madre.
Quel giorno il mare distante le stava tornando tutto con grande amore.
Ettore era davvero veloce. Lei, responsabile, aveva paura che cadesse.
Avrebbe voluto che fosse un po’ più grande per poterglielo dire: Ti prego Ettore non cadere! Non mi somigliare! Guardalo questo mare. E dimenticalo. Se ci pensi troppo lui tornerà a cercarti.
Temeva davvero che cadesse. Lei preoccupata. Lei già caduta.
Tutti hanno un punto debole: una macchia sporca sulla tovaglia bianca o un sorriso finto a coprire il cuore rotto. Ma si vive nell’ignoranza. Si crede nelle proprie capacità di controllo sopra ogni cosa; ci si crede sempre abbastanza saggi, ma se arriva un temporale a lavare le mani dalla morale, allora ci si vede per ciò che si è realmente: esseri imperfetti e corruttibili, uomini e donne dai talloni scoperti.
Tutti hanno un punto debole.
Quello della zia era alto un metro e ottantadue, aveva cravatte e mani grandi; le scriveva “Ti adoro”, ma non adorava nulla che non fosse la sua irrefrenabile voglia di perdersi nell’eccitazione di un atto proibito. Lei non lo avrebbe perdonato.
“Di che colore è il mare zia?”
“Non lo so Ettore, in realtà non ha un colore, ne ha tanti; devi sapere che il mare non ha paura delle sue emozioni e le mostra a tutti. Se è contento si veste d’azzurro e se è arrabbiato diventa tanto scuro e cattivo! Non si va in acqua se il mare è arrabbiato!”
La zia sorrideva e gli raccontava tante storie, ed era certa che il suo Ettoruccio lo sapesse quando era sincera e quando mentiva; lui, in quel momento, quasi per dispetto, insoddisfatto della risposta, aveva ripreso a correre e lei doveva stargli dietro.
Caro dolce Amore, un giorno gliel’avrebbe detto che il mare più profondo non era quello che cambiava spesso colore, che trasportava conchiglie e destini e che avevano visto tante volte insieme; un giorno gliel’avrebbe detto che il mare più violento abita nel petto, che il mare più intenso ha il colore del vino, e che si deve imparare a nuotare anche quando è arrabbiato e denso, anche quando pompa nelle vene un sangue troppo caldo.

Angela Spoto

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