Fondato a Racalmuto nel 1980

Scrivere per scompaginare l’alfabeto

La prefazione di Salvatore Ferlita al libro di Giuseppe Maurizio Piscopo “La Vita è un Alfabeto”, Navarra Editore. 

Salvatore Ferlita. Foto di Angelo Pitrone

Solo i maestri e le maestre sanno bene quanto sia importante l’alfabeto

Giuseppe Maurizio Piscopo, che è stato maestro nell’anima prima di diventarlo per averne acquisito il titolo, ha sempre creduto nella magia delle lettere, nell’incoercibile sortilegio che una vocale o una consonante possano innescare inopinatamente.

Egli è perfettamente consapevole del fatto che l’alfabeto possa rappresentare agli occhi dei piccolissimi allievi una specie di talismano mobile, di misterioso amuleto da riconfigurare all’infinito. In forza di ciò era prevedibile che in qualche modo all’alfabeto prima o poi si ispirasse.

È di solito nel primo giorno di scuola, come ha scritto Andrea Bajaninelle pagine iniziali di uno dei suoi libri più intensi, che l’insegnante almeno un tempo mostrava le lettere ai suoi scolari: “Erano pezzi di legno colorati, ciascuno con una sua forma. Senza respirare, abbiamo lasciato i banchi e siamo scivolati verso di lui, come limature di ferro richiamate dalla calamita. In pochi minuti eravamo raccolti intorno alla cattedra. Quando ha estratto l’ultima lettera – era la G e il maestro l’ha lasciata insieme alle altre sulla fòrmica del tavolo – ci ha chiesto di fare silenzio. Quindi ci ha spiegato che le lettere dell’alfabeto sono ventuno. Possono sembrare poche, ha detto, ma con queste lettere, d’ora in poi dovrete fare tutto. Con ventuno lettere – ha detto prendendole tutte nelle mani e poi passandole sotto i nostri nasi – si può costruire e distruggere il mondo, nascere e morire, amare, soffrire, minacciare, aiutare, chiedere, ordinare, supplicare, consolare, ridere, domandare, vendicarsi, accarezzare”.

Questa pagina di Bajani ne richiama per attrazione ecolalica un’altra del libro più intenso e arcano di Elias Canetti, ossiaLa lingua salvata: “[Laurica, la cugina di chi dice io nel libro] Tornò a casa con un quaderno, stava imparando a leggere e a scrivere. Lo aprì solennemente davanti ai miei occhi: il quaderno conteneva, in inchiostro blu, quelle lettere dell’alfabeto che erano per me la cosa più affascinante che avessi mai visto”.

Al fascino si lega immediatamente la funzionalità dell’alfabeto: esso si rivela una semplificazione vincente, offrendo oltretutto la possibilità di sovrapporre la scrittura al parlato. “La scrittura alfabetica – ha scritto Ferraro – ha una specifica qualità, è in grado di mettere per iscritto il parlato in forma integrale, trasforma un piano percettivo in un altro, il sonoro in visivo. Integralmente, senza residui […]. Ogni scrittura diventa un parlare a distanza”.

La scrittura alfabetica, lo sappiamo, pian piano diventa sempre più facile da utilizzare, per cui non solo permette meglio ma quasi invoglia a vergare per iscritto testi lunghi che in un passato più che remoto erano destinati solo alla memorizzazione. Si tratta di una svolta decisiva perché, attraverso di essa, ci si incammina più speditamente sulla strada del libro.

Platone, discepolo di Socrate, nel dialogo intitolato Fedro (scritto intorno al 370 a.C.) affronta un problema complesso: come si svolge la trasmissione del sapere? Come va inteso il passaggio dalla parola alla scrittura: si tratta di un tradimento o di un arricchimento? La parola scritta, e quindi letta, in che modo interagisce con la parola ascoltata?

Il filosofo greco fa raccontare a Socrate un mito eziologico, che spiega l’invenzione della scrittura. È il mito del dio egiziano Theuth, il quale voleva offrire al re Thamus il dono delle lettere dell’alfabeto. Theuth è il dio inventore del calcolo, del ragionamento, della grammatica, dell’astronomia, del gioco dei dadi e degli scacchi e anche dei “grammata”, cioè delle lettere dell’alfabeto e quindi della scrittura. Egli era particolarmente orgoglioso soprattutto di quest’ultima invenzione e riteneva che fosse necessario trasmetterla a tutti gli egizi. Secondo Theuth la scrittura li avrebbe resi più sapienti e più in grado dimemorizzare e custodire: la scrittura sarebbe stata infatti il rimedio per la conoscenza e per il ricordo. MaThamus non la pensava allo stesso modo: a suo avviso la scrittura non avrebbe reso gli uomini sapienti ma boriosi, arroganti. L’utilizzo della scrittura avrebbe determinato rovinosamente l’abbandono dell’oralità e l’atrofizzazione della memoria, trasformando il sapere in qualcosa di arido, freddo, meccanico.

Come ha narrato Kipling nel racconto intitolato Come fu scritta la prima lettera, presente nel volumeStorie nate proprio così, gli uomini primitivi a un certo momento hanno sentito la necessità di comunicare e questa interazione tra simili si è sviluppata nelle più svariate forme di contatto e condivisione. Fino ad arrivare (e qui siamo al punto) alla scrittura.

Protagonista del racconto dello scrittore inglese è la giovanissima Taffy, che appartiene a una famiglia di cavernicoli: suo padre, Tegumai, è in difficoltà perché ha rotto la lancia da pesca e lei vorrebbe aiutarlo. Ma dal momento che la scrittura non era ancora stata inventata, la bambina, attraverso un disegno realizzato nella scorza di betulla con l’utilizzo di un dente di pescecane, manda alla madre Teshumai un messaggio di soccorso per mezzo di uno sconosciuto: “Ora ti farò dei bei disegni. Prima farò papà che pesca, non tanto somigliante, ma la mamma lo riconoscerà, perché io ho disegnato l’arpione tutto rotto. Bene, ora disegnerò l’altro arpione, quello ch’egli vuole, l’arpione nero. Pare come se fosse aggrappato sul dorso di papà, ma il dente di pescecane m’è sfuggito e questo pezzo di scorza non è abbastanza grande. Questo è l’arpione ch’io voglio tu vada a pigliare: e questa son io che ti spiego la cosa. I miei capelli non sono così ritti come li ho disegnati, ma a questo modo si fanno più facilmente”.

Affida il disegno a un estraneo appena incontrato, ma la madre intende diversamente i disegni: “Ecco qui il mio Tegumai col braccio rotto; ecco qui un uomo che gliene getta un altro; ecco un altro uomo che gli getta un altro arpione da una caverna; ecco qui un mucchio di persone (veramente erano i castori disegnati da Taffy, ma sembravano persone) dietro Tegumai. Non è orribile?”.Questa interpretazione errata delle immagini ha rischiato di mettere sul piede di guerra l’intera tribù. Ma alla fine, compreso il messaggio, l’invenzione di Taffyviene apprezzata e soprattutto approvata: “È una grande invenzione e un giorno gli uomini la chiameranno scrittura. Per ora si tratta soltanto di disegni, e, come oggi abbiamo veduto, i disegni non sempre sono compresi a puntino. Ma verrà un tempo, o Figliuola di Tegumai, quando noi faremo le lettere – da venti a ventisei lettere – e potremo leggere e scrivere, e intendere ciò che si vuol dire senza ombra d’errore”.

È curioso e insieme significativo il fatto che, per scrivere, per dar forma a un testo, occorre scompaginare l’alfabeto, individuare le lettere e combinarle insieme a prescindere dalla loro ubicazione, dalla loro zona strategica.

Appunto, necessita che qualcuno interrompa la sequenza ordinata di consonanti e vocali, dannando vocali e consonanti a una sorta di euforica e necessaria entropia, mettendo in scacco qualsiasi ordine immaginabile.

L’ha spiegato da par suo Luigi Malerba (pseudonimo di Luigi Bonardi) in un racconto delizioso, quello che apre la sua prima raccolta, pubblicata da Bompiani nel 1963 grazie alla segnalazione di Ennio Flaiano.Si intitola La scoperta dell’alfabeto: in esso un contadino, che si chiama Ambanelli, incontra il figlio del padrone per imparare da questi l’alfabeto.

A petto delle certezze granitiche del ragazzo si allineano i dubbi, le incertezze, le remore del contadino, il quale gli fa notare che non ha senso in realtà dire che la “A” venga prima della “B” e che la “C” si possa pronunciare in due modi. Ambanelli non esita ad affermare che sciocchezze del genere sono soltanto invenzioni di gente che non deve spaccarsi la schiena ogni giorno, che sostanzialmente ha tempo da perdere. Il figlio del padrone a quel punto non sa più cosa dire, tentenna e arretra.

La svolta si ha quando il contadino gli chiede di insegnargli a mettere la firma. E qui i ruoli si capovolgono: sarà il ragazzo a ricavarne il profitto maggiore.

“Questa è la vostra firma”, “prima c’è la A” e “poi c’è la M”.

“Hai visto”, incalza Ambanelli, “adesso cominciamo a ragionare”.

Viene fuori che l’ordine delle lettere è solo una convenzione e, in realtà, non è poi così importante la sequenza stabilita perché conta di più comprendere bene come si leghino le lettere tra di loro, come si formino di volta in volta le parole.

Nella nostra vita, lo sappiamo bene, si passa dall’ordine al disordine, cioè dal noto all’ignoto, dalla consapevolezza all’incoscienza. Vivere è come fare un salto nel buio, affrontando l’imprevedibilità di ogni istante.

Giuseppe Maurizio Piscopo

Del resto, i racconti che sostanziano questo libro dimostrano che ci si possa rivolgere ai bambini, considerarli quali interlocutori privilegiati senza per questo ovattare le questioni affrontate, selezionando anche il politicamente scorretto. Giuseppe Maurizio Piscopo, avendo fatto tesoro della sua esperienza di maestro di frontiera, non pargoleggia, non regredisce a un livello inferiore, non retrocede di un centimetro anche quando affronta temi delicati. Le sue storie sono affollate dai personaggi che egli ha incrociato nella sua vita, qui restituiti con vivacità ed energia sorgiva. Le illustrazioni di Tiziana Viola Massa ingemmano La vita è un alfabeto. È stato concepito un disegno per ogni storia, un disegno per ogni lettera dell’alfabeto: il linguaggio caldo e immediato dell’artista arriva dritto al cuore dei grandi e dei piccoli. L’ordine dell’alfabeto, va rilevato, è però solo il punto di partenza da cui Piscopo s’è mosso per scombinare le carte.

Questo libro contiene anche tre brani eseguiti dal Coro Luigi Braille di Palermo composti e accompagnati dalla fisarmonica di Maurizio Piscopo, dal pianoforte di Maria Antonietta Lo Cicero, che ha curato gli arrangiamenti, e dalla chitarra di Francesco Buzzurro.

I brani sono stati registrati nella chiesa di Santa Lucia e sono L’angelo che protegge i bambini, La città rubata ai bambini e Ninì, colonna sonora del film di Rosario Neri Nato a Xibet.

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Il libro sarà presentato lunedì 24 aprile, alle 11, a Piazza Bologni a Palermo, nell’ambito della rassegna “La Via dei Librai”.

Oltre all’autore interverranno: la scrittrice Maria Grazia Lala; Tiziana Viola Massa, che ha curato le illustrazioni; Vito Lo Scrudato, scrittore; Roberto Tripodi, Dirigente in pensione. Il libro sarà nelle librerie a partire dal 3 maggio.

 “La vita è un alfabeto è un libro dono dedicato a tutti i bambini che ho conosciuto nella mia lunga esperienza di maestro di frontiera – spiega Giuseppe Maurizio Piscopo – una sorta di viaggio nelle lettere dell’alfabeto che per i bambini sono le chiavi per comprendere il mondo. Ho voluto raccontare storie allegre, tristi, struggenti che fanno riflettere e sognare grandi e piccini. Questo libro per me  è come vivere  un sogno dentro un libro dalla parte dei bambini…”.

Il libro sarà nelle librerie a partire dal 3 maggio

 

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