Fondato a Racalmuto nel 1980

“Restituiamo al mondo un’immagine vincente di Agrigento”

Nostra intervista a Nicolò D’Alessandro: “La città deve recuperare la propria memoria storica e chiamare a raccolta tutte le forze sane del territorio”

Nicolò D’Alessandro

Artista nell’anima, eclettico e giramondo. Lui è Nicolò D’Alessandro, eccellenza siciliana conosciuta nel mondo e con un curriculum lungo oltre cinquant’anni. Lo abbiamo incontrato per i lettori di malgradotuttoweb.it ed ecco quello che ci ha raccontato rispondendo alle nostre domande.

Mi piacerebbe iniziare da quello che considero una sua vera e propria nota distintiva. Lei è nato in Libia, a Tripoli, nel 1944 da genitori siciliani. Sin dall’inizio ha quindi idealmente unito le due sponde del Mediterraneo, quasi un segno premonitore del giro del mondo che in tutti questi anni ha caratterizzato la sua arte.

Mio padre Amedeo è nato a Santa Elisabetta (paese in provincia di Agrigento, ndr) e mia madre Maria a Catania. Si sono conosciuti e sposati a Tripoli dove sono nato io e lì ho trascorso i miei primi cinque anni di vita. Nel 1949 siamo ritornati in Sicilia, stabilendoci ad Agrigento dove ho frequentato le elementari nella stessa scuola dove insegnava mio padre. Ho iniziato a disegnare sin da bambino, sostenuto da mia madre, coltivando al Viale della Vittoria il desiderio di viaggiare per conoscere. Privilegio che poi il mio lavoro mi ha concesso nel corso degli anni. Non ho mai tradito i sogni che facevo da bambino spinto dalle suggestioni che si sono sempre più sviluppate leggendo ogni cosa che trovavo nella biblioteca di famiglia. Tra un sogno e un desiderio, attratto dalla musica, suonavo la fisarmonica con mio fratello Mario che poi ha continuato da musicista. Ho disegnato moltissimo e dipinto per capire, essendo un autodidatta. Mi sono sempre interessato al ritratto e costringevo mia sorella Jose, che ha 10 anni meno di me, a farmi da modella.

Lei è l’autore del disegno più lungo del mondo (metri 83,50 x metri 1,50), realizzato a china colorata. L’opera si intitola “La Valle dell’Apocalisse”, esposta in anteprima assoluta a Racalmuto nel 1991 e in anteprima mondiale a New York  nel 1992. Com’è nata l’idea di un lavoro artistico lungo quasi come un campo da calcio?

Nicolò D’Alessandro – I primi due metri della Valle

Il lavoro nasce da un desiderio quasi infantile. Poiché il pubblico presta pochissima attenzione al disegno, ho immaginato un’opera che, in qualche modo, avrebbe dovuto impadronirsi dell’orizzonte e “costringere” a guardare almeno un particolare del disegno. Si è rivelato, dopo circa due anni d’impegno, un lavoro faticoso. Le lunghe discussioni sul tema affrontato con lo scrittore Piero Carbone, con la mia compagna e altri amici che volevano dissuadermi, mi hanno convinto che l’opera doveva essere fatta. Come si può immaginare non è stato facile realizzarla. Il tema dell’apocalisse, in quegli anni, mi interessava molto e prima di inziare questa fatica ho letto moltissimo e mi sono documentato sul Vecchio e il Nuovo Testamento, i Vangeli apocrifi, il Bardo Thodol. La numerosisima iconografia apocalittica dal Medioevo ai nostri giorni mi ha incoraggiato a tentare l’impresa. I temi dei disastri ecologici, la sovrappopolazione, le grandi migrazioni, l’integrazione culturale, la droga, l’Aids, la violenza che costituiscono l’“apocalittico contemporaneo” mi hanno convinto a sviluppare questo lungo racconto figurativo che si è anche tradotto in un romanzo pubblicato l’anno successivo in dodici capitoli. Il disegno a china l’ho iniziato il 6 novembre 1989 e l’ho ultimato il 20 settembre 1992. Il peso del disegno è di circa venti chili. Ho usato due litri di inchiostro di china e quarantadue pennellini a punta fine direttamente sulla carta a rotoli senza usare mai la matita. I primi quaranta metri sono stati esposti in anteprima assoluta a Racalmuto nel 1991 per volontà dell’amico scrittore Piero Carbone.

Ma la sua attività culturale non si limita certo alla pittura. Da oltre cinquant’anni  firma scene e costumi per spettacoli teatrali, è direttore artistico di alcune case editrici, è autore di copertine e manifesti, nonché di splendide illustrazioni (come quelle pubblicate negli ultimi anni dall’edizione palermitana del quotidiano La Repubblica). E si occupa da sempre di estetica. Insomma, un’eccellenza siciliana apprezzata nel mondo ma che non ha voluto lasciare la sua terra. Ha dei rimpianti?

La mia lunga carriera si è espressa in molte curiosità e interessi alle varie attività che parallelamente ho coltivato. I saggi sulla pittura, i racconti, gli articoli affiancati all’attività di operatore culturale, sottolineano la mia volontà di ricercare nella nostra terra martoriata dall’incultura e dall’indifferenza la qualità del vivere civilmente. Dico sempre: disegnare e scrivere. Questo è il mio mestiere.

Molte delle sue opere sembrano più cesellate che disegnate, tanto che giustamente è considerato un maestro della china. Proporzione e attenzione estrema al dettaglio rappresentano due delle più significative cifre stilistiche della sua originale produzione artistica. Vorrebbe parlarcene?

Sono molto attento al particolare nei disegni che faccio e i dettagli costituiscono un’attenzione ovvia sulla necessità di comunicare attendibilmente ciò che voglio dire e comunicare agli altri. Ho imparato la lezione, il rispetto del lavoro, dai maestri incisori antichi. Ogni cultura esprime la necessità e l’aspirazione alla perfezione. La grande arte non è che il risultato di una grande attenzione e rispetto dell’idea che la promuove e genera in ogni atto creativo. La nostra epoca distratta è velocizzata da un sistema tecnologico che riduce la nostra capacità di riflessione critica e l’attenzione al particolare. Non esiste costruzione dove non ci sia un progetto preciso e particolareggiato. Bisognerebbe recuperare il senso critico sempre più irriconoscibile nel nostro tempo.

Potrebbe anticipare ai nostri lettori a cosa sta lavorando in questo momento e cosa ci aspetta nel futuro artistico di Nicolò D’Alessandro?

Da alcuni anni, dopo le mostre personali dal titolo Torri di Babele, Icone ed altre icone perdute al Museo Guttuso nel 2010 e l’altra personale Scritture, Torri di Babele ed altre storie perdute tenuta al Castello di Bratislava del 2011 ho lavorato allo sviluppo dei temi. Sono pronto per una grande personale delle mie opere inedite. Mi piacerebbe molto poterla realizzare ad Agrigento dove non espongo dal 1969. Sono trascorsi 54 anni dalla mia mostra dal titolo “Negazione d’Artista” con le mie tele bianche al Circolo Empedocleo. A questa mia dichiarazione di poetica, all’Accademia di Belle Arti “Michelangelo” di Agrigento, nell’Anno Accademico 2009, Alfonso Russo – relatore il Prof. Nuccio Mula – ha dibattuto una tesi dal titolo La tela Bianca, L’Arte contemporanea tra rappresentazione e silenzio. Forse, ma non dipende da me, si potrebbe realizzare la mostra personale di un artista “emigrato” da questa città esponendo la mia Valle dell’Apocalisse, già esposto in America, in Spagna. Per rispondere alla domanda circa il mio futuro c’è la volontà di onorare gli impegni presi con me stesso. Da alcuni anni ho attivato a Palermo il “Museo del Disegno”, dove periodicamente ospito artisti di valore per sottolineare l’importanza della grafica e del disegno. A Santa Elisabetta sarà inaugurata prossimamente la PINACOTECA D’ARTE CONTEMPORANEA Amedeo D’Alessandro. La donazione di lavori miei e di molti artisti siciliani della mia collezione privata, migliaia di cataloghi d’arte costituiscono il fondo formativo di questa nascente  realtà culturale alla quale tengo molto. Nel frattempo continuo a scrivere e negli ultimi due anni ho pubblicato con la casa editrice MEDINOVA: La lunga notte vuota e Ogni guerra è nebbia.

La  ringrazio per l’attenzione che ha voluto dedicarmi su “Malgrado tutto” e colgo l’occasione per augurare ad Agrigento, nominata Capitale della Cultura 2025, di saper scegliere con intelligenza, senza trionfalismi provinciali che non portano da nessuna parte e di valorizzare le molteplici qualità del territorio agrigentino al fine di restituire le autentiche capacità progettuali e culturali degli intellettuali, degli artisti, degli imprenditori meritevoli di attenzione e di visibilità, molto spesso ignorati. Restituire al mondo un’immagine vincente di Agrigento, la più bella città dei mortali è un dovere, se non addirittura una necessità. La Città deve recuperare la propria memoria storica e chiamare a raccolta tutte le forze sane del territorio. In provincia ci sono molti artisti degni di attenzione pressoché ignorati che darebbero lustro alla cultura del territorio. Le 75 edizioni del Festival Internazionale del Mandorlo in Fiore di Agrigento dovrebbero far riflettere tutti. Dopo 75 anni, è impensabile che questa manifestazione sia di fatto sconosciuta al mondo. Non può più permettersi di essere considerata “internazionale” soltanto in provincia.

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