Fondato a Racalmuto nel 1980

Acqua, mia cara acqua!

Ancora una volta la nostra amata isola è rimasta a secco

Valeria Iannuzzo

Correvano gli anni ’70, erano gli anni in cui ancora bambina finita la scuola trascorrevo le mie giornate in giro per il quartiere in bicicletta. Erano gli anni in cui tutti i carusi scendevano a giocare sotto casa: i maschi con i maschi e le femmine con le femmine e qualche volta anche femmine e maschi. Si giocava a palla avvelenata, a campana, con le bambole; si costruivano capanne con materiali di fortuna, si organizzavano merende estemporanee raccogliendo pomodori e frutti dai giardini vicini. Si usciva la mattina e si faceva ritorno a pranzo quando puntualmente una delle mamme iniziava a chiamare uno di noi. Insieme uscivamo e insieme rientravamo.

Nel primo pomeriggio, dopo inutili tentativi di riposo, tornavamo in strada e si riprendeva a giocare. I maschi collocavano quattro barattoli ai due lati di un perimetro rettangolare per ricavarne due porte, e con un Super Santos nuovo di zecca iniziavano una partita che difficilmente potevano finire visto che puntualmente dopo un po’ di minuti il pallone si bucava o finiva nel giardino di qualche vicino che si ostinava a non voler restituire il pallone. Così cambiavano gioco, scegliendone uno più tranquillo: giocavano a Fufù con le figurine Panini. Io ero innamorata di Cabrini e così mi sacrificavo e qualche volta ci giocavo anch’io. C’erano comunque dei giochi assolutamente off limits per noi femmine: il calcio primo fra tutti, il tiro con la fionda e le gare con i carrozzoni. Devo dire che nessuno di questi giochi mi appassionava ad eccezione del carrozzone forse per una sorta di attrazione inconscia verso i “roti pallini”- li chiamavano così – sostanzialmente cuscinetti per auto che i maschi reperivano nelle autofficine del quartiere. Che dire? Erano il mio debole, forse perché le cose luccicose a me sono sempre piaciute.

Quelle degli anni ’70 erano anche le estati delle conserve di pomodoro, prima i pelati e poi la passata. Si trattava di imprese titaniche in cui ogni membro della famiglia veniva a vario titolo coinvolto. Chi puliva il pomodoro, chi lo lavava, chi lo pelava, chi pensava per il fuoco, chi lo passava, chi lo imbottigliava. Insomma si attivava una catana di montaggio infernale che iniziava alle prime luci dell’alba e finiva al tramonto, quando andava bene. Il caldo era terribile. Le mosche fastidiosissime. Il prurito insopportabile. Non credo ci fosse modo peggiore per torturare un bambino. Ma la cosa più bella era la competizione tra vicini per stabilire chi ne preparava di più. In ogni famiglia si producevano mediamente trecento/quattrocento bottiglie di salsa. Ovviamente mangiavamo pasta al sugo 365 giorni l’anno.

Quelli erano anche gli anni in cui le domeniche di luglio si andava al mare. Mio padre caricava la sua Fiat 127. Me lo ricordo come se fosse oggi, ci infilava l’inimmaginabile: ombrellone, tavolo e sedie pieghevoli, sedia a sdraio, teli mare, teglia con pasticcio di lasagna, teglia con parmigiana di melanzane, anguria, un bidoncino d’acqua e quando andava bene anche una bottiglia di coca cola. Poi salivamo noi. E quando dico noi non intendo solo moglie e figli, ma pure zii e cugini. Qualcuno andava anche nel cofano. Ma quanto era grande quel cofano? Arrivati al Lido Azzurro – noi eravamo di paese e non andavamo a San leone – trovavamo maestrale. Onde altissime, raffiche di vento, tempeste di sabbia. Di ritornare a casa non se ne parlava neanche. Ormai eravamo al mare e bene che potesse andare a luglio c’erano solo quattro domeniche, dunque scaricavamo tutto e protetti dalla mano di Dio affrontavamo la tempesta, consumando tutto quello che era stato portato da mangiare. Non credo che esistessero le protezioni solari, quantomeno nella mia famiglia, così la sera rientravamo a casa con ustioni di terzo grado. Sempre felici e soddisfatti.

Il guaio era che ritornando a casa lo stesso esercito che era stato al mare doveva lavarsi e acqua non ce n’era. Perché da noi in Sicilia l’acqua, soprattutto in estate, scarseggiava sempre. I recipienti di eternit montati sulle terrazze avevano una capienza di cinquecento litri, mille nei casi più fortunati, e quelle riserve non bastavano. Comunque, non so come, ma ci lavavamo. Mia madre era una molto creativa.

Le famiglie di quegli anni, permettetemi di sottolinearlo, erano molto collaborative, ciascuno faceva qualcosa, e quando mancava l’acqua il più grande della nidiata a cavallo della sua Atala 20 andava al bevaio a riempire i bidoncini d’acqua. Cinque litri per volta, aspettando il turno alla fontana. Pensate che muscoli venivano fuori nei periodi di grande siccità. E vivevamo felici.

Ecco quest’immagine di mio fratello alla fontana mi riaffiora alla mente cinquant’anni dopo come un dejavu mentre scorro i posts di Facebook e vedo gente, tanta gente in fila alle fontane a riempire bidoni d’acqua. Badate bene, io sono una molto legata alle tradizioni, ma rivedere mio fratello a riempire bidoncini d’acqua alla fontana mi viene un po’ difficile.

È vero, da mesi ci invitano a risparmiare l’acqua, ci dicono che le riserve idriche a causa delle scarse piogge si sarebbero esaurite entro la fine di luglio, ci informano che la crisi idrica avrebbe prosciugato i nostri rubinetti, che gli agricoltori sono in difficoltà, che il settore della zootecnia è a rischio, che gli incendi sono in agguato e altro ancora.

Non nego di aver letto, ascoltato, metabolizzato tutto questo. Assolutamente no. Anzi mi sono adeguata, richiamando quanti dimenticavano di ridurre gli sprechi, invitando al risparmio idrico, allineando le mie abitudini alle nuove emergenze. Ma intanto, mentre io facevo tutto questo, mi chiedo cosa hanno fatto, nel tempo, e cosa stanno facendo i nostri amministratori e politici a livello locale e regionale.

Ancora una volta la nostra amata isola è rimasta a secco. Sembra un paradosso che una terra circondata dall’acqua non abbia più acqua, ma è così. Nel mio comune ci sono state turnazioni idriche di oltre 20 giorni. Mi chiedo come chi viva nel centro storico e non abbia adeguate riserve possa sopravvivere. E il mio pensiero va agli anziani, ai soggetti allettati che necessitano di maggiore igiene e cura, alle famiglie con bambini piccoli, alle attività commerciali come bar, pasticcerie, ristoranti.

Qui c’è in gioco la salute dei cittadini, senz’acqua non si può sopravvivere. Oppure quello che stiamo vivendo è un gioco? Se è un gioco spiegatemene le regole perché non mi sono ancora chiare. Se l’idea è quella di farci ritornare tutti negli anni ’70 o giù di lì, quando ancora fanciulla facevo il bagno una volta a settimana, vi dico subito che a me non piace. Non mi piace per mille motivi, primo tra tutti perché con le mie tasse permetto a tutti gli amministratori e ai politici di quest’isola di poter poggiare il loro fondo schiena su soffici  poltrone per risolvere problemi in maniera seria con una programmazione a breve, medio e lungo termine. Se nessuno di loro in maniera preventiva è stato capace di farlo abbia l’umiltà e il buon senso di tornarsene a casa. Se proprio alle poltrone non ci vogliono rinunciare li invito a stare più attenti da oggi in avanti perché se l’acqua continua a scarseggiare prima o poi qualcuno si vedrà costretto, contravvenendo ogni regola civile, a svuotare il proprio pitale per strada e a quel punto non garantisco che passando per caso sotto una di queste abitazioni ne potranno schivare il maleodorante contenuto.

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