Fondato a Racalmuto nel 1980

“Ecco perché ho scelto di fare il giornalista”

Nostra conversazione con Massimo D’Antoni. Esce il suo primo romanzo “La pescatrice araba”, edito da Giammarco Aulino

Massimo D’Antoni

“La pescatrice araba”, edito da Giammarco Aulino, è il romanzo che segna il debutto nell’editoria di Massimo D’Antoni. In questa conversazione ne parliamo con l’autore, aprendo anche un’ampia finestra sulla sua lunga ed impeccabile esperienza di giornalista e su argomenti attuali.

Nell’annunciare, con “pudore”, l’uscita del tuo primo romanzo, del quale parleremo dopo, sottolinei: “il mio mestiere, per il quale ho speso e sto spendendo la mia vita, era e rimane quello del giornalista”. Come è quando è nata la scelta di fare il giornalista?

Quello che ho definito “pudore” è in realtà l’elaborazione di un concetto di profondo rispetto che nutro per gli scrittori “veri”. Sì, io posso dire che scrivo per lavoro, e spesso il giornalismo richiede anche il ricorso ad elementi narrativi. Ma quello del romanziere è un altro tipo di talento. Diciamo che ho provato a mettermi in gioco. Mi chiedi della mia scelta di fare il giornalista. Quella scaturisce dalla passione che il mio compianto papà mi ha trasmesso nei confronti della vita civile e politica. Ero solo un bambino, e tuttavia osservavo rigorosamente, insieme ai miei fratelli, la regola che, affettuosamente, mio padre ci aveva imposto: alle 20 in punto l’appuntamento condiviso in famiglia era quello di guardare tutti insieme il Tg1. Quella finestra sul mondo avrebbe in futuro condizionato le mie decisioni professionali.

Ad un giovane che vorrebbe intraprendere la professione di giornalista, dall’alto della tua esperienza, quali consigli di sentiresti di dare

Il mio consiglio è quello di studiare, accettare naturalmente di fare sacrifici, consumare le famose suole delle scarpe, soprattutto all’inizio. E poi provarci sempre, specializzarsi, rimanere umili e osservare sempre tutti quelli da cui possiamo attingere qualche insegnamento: dalla tv locale al grande network internazionale. Perché da tutti si impara qualcosa. Perfino da chi di cui non abbiamo stima.

Qual è il tuo giudizio sul ruolo dell’informazione oggi. Dove vedi luci e dove, invece, vedi ombre

Questo lavoro è cambiato radicalmente. La carta stampata è in gravissima crisi, si vendono sempre meno copie di giornali. Per non dire che chi prova a spendersi con passione in questo mestiere lo fa con compensi letteralmente da fame. Tutto questo è deprimente. Onestamente non so se avrei scelto di fare questo lavoro se mi fossi trovato in una realtà sociale ed economica come quella di oggi. Ma non è giusto tarpare le ali a chi ha voglia di provarci. Le luci ci sono, sì. Il giornalismo d’inchiesta è per me la prospettiva del futuro. Richiede però una grande preparazione e perfezionamento diuturno di nuove tecniche comunicative. A prevalere rimane però l’istinto, il senso della notizia, domandarsi se un fatto sia o meno notiziabile, la famosa parabola dell’uomo che morde il cane, tanto per intenderci. Se non possiedi naturalmente questa curiosità è difficile (anche se non impossibile) poterla acquisire. I nuovi linguaggi, come per esempio i podcast, sono un’altra frontiera interessante. Oggi questa professione la si può esercitare con flessibilità. Che, spesso, corrisponde a precarietà. Sono stato un freelance, e oggi è questa la trincea da cui ci si può mettere in mostra.

Informazione e social. Quali sono le tue considerazioni 

Su internet e sui social network sono tutti comunicatori. Ormai prevale l’informazione “usa e getta”, e la credibilità del giornalista iscritto all’ordine e che segue i corsi di formazione è purtroppo messa a durissima prova dalla diffusione delle fake news. Un meccanismo contro cui sono necessarie scelte politiche, perché i meccanismi di autodifesa della categoria purtroppo non sempre funzionano. La corsa alla primogenitura della notizia, a chi arriva prima degli altri online, rischia di avere effetti devastanti. Perché il rischio di dare una notizia non verificata, e di conseguenza inesatta, è altissimo.

 “Stranamente, non abbiamo mai avuto più informazioni di adesso, ma continuiamo a non sapere cosa succede”. Come vanno lette da un giornalista le parole di Papa Francesco

Grande saggezza da parte sua. Siamo circondati da informazioni che non ci danno nulla, improntate essenzialmente su gossip, congetture e scenari fasulli, utilizzati anche politicamente da qualche capo di Stato che usa il suo potere per aggredire altri paesi o per condizionare le elezioni negli stati democratici. Aggiungo che Francesco è un papa che ha messo in discussione la stessa istituzione da lui rappresentata. Sta provando a rendere la Chiesa più trasparente. La sua battaglia contro gli abusi sessuali nei seminari, secondo me, è già passata alla storia.

Sciascia sosteneva che il ruolo dei giornali, soprattutto quelli locali, deve essere di opposizione concreta al potere. In che misura secondo te oggi questo avviene?

Su questo bisogna fare autocritica. Purtroppo esiste una tendenza sempre più diffusa a porgere il microfono e ad incoraggiare il politico di turno a buttarla sulla propaganda. Ma la gente non è mica stupida. Se concedi al politico di utilizzare lo spazio che gli offri solo per la propaganda, sai di avere perduto la credibilità, che è il bene più prezioso per chi vuol fare il giornalista. Poi si può sbagliare, evidentemente. Personalmente non transigo dalla regola principale: noi giornalisti dobbiamo fare domande. Tutte le domande che la legge e la deontologia professionale ci permettono di fare, nell’interesse pubblico.

Parliamo di Sciacca. Che città era quando hai cominciato a scrivere e che città è oggi

Sciacca. Foto di Raimondo Moncada
Sciacca, panorama (Foto di Raimondo Moncada

Il dato più drammatico è che oggi Sciacca è una città meno popolosa di quando ho cominciato. Eravamo più di 42 mila abitanti, oggi siamo scesi a 38 mila e rotti. Cosa che sta succedendo un po’ ovunque in Sicilia. La chiusura di molti uffici pubblici decentrati e l’addio di tanti giovani costretti ad andare via per trovare un lavoro dignitoso hanno creato una realtà un po’ difficile. Rispetto a quando ho iniziato la città è cambiata, certo, ma è cambiato anche il giornalismo. Abbiamo imparato sul campo le regole di questo mestiere. Spero, con le cose che propongo nella mia Tv, di limitare al minimo indispensabile quell’impostazione paesana che è un po’ il mio incubo ricorrente, e da cui provo ogni giorno a distaccarmi.

Le iniziative di Agrigento Capitale della Cultura coinvolgeranno anche il territorio della provincia. Quale ruolo avrà o potrebbe avere Sciacca?

La mia città (spero di non apparire sciovinista) è un faro culturale. Nei secoli trascorsi fu Città Degna, coniava moneta, espresse personalità di rilievo a livello politico, artistico e scientifico. Con la città di Agrigento secondo me si sarebbe dovuto percorrere storicamente un cammino a braccetto, con un reciproco riconoscimento del rispettivo patrimonio culturale e monumentale. Invece non è stato così. Si è preferito indugiare in maniera stupida in un campanilismo esasperato, che la politica non ha certo aiutato a superare. Personalmente mi auguro che con il progetto di Agrigento Capitale della Cultura (che si prefigge di valorizzare anche le risorse storiche di Sciacca, dal Corallo al Carnevale, fino all’Isola Ferdinandea) si possa addivenire ad una superiore condivisione di un progetto condiviso di esaltazione delle nostre bellezze.

Come e quando nasce Tele Monte Kronio

Nasciamo come radio, nel 1976. Era l’epoca dell’avvento delle radio libere. Un gruppo di giovani saccensi realizzò quel progetto. Nel 1980 sarebbe nata anche la TV. A caratterizzarci in tutti questi anni, dai nostri predecessori a noi che gestiamo e lavoriamo oggi in tv, è stata sempre la voglia di metterci dedizione, professionalità e soprattutto senso di responsabilità. Sapendo che lo strumento che abbiamo a disposizione può essere dirompente, e va usato con competenza. Oggi la Tv è un impegno diverso. Adesso io sono a capo di una cooperativa di soci lavoratori. È faticoso stare dietro a tutte le impellenze amministrative, ma per fortuna siamo una squadra affiatata, e oggi stiamo resistendo in un mondo in cui diverse altre realtà non ce l’hanno fatta, perché i tempi sono cambiati.

Hai incontrato, raccontato e intervistato tanti personaggi. Qualcuno che ti ha particolarmente colpito e perché

Sicuramente Piero Angela. Una persona di straordinaria modestia, che mi impressionò per la sua serietà, confermando che i veri grandi sono umili.  Prima che lo intervistassi mi fece molte domande, volle sapere di noi, del nostro bacino d’utenza, del tipo di produzioni che facevamo. Pensa che arrivò a chiedermi se preferivo, durante l’intervista, che guardasse la telecamera o che si rivolgesse a me. Quella domanda me la stava facendo la storia della televisione in persona. Se ci penso sono ancora oggi scioccato.

Massimo D’Antoni intervista Piero Angela

Una storia che non avresti mai voluto raccontare

Ce ne sono tante. L’ultima, che può essere indicativa, è l’accoltellamento di Cianciana, con l’uomo che non ha esitato ad aggredire la moglie e i figlioletti, vivi per miracolo. È una storia indicativa del tipo di vicende che avrei preferito, o che preferirei, non raccontare mai. Vedi, molta gente considera i giornalisti degli sciacalli, persone senza scrupoli che si buttano a capofitto sui fatti di cronaca. Non nego che qualche collega si esalti nell’andare su una scena del crimine. Io non mi annovero tra questi. In ogni caso se è necessario devo farlo, perché è questo il lavoro che facciamo, e se c’è un fatto di interesse pubblico è giusto raccontarlo.

Parliamo adesso del tuo primo romanzo “La pescatrice araba”, edito da Giammarco Aulino. Definisci questo tuo debutto nell’editoria, dopo avere superato diversi indugi, un atto di coerenza. Ci spieghi perché.

Perché ho sempre provato grande ammirazione per chi si butta, per chi ci prova, per chi non ha paura o non si dilania dietro elucubrazioni infinite, mettendosi in gioco e scommettendo su se stesso. Tuttavia non mi sono mai considerato un tipo del genere. Ma siccome considero la coerenza un valore, ho pensato che coerenza voleva che anche io ci provassi. Ed è quello che ho fatto. Spero rifuggendo dalla presunzione.

La protagonista del romanzo è Ines. Chi è Ines? E’ un personaggio completamente inventato o è in qualche modo legato alla tua vita?

È entrambe le cose. Dai tratti somatici a quelli caratteriali ho conosciuto una persona simile a lei. Come protagonista del mio romanzo, ambientato nel 1970, la mia Ines vuole essere una sorta di donna ideale, dove per ideale intendo tante cose, compreso un modo di sfidare con fierezza e caparbietà una società che ancora oggi, in molte parti, e non certo soltanto in Sicilia, è pericolosamente patriarcale, come i numerosi femminicidi continuano a rivelare.

Cos’altro possiamo aggiungere rispetto alla storia che racconti nel romanzo

C’è qualche tinta di giallo. La protagonista perde il marito in mare. Le dicono che è stato un infarto, ma lei crede che in realtà è successo qualcosa a bordo. Contro le convenzioni chiede e ottiene di prendere il posto del marito nell’equipaggio. Inizia così ad indagare. Non aggiungo altro. Tutto questo è uno spunto che mi ha permesso di provare a mettere in evidenza alcune tra le tante contraddizioni che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la nostra realtà sociale.

Per concludere, tornando a D’Antoni Giornalista, qualche collega che ti piacerebbe ricordare e come sintetizzeresti i tuoi tantissimi anni di giornalismo.

Avevo appena 14 anni quando ho condotto il mio primo programma radiofonico. Il mio vocabolario era molto ridotto, per ovvie ragioni. Ma il ruolo di comunicatore mi affascinava. A 17 anni a Tele Monte Kronio mi fecero leggere il primo TG. Iniziò così la mia palestra. Inizialmente con lo sport. Poi ebbi la fortuna di essere il corrispondente da Sciacca del VG di Teleacras, quello che dirigeva Giovanni Taglialavoro. Con Carmelo Sardo, Luigi Galluzzo, Alfredo Conti e poi Giovanni Siracusa ho affinato il mio linguaggio giornalistico, la tecnica di scrittura, il celebre “attacco” di ogni pezzo. Devo molto a loro, molto più di quanto loro possano ancora oggi immaginare. Ho sempre saputo che se non fossi stato un buon corrispondente sarei durato poco. Invece quella esperienza durò diversi anni. Segno che mi stimavano.

Massimo D’Antoni

Il mio primo tesserino da giornalista pubblicista l’ho preso nel 1998. Nel 2011, anche per superare un periodo difficile sul piano personale, volli sostenere l’esame di Stato per diventare professionista. Era una specie di riscatto, perché professionalmente non sarebbe cambiato niente. Ma riuscii a raggiungere l’obiettivo al primo colpo. Oggi, alla mia età, posso dire di essere molto stimato dalla comunità, e questo mi lusinga e mi spinge ad andare avanti con serietà. La collaborazione con l’Agenzia Ansa è una grande soddisfazione, anche se nelle agenzie i pezzi non sono firmati, ma questa cosa non mi è mai mancata. E gli attestati di stima che ho ricevuto dopo avere annunciato la pubblicazione del mio romanzo li associo all’apprezzamento per il mio lavoro di giornalista. Ed è quello che mi stimola ad andare avanti, a fare del mio meglio e a guardare sempre quello che fanno gli altri, dalla Cnn alle emittenti regionali e locali. Perché non si smette mai di imparare.

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