Fondato a Racalmuto nel 1980

Sasà Grenci, il pianista jazz dal raffinato talento

Dall’immediato dopoguerra fino ai primi anni ’80 è stato l’animatore per eccellenza delle serate musicali agrigentine

Il Maestro Sasà Grenci

La sua professione era quella di geometra, e fu un competente e integerrimo funzionario tecnico del Comune di Agrigento. Ovunque, però, posto di lavoro incluso, Sasà Grenci era semplicemente il “Maestro”. Perché era noto soprattutto come pianista jazz dal raffinato talento che ne aveva fatto dall’immediato dopoguerra fino ai primi anni ’80 l’animatore per eccellenza delle serate musicali agrigentine.

Un talento e una passione ereditati dal padre, il Maestro Salvatore Grenci, compositore e direttore di prestigiose bande musicali in Calabria (terra di origine della famiglia) e in Sicilia, ma anche dallo zio, famoso direttore di una grande orchestra di New York. Non aveva frequentato il conservatorio, Sasà Grenci, ma riuscì lo stesso ad acquisire tecnica ed un eclettismo grazie al quale spaziava dal jazz al blues, dallo swing alla melodia italiana più raffinata e persino al folk. Fisarmonicista e pianista sin da giovanissimo, prima sotto la severa guida del padre, poi da autodidatta, amava ricordare il momento della sua svolta artistica: l’arrivo delle truppe americane ad Agrigento nel periodo bellico.

“Il quartier generale – racconta il giornalista Salvo Grenci, figlio del maestro – era all’Hotel des Temples (Villa Genuardi). Tra i soldati americani alcuni eccellenti musicisti, e nelle serate meno impegnative segnate da musica e relax quel ragazzino appena tredicenne, in cerca più che altro di cibo e generosità made in USA, studiava la tecnica di un paio di pianisti jazz, molto bravi, che, diceva, lo incoraggiavano a suonare con loro. Lui guardava e imparava…Gli americani andarono via, lasciando nei nostri concittadini ricordi e ferite, e mio padre, un occhio agli studi da geometra, l’altro a spartiti e tastiere, iniziò a mettere su le prime orchestrine, segnando la voglia di rinascita di una città segnata e affamata nel dopoguerra. Anni difficili, eppure pieni di vita, con serate musicali che si susseguivano in città, in particolare al Circolo Empedocleo, a Maddalusa e alla Focetta. I nomi di quelle orchestre sono rimasti nella memoria dei più anziani (OTO, Arcobaleno, Remember), come pure il talento prestato al folk: fu lui, infatti, insieme ad inseparabili amici come Pippo Flora, Pino Alù, Pasquale Gallo, Gianni Rizzo e Franco Caponnetto, la spina dorsale del Val D’Akrgas nella sua prima dimensione internazionale”.

Ma la passione per il jazz era sempre viva, così ecco rinascere, dopo la  pausa di qualche anno, i “Remember”, che oltre a Sasà Grenci contavano sull’estro di Costantino Scribani alla batteria, Elio Maccari alla chitarra solista, Lillo Barnabà al basso e l’eclettico Ottavio Tavormina ai fiati. Ad essi si unì anni dopo anche Franco Caponnetto, rientrato dopo una lunga parentesi dedicata al folk.

Il jazz di Sasà Grenci era ispirato a Duke Ellington, non ne faceva mistero, e questo gli aveva permesso anche interessanti collaborazioni con Oscar Valdambrini, Gianni Basso, Gianni Cavallaro, che in una recente esibizione al Palacongressi ha ricordato proprio i suoi esordi ad Agrigento con Sasà Grenci e Pippo Flora, e Giorgio Rosciglione con cui suonò più volte in quartetto alla “Giara” di Catania con un giovane Tony Cucchiara.

Assorbito da impegni di lavoro e famiglia sempre più pressanti, il Maestro Grenci si limitò negli anni a sporadiche ma significative apparizioni in serate di beneficienza (soprattutto per “Casa della Speranza”, istituzione alla quale era molto legato) e in varie registrazioni televisive in cui accanto agli storici compagni Elio Maccari e Franco Caponnetto si affiancava una new generation di giovani artisti: Giovanni Moscato, Sergio Alletto, Emanuele Lo Vullo e tanti altri che ebbero la fortuna di suonare con lui. “Non è vero che ai giovani non piace il jazz o snobbano lo swing – ripeteva spesso – ma bisogna dare loro l’occasione di ascoltarli, spazi per potere affinare la tecnica, momenti di confronto con altri interpreti di questi generi che non moriranno mai. Oggi hanno i mezzi e gli strumenti per diventare grandi musicisti, ma a patto di dar loro le giuste motivazioni”.

Gli chiesero in molti perché non avesse seguito la strada di altri concittadini andati via e diventati famosi, e la risposta, pacata ma ferma, era sempre la stessa: la musica, pur importante, era sempre un passo indietro rispetto alla famiglia, per la quale si spese fino all’ultimo senza mai lasciarsi andare a rimpianti per una carriera.

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