Fondato a Racalmuto nel 1980

Il complesso delle fronde, sei lettere

I Racconti di Malgradotutto

Gioacchino Lonobile

Questa storia dovrebbe concludersi con una penna che su un quaderno, simile a quello che Ada tiene sul comodino, scrive la parola fotoptarmosi.

Sentì i passi sulle scale, anche se non lo vedeva, sapeva che era suo padre. Aveva dieci anni in meno rispetto a quando era morto, stava sulla soglia della porta che dalle scale dava accesso alla terrazza, la guardava armeggiare con il telescopio, che non era un vero telescopio, ma uno di quei giocattoli ben fatti e molto costosi, Ada lo aveva ricevuto in regalo.

«Su che coordinate stai?».

«A starle a cercare» rispose lei.

L’uomo si avvicinò, Ada continuava a non vederlo, gli dava le spalle.

«In realtà vorrei scrivere un racconto» disse lei.

«Cosa?» chiese il padre, che non aveva capito, o solo non aveva sentito.

Non rispose, prese il quaderno su cui aveva scritto più di mezza pagina e scelse una delle penne che aveva portato con sé: era nera cancellabile, come quelle che usava alle elementari.

Quando il sogno svanì, Ada impiegò qualche secondo per capire dove si trovasse: stava trascorrendo le vacanze nella casa in campagna dei genitori; erano le 4:25 del mattino, aveva controllato sul telefono, nessuna notifica.

Non aveva mai avuto un telescopio, neanche giocattolo, anche se lo aveva desiderato. Era un po’ delusa, non per il mancato regalo, di cui si era fatta ormai una ragione, ma per quella mezza pagina piena d’appunti, l’aveva vista come segno del suo sblocco. Della mancanza d’ispirazione dava la colpa al luogo dove si era trasferita per lavoro, anche se era solo una scusa: sapeva che era dovuta a un’aridità che con il tempo si allargava in lei e non lasciava spazio a nient’altro. Si rigirava nel letto chiedendosi se si sarebbe ricordata delle parole del padre; non poteva rischiare. Accese la luce e si sedette sul bordo del letto; prese il quaderno e la penna; scrisse, travolta da un ardore che ormai provava solo quando pronunciava in maniera profonda e cupa le due a del suo nome.

Questa storia dovrebbe concludersi con due immagini sovrapposte: quella di tre anziani seduti davanti un circolo e quella di una ragazzina con un solo sandalo, come Giasone, distesa su una strada senza asfalto.

La ragazza era allegra anche quando non doveva; aveva i capelli arruffati e unti e la voce nasale. Dalla canottiera larga e lercia le strabordava il seno, troppo sviluppato per la giovane età; di tanto in tanto portava una mano alla spalla opposta per cercare di nasconderlo con il braccio, ottenendo il risultato contrario. Sulle gambe aveva crosticine tonde dovute ai morsi di zanzare che grattava fino a farli sanguinare.

Quando, quella mattina, la ragazza iniziò a raccontare che la madre si era alzata con il mal di schiena e per questo di malumore, ed era pronta a prendersela con chiunque, le credetti, dimenticando due cose: che nel quartiere si diceva che fosse pazza, e che sua madre fosse morta da più di cinque anni.

Il quartiere era nuovo: le case che avevano costruito erano tutte abusive, con i mattoni in vista e i tondini di ferro sul tetto, in modo da edificare un altro piano all’occorrenza, erano state rese legali da una delle tante sanatorie di quegli anni. Periferia della periferia precedente: le case popolari del Villaggino. Niente strade, niente fogne, acqua corrente una volta al mese: tutti avevano cisterne, vasche, bidoni, bacinelle, bottiglie e ogni sorta di recipiente da riempire quell’unico giorno, che non si sapeva quale fosse.

La casa della pazza era attaccata alla mia, il suo balcone stava a un metro dalla mia cucina. Aveva un anno più di me e fino a quel giorno eravamo cresciuti insieme.

Talvolta, le tornava in mente una curiosità che le raccontava suo padre: i corvi seguivano le battute di caccia dei lupi, in modo da poter banchettare dei resti delle carcasse delle prede. Non mangiavano invece i corpi degli animali abbattuti dagli uomini, non si fidavano, diceva. Era uno dei pochi ricordi che aveva di lui, con il passare degli anni, infatti, Ada avrebbe passato il tempo a cercare il suo volto, arrivando alla conclusione che lo aveva dimenticato per sempre. Una cosa la rassicurava: se avesse continuato ad assomigliargli, come dicevano e come era certa, non solo l’immagine del padre non sarebbe andata perduta, ma lei stessa sarebbe stata una persona migliore: si sarebbe liberata dalle leggerezze e dalle vanità del suo carattere. Ricordava bene dove si trovava l’ultima volta che aveva sentito la storia dei lupi e dei corvi.

A casa dei miei nonni c’era una stanza con un altare pieno di statue di santi. Dicevano che avrebbero protetto i miei sonni di bambino, invece rendevano incubi i sogni. La domenica dopo il pranzo, sul quel letto, insieme a mio padre, che si addormentava subito, stavo fermo a fissare il soffitto, certo che il timore avrebbe tenuto lontano il sonno.

Una di quelle volte fu diversa dalle altre: vidi la luce. Sulla parete accanto al grande Cristo agonizzante sulla croce, iniziai a vedere delle immagini: alberi che si muovevano al vento, persone che passeggiavano, macchine parcheggiate. Rimasi incantato, poi svegliai mio padre. Uno spiraglio nella persiana faceva passare un filo di luce che proiettava sulla parete le immagini esterne: per i miei occhi erano giochi di magia. Tra le varie passioni di mio padre – davvero pochi uomini avevano tante qualità incompiute – c’era la fotografia, non aveva occhio, ma un po’ di tecnica, per questo non faticò a capire cosa stesse accadendo: «È come nella camera oscura» disse. Dopo qualche giorno, con una scatola di fiammiferi, un rullino nuovo e uno vuoto, una lattina e del nastro isolante, mi costruì una macchina fotografica. Non ho mai ricevuto un regalo più bello. Quando portammo a sviluppare la pellicola, il fotografo disse che c’era qualcosa di strano: prese i negativi e li posizionò tra la sua faccia e la mia, poi indicò gli spazi tra un’immagine e l’altra: erano distanti in maniera irregolare, a volte troppo, a volte troppo poco; non aveva mai visto niente del genere. Mio padre gli spiegò che era dovuto al fatto che arrotolavo manualmente il rullino per mezzo di una chiave.

«In che senso?» disse.

«In senso orario» risposi dopo averci pensato.

Ada non era mai la protagonista dei suoi racconti, eppure a sua insaputa, le fantasticherie che scriveva facevano sedimento in lei come ricordi, e un giorno le avrebbe raccontate come fatti reali, accaduti in un paese lontano che era stato il suo.

Sentì una gran sete, decise di alzarsi. Pensò che una vacanza troppo lunga non avesse senso: ogni gesto che era solita compiere lo aveva già vissuto. Gli angoli che si erano riaccesi al suo arrivo, con il passare dei giorni sbiadivano, come delle foto a cui era stata abbassata la saturazione. Coloro che erano venuti in ferie erano già ripartiti, doveva farlo anche lei: tornare alla routine, al lavoro di ogni giorno, compreso il sabato; all’affitto che le prosciugava la metà dello stipendio; alle lavatrici e alle pulizie la domenica mattina; lì dove non riusciva a scrivere una frase, nemmeno una parola; in cui aveva conosciuto solo colleghi, con i quali aveva solo rapporti di lavoro. Giunse a pensare che quel luogo, infestato dalle zanzare, era il peggiore dove vivere, anche se non ebbe mai il coraggio di confidarlo a nessuno. Riempì di nuovo il bicchiere, nel lavandino c’erano il piatto e le posate che aveva usato la sera a cena; camminò fino alla finestra, era ancora buio.

«La vita sarà generosa e realizzerai i tuoi desideri» lesse con voce sgraziata, poi  piegò il foglietto e lo mise tra il fianco e l’elastico dei pantaloncini «Hai letto il tuo oroscopo?» chiese con il solito entusiasmo.

Conoscevo a malapena qual era il mio segno. Era domenica mattina, a quell’ora sarei dovuto stare a messa, ma allora mia mamma non aveva avuto ancora nessuna svolta mistica, quindi, ero abbastanza libero di decidere se andare e il più delle volte sceglievo di no.

Vidi Gianni, un mio amico che, come quasi tutti i ragazzini della sua età, aveva la capacità di mettere in vista i difetti di ognuno. Lo chiamai facendo schioccare due volte la lingua sul palato «’nzut – ‘nzut». Lo raggiunsi e proseguimmo per un pezzo insieme.

«Sei diventato amico della pazza?» disse.

Non risposi.

«Amunì che ti piace» disse ancora più canzonatorio di prima.

Rallentai il passo, gli diedi un calcio facendogli lo sgambetto, si sbilanciò in avanti ma non cadde, si girò di scatto e mi diede uno spintone che ricambiai.

«Vai dall’amica tua» disse e se ne andò.

Stavo fermo, rosso in faccia, con le unghie conficcate nei palmi, ma non ce l’avevo con Gianni, maledicevo la pazza.

Quando mi calmai ripresi a camminare: presi la strada che portava verso la piazza centrale del paese; passai dal circolo degli zolfatari, davanti la porta insieme ad altri due stava seduto il prozio Carmelo. Mi fece segno di avvicinarmi.

«Cos’è questa faccia?» disse aspirando dal sigaro.

«Niente».

«Siediti, che ti riposi un poco».

Rimasi lì senza dire una parola, ancora con il muso lungo, presi dalla tasca la macchinetta artigianale che avevo portato con me.

«Che cos’è?» chiese.

Gliela passai, la scrutò attentamente, ma il suo sguardo rimase dubbioso.

«È una macchina fotografica» dissi.

«Funziona?».

«Certo».

«Faccela una fotografia allora».

Si misero in posa e scattai.

«Le fotografie sono importanti» disse «Ci mostrano la realtà, anche tra cento anni, ma bisogna fare attenzione…» aspirò dalla sigaretta «Ci mostrano la realtà per come ce la vuole fare vedere il fotografo. C’è una foto famosa: un uomo con la barba che fissa un punto lontano. Quell’uomo guarda qualcosa che noi non vediamo» una nuova nuvola di fumo rese vaghi i contorni del suo viso «Guarda in cielo gli aerei pronti a bombardare lui e i suoi compagni. Ciò che manca è in realtà il centro della fotografia, ma noi non lo sappiamo».

«Sempre a fare comizi, Carminu’, lascialo stare ‘u caruso» disse uno degli altri.

Il prozio mise una mano in tasca e ne estrasse mille lire.

«Tieni, per la fotografia» disse.

Investii i miei primi soldi guadagnati in figurine. Scartai i cinque pacchetti lungo la strada di ritorno verso casa: il numero dei doppioni superava di gran lunga quelli mancanti, e c’era anche lui, Massimo Palanca. Riguardavo quei piccoli ritratti adesivi ripensando alle parole del prozio, quali erano le loro vite che non conoscevo, le loro storie che non riuscivo a vedere, chi era il baffuto giocatore del Catanzaro di cui detenevo svariate copie?

Risalii la strada accanto al campetto di sabbia e sentii Bosco abbaiare da lontano. Era un cane enorme, bianco con una macchia marrone sul corpo. Dicevano che da giovane fosse ferocissimo, ma da quando lo conoscevo, lo avevo visto sempre dormire sotto un camion.  Superato il Villaggino finì l’asfalto, il cane abbaiava a qualcosa che stava a terra. Mi avvicinai; a qualche decina di metri vidi un sandalo spaiato, poi il resto della scena.

Ada chiuse il quaderno, lasciando la penna a segnare la pagina. Doveva andarsene per conservare un buon ricordo di quest’altro luogo che riconosceva come casa, dove le facevano gli auguri quando compiva gli anni, perché sapevano quando era il suo compleanno. Tornò alla finestra, come se avesse sentito qualcuno scandire il suo nome: A-da; doveva lasciare intatte quelle foto, conservarle e sfogliare l’album l’estate successiva, convincersi che tutto sarebbe rimasto uguale: le persone, i bicchieri, i libri di cui aveva dimenticato la trama; illudersi che in quel mondo non potesse sopraggiungere nessun mutamento, nemmeno quello definitivo della morte.

Sapeva che in un racconto non necessariamente ci dovesse essere un morto, ma era anche certa di aver visto la ragazzina a terra, immobile, che indossava un solo sandalo, molti anni prima, in quel paese che era stato il suo.

Il sole era ormai sorto, e un fascio di luce la colpì in faccia, non poté trattenere uno starnuto, le capitava sempre, così come a suo padre, aveva letto che era un riflesso involontario, non ricordava, però, come si chiamasse quel fenomeno.

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