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“Quel 21 settembre uccisero un giudice coraggioso: era mio figlio”

Il 21 settembre del 1990 veniva ucciso sulla statale 640 il giudice Rosario Livatino. Oggi lo ricordiamo con le parole del padre, Vincenzo, riproponendo questa intervista di Davide Lorenzano che incontrò il padre del magistrato il 29 marzo del 2008

Vincenzo Livatino

Il 21 settembre del 1990 veniva ucciso sulla statale 640 il giudice Rosario Livatino. Oggi vogliamo ricordarlo con le parole del padre, l’avvocato Vincenzo Livatino, riproponendo questa intervista di Davide Lorenzano, che incontrò il padre del magistrato il 29 marzo del 1998. Lorenzano allora era uno studente dell’Istituto Galilei di Canicattì, aveva 17 anni. Oggi è un giornalista che negli anni ha sempre continuato la sua appassionata ricerca sulla figura di Rosario Livatino, proclamato dalla Chiesa Beato il 9 maggio del 2021. Tra i lavori realizzati da Lorenzano il film documentario “Il Giudice di Canicattì. Rosario Livatino, il coraggio e la tenacia”, un progetto indipendente e senza scopo di lucro, il tributo di un giovane giornalista canicattinese al magistrato simbolo della Legalità e della Giustizia. Vincenzo Livatino è morto nel maggio del 2010.

 L’intervista

Davide Lorenzano con Vincenzo Livatino. Canicattì, 29 marzo 2008

A 91 anni e mezzo, Vincenzo Livatino, conserva grande memoria e lucidità del suo passato. Trasuda parecchio la voglia di raccontare e di rendere partecipi i presenti su quanto sta per illustrarci sulla vita di suo figlio Rosario.

E’ il pomeriggio del 29 marzo 2008 ed io e mia sorella Giusy veniamo accolti dall’aiutante nel salotto di casa. L’avvocato ci raggiunge poco dopo salutandoci molto cordialmente. Il suo volto appare stanco ma sorridente. E’ vestito in giacca e cravatta, come sempre d’altronde quando incontra qualcuno. Dopo esserci accomodati, iniziamo a conversare amichevolmente del più e del meno sino ad arrivare alla domanda di rito “cosa vuoi fare da grande”, domanda alla quale confesso d’aver risposto con molta titubanza.

Solo al termine della conversazione e dopo aver toccato con mano alcuni vissuti della vita di Rosario, subentrano quelle riflessioni che difficilmente si farebbero altrimenti ed è stato in quel momento che le idee si fecero più chiare. Pensare di essere seduti su una poltrona in cui soleva sedersi Rosario a discorrere con il padre e in cui successivamente sedettero personaggi come Falcone e Borsellino, provoca una sensazione indescrivibile, l’emozione era grande, grandissima. Intanto tutto era pronto per l’intervista, ma il dottor Livatino proibì categoricamente l’uso di telecamere e di altri supporti multimediali. Una scelta che rispettammo assolutamente.

Quali ricordi di suo figlio in particolare sono impressi nella sua mente?

Rosario, all’età di 25 anni era già divenuto vicedirettore in prova dell’Ufficio del Registro ad Agrigento, si alzava ogni giorno alle 6 del mattino, prendeva l’autobus e alle 8 e un quarto era già seduto in ufficio. Era ancora un ragazzo, ciononostante era molto puntiglioso in tutto, prendeva il suo lavoro molto sul serio, come giusto che fosse. Riuscì a conquistare un successo dopo l’altro, infatti, solo un anno dopo, vinse il concorso e riuscì ad entrare in magistratura al Tribunale di Caltanissetta. Era una persona molto discreta, non parlava molto. Un giorno il professor La Carrubba gli diede 10 nell’interrogazione di matematica, lui non lo disse mai a casa, non se ne vantò mai.

Lei ha condiviso le scelte di Rosario?

Mio figlio era molto preoccupato dai poteri che gli venivano affidati: una firma bastava per incarcerare e un’altra per liberare qualcuno. Il lavoro di un magistrato è delicatissimo e Rosario era sempre convinto di ciò che faceva grazie alla competenza che lo ha sempre contraddistinto. La sua attenta preparazione professionale gli consentiva di svolgere al meglio il suo mestiere e, perché no, di poter insegnare Procedura Penale all’Università. Fra le sue conquiste, ricordo che ottenne l’annullamento di una sentenza di Carnevale, il cosidetto “giudice dei mafiosi” che tutt’oggi è ancora sotto processo (Carnevale al termine dei processi è stato assolto dalle accuse, ndr). Purtroppo, firmando provvedimenti su provvedimenti era entrato inevitabilmente nel mirino della mafia ma stranamente nell’anno in cui venne ucciso, non seguiva molto i processi dei mafiosi, perciò non si capisce quale sia stato il motivo che ha portato quegli uomini a compiere un simile gesto quel 21 settembre 1990. Ma Rosario continua comunque a registrare successi, nell’85 aveva indicato Francesco Cacciatore come il killer di un giovane pregiudicato, ma il giudice istruttore di allora lo prosciolse dando credito al suo alibi. Oggi quell’uomo è un pentito perciò si è potuto incriminare: Rosario aveva avuto la giusta intuizione. Una volta Cossiga lanciò un duro attacco sostenendo che i giudici ragazzini non sapevano fare nulla, ma si smentì ben presto con una telefonata in cui elogiava Rosario e dicendo che era il migliore di Agrigento. Diversamente andò con Il Presidente Ciampi, l’ho incontrato due volte. Agli anniversari della morte di mio figlio recapitavamo spesso i suoi messaggi di solidarietà che ricordavano e onoravano il suo sacrificio. A Palermo ci siamo incontrati quando fecero incidere i nomi di Livatino, Falcone, Borsellino e di altre vittime della mafia nella gradinata della Piazza della Memoria. In quell’occasione, ci accomodammo in un salottino e regalai al Presidente una fotografia di Rosario da tenere nel portafoglio.

L’incontro con Giovanni Paolo II l’ha aiutata a superare la perdita di suo figlio?

Quando io e mia moglie Rosalia incontrammo il Papa, fu un’immensa gioia oltre che un grande privilegio. Io restai in disparte lasciando mia moglie nelle mani confortanti di Giovanni Paolo II, ribadivo più volte come avessero mai potuto ammazzarmi Rosario a neanche 38 anni compiuti. L’espressione del Santo Padre era incredula, quasi come se non credesse a una parola di ciò che dicevamo, ad ogni modo ci riservò molte attenzioni, dopodiché si avviò alla Valle dei Templi per celebrare la Messa. Fu in quell’occasione che si rivolse ai responsabili, sicuramente presenti all’evento, lanciando un monito e chiedendo loro di convertirsi.

Ha perdonato chi ha ucciso suo figlio?

E’ un’impresa certamente non facile, ogni giorno provo a impormelo ma ripensare a quell’atto atroce su mio figlio mi fa star male, così cerco sempre una risposta nel vangelo.

Cosa cambiò da quel 21 settembre?

Tutto. A casa in ogni stanza c’era qualcosa che faceva pensare a lui, vestiti sparsi ovunque, ora invece è solo un bel ricordo.

Da malgradotuttoweb, 21 settembre 2017

 

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