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Santa Elisabetta, quando l’archeologia ritrova le sue più lontane radici

Tra necropoli e cristalli, Monte Keli, sito geologico di importanza mondiale

Ingresso percorso della necropoli di Monte Keli (foto di Antonio Fragapane)

Quando l’archeologia ritrova le sue più lontane radici nella geologia, verrebbe da pensare subito. Ma partiamo dall’inizio. Esiste un luogo in cui si accede attraverso uno steccato in legno scuro che, oltrepassato, permette di calpestare un sentiero molto ben curato e che segue l’orografia del posto, quasi ondeggiante. Sulla destra l’occhio è catturato da una delle alture che rientrano, geograficamente, all’interno del territorio comunale di Santa Elisabetta, piccolo centro dell’entroterra agrigentino: è il Monte Keli, conosciuto in passato anche come Monte Benedetto. Il rilievo raggiunge la sua massima altitudine a 450 metri sul livello del mare e si trova a sud della piana denominata Margiu Santu, dominando, contemporaneamente, la parte alta e più antica del paese, ‘u Bastiuni.

Il Monte Keli oscilla tra un’evidente importanza archeologica e la sua nuova (e altrettanto importante, se non di più) rilevanza, quella geologica. Della prima già si sapeva, anche se solo da pochi anni i lavori realizzati dall’amministrazione comunale hanno restituito e reso fruibile un sito davvero incantevole e di significativo interesse storico, ovvero le tombe che costituiscono la necropoli del periodo tardo romano-bizantino (V-VI sec. d. C. , ma le cui cavità probabilmente risalgono a epoche precedenti), incastonata sul versante nord dell’altura, che pare abbia determinato il nome stesso del monte: Keli, infatti, sarebbe un termine forse significante “luogo dei morti”.

Il percorso ondeggiante di Monte Keli (foto di Antonio Fragapane)

Il sito archeologico di Keli consiste infatti di circa quaranta loculi sepolcrali, rientranti nelle tipologie delle tombe “ad arcosolio”, “a cassa sub divo” (a cielo aperto) e “a cassa entro ipogei”. Le prime (utilizzate dai cristiani a partire dal III-IV secolo d. C., particolare che qualifica la necropoli sabettese anche come paleocristiana) sono caratterizzate da una nicchia scavata nella roccia, con base piana, sormontate da un arco a tutto sesto e chiuse da una parete in muratura. Le seconde, invece, presentano una fossa (cassa) intagliata nella roccia e senza copertura. Le terze, infine, sono contraddistinte da una camera sepolcrale ipogea con pavimentazione e pareti interne che presentano dei loculi, di forma rettangolare, scavati nella roccia. Tra queste, particolare menzione merita la tomba conosciuta anche come “Grotta di Santa Rosalia”, così detta poiché secondo alcuni antichi racconti popolari, vi soggiornò la Santa durante il suo peregrinare ascetico che la condusse nel luogo dove oggi sorge il suo eremo, sul monte della Quisquina, fino a dove poi morì, una grotta sul monte Pellegrino nei pressi di Palermo. Tale grande tomba (14 mq) è contraddistinta da due cavità scavate nella roccia ai due lati dell’ingresso, e altri quattro loculi sulla parete di pietra posta sullo sfondo della stessa. Presumibilmente, proprio per il suo ambiente particolarmente ampio, fu usata come sepolcro collettivo, non potendone escludere, in epoca bizantina, anche un uso sacro come cappella dedicata al culto cristiano.

Monte Keli, Interno della Tomba di Santa Rosalia (foto di Antonio Fragapane)

E, adesso, veniamo alla nuova vita che il Monte Keli sta vivendo, ovvero quella d’essere stato individuato come un sito geologico di importanza mondiale. Circa sei milioni di anni fa, a causa della chiusura di quello che noi conosciamo come lo Stretto di Gibilterra, il mare Mediterraneo si trasformò in una immensa salina, un enorme lago di acqua salmastra. Fu così che iniziarono a formarsi strati di gesso, spessi addirittura chilometri, che man mano, e nel corso di milioni di anni, iniziarono a farsi strada tra gli strati di argilla. Il risultato è stato che, oggi, esistono dei cristalli di gesso di origine sedimentaria così brillanti da sembrare dei veri e propri specchi (i Romani – come scrisse Plinio il Vecchio nel XXXVI libro, capoverso 160, della sua “Naturalis Historia” – chiamarono questa pietra “lapis specularis” e la estraevano anche in cave presenti in Sicilia) e una delle peculiarità più evidenti di queste formazioni è la loro caratteristica forma “a coda di rondine”. Ebbene, il professor Stefano Lugli, dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, ha scoperto la presenza di questi particolarissimi e lucenti cristalli di gesso proprio nel sito di Monte Keli, accertandone una misurazione pari a 2,6 metri, lunghezza che li qualifica come i più grandi nell’intero bacino del Mediterraneo e, inoltre, tra i più grandi cristalli di origine sedimentaria al mondo (il record appartiene a cristalli dello stesso tipo scoperti in Polonia e lunghi 3,5 metri). Tale straordinaria scoperta scientifica ha fatto sì che fosse avviato l’iter procedurale per il riconoscimento di Monte Keli come “Geosito”, oltre al fatto che i cristalli sabettesi sono già diventati oggetto di un convegno (il “Geo Archeo Gypsum” nel 2019) e di visite specialistiche, come quella dei professori e studenti dell’“Atmosphere and ocean research institute” dell’Università di Tokyo, avvenuta invece nel settembre scorso.

Veduta notturna della necropoli di Monte Keli (foto di Antonio Fragapane).

Un’anima geologica racchiusa in un corpo archeologico. Ecco, se volessimo, come potremmo descrivere il sabettese Monte Keli, dove un percorso tra la natura (di cui, tra l’altro, si consiglia vivamente anche la suggestiva e assai scenografica visita in notturna) rivela la presenza di un silenzioso luogo di memoria ancestrale, cesellato da enormi gemme longitudinali, come se la parete nord di Keli fosse stata scelta per ospitare i defunti proprio perché scintillante come il più inestimabile tra i tesori, uno scrigno in cui fondere la Storia con le storie dei propri antenati.

E non è detto che non sia andata esattamente così.

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