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Fatemi giocare un po’ con la “cheppa”

Ma sì, il celeberrimo scialle di lana che le nostre nonne un tempo indossavano. Sotto la cheppa si nascondeva di tutto: la femminilità sopita, l’erotismo soffocato, lo scalpiccio domato dell’istinto sessuale.

Massimo D’Antoni

Fatemi giocare un po’. Lo faccio attraverso una (tentata) esegesi della cheppa. Ma sì, il celeberrimo scialle di lana trapuntata, di quelli che le nostre nonne un tempo sferruzzavano e poi indossavano e ostentavano come sorta di scettro matriarcale, paramento laico che identificava la custode del potere temporale di chi, proprio con la cheppa sulle spalle, governava l’economia domestica e, in qualche caso, fingeva che la decisione finale su tutte le scelte più importanti spettasse al marito.

Era anche il tempo, però, nel quale già a quarant’anni la donna era considerata vecchia, senza istinti né voglie. Donna che talvolta esiliava se stessa immolandosi nell’iconografia sacrale del fazzoletto sulla testa, a simboleggiare il superamento periodico di tutti i confini: da figlia a moglie, da mamma a nonna.

Donne che, eppure, spesso erano assai più attraenti e sexy dei simboli dell’emancipazione, quelli rappresentanti dalle protagoniste dell’arte, della moda, del cinema, della canzone, ma anche della borghesia e della nobiltà. Se ne accorgevano quei potenti che esercitando il proprio potere nel modo più spregiudicato, possedevano e ingravidavano le proprie donne di servizio. Vigliacchi che dopo averle compromesse raramente facevano il loro dovere riconoscendone i figli.

Le altre se potevano facevano ricorso alla cheppa utilizzandola anche come una sorta di scudo delle proprie virtù, in grado di respingere ogni insidia che la sola parvenza dello sguardo di un uomo potesse generare. Eppure sotto la cheppa si nascondeva di tutto: la femminilità sopita, l’erotismo soffocato, lo scalpiccio domato dell’istinto sessuale.

Sì, siamo tutti affezionati all’immagine più ospedaliera che casalinga di questo accessorio che nella nostra cultura non è stato solo un indumento. No, la cheppa è ancora oggi una filosofia di vita, accettata in qualche caso come il più ineluttabile dei destini, in un’osmosi irripetibile tra società e umanità, con l’obiettivo di tentare di asfissiare sul nascere ogni progetto che rappresentasse l’ipotesi di una vita diversa. Ma già la stessa idea di diversità era sconosciuta al culto di una società repressa e fondamentalista.

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