Fondato a Racalmuto nel 1980

Acqua, la paura di vivere il già vissuto

Una riflessione di Raimondo Moncada sulla crisi idrica che sta vivendo il nostro territorio. “Senz’acqua non si può vivere. E se dovessi scegliere tra cultura e acqua non avrei alcun dubbio di dire ACQUA”

Raimondo Moncada

I connazionali delle regioni del nord, come i miei amici di Bologna, privi dei romantici recipienti idrici sui loro spogli tetti e con l’acqua corrente nei loro appartamenti, che ne sanno della festa che si accende in Sicilia quando nei quartieri e nei vicoli dintorno cominciano a suonare come in un’orchestra sinfonica i motori delle autoclavi che, dalle condutture esterne, prendono per mano l’acqua di passaggio per accompagnarla tutta eccitata dentro le proprie case, nel cuore di accoglienti cisterne. Ed è una gioia grande, effervescente, che si ripete infinitamente in ogni attesa per il nuovo turno.

Lo dico di ritorno a casa dopo mesi di assenza dalla Sicilia, preceduto in altra terra, in Emilia Romagna, da allarmi a tutti i livelli per una nuova possibile dannata emergenza idrica nella mia Sicilia che inevitabilmente mi hanno spaventato (scendo giù a casa o mi resto in Emilia Romagna?) e, in uno stato di paura, mi hanno riaperto i traumi del passato. Il sindaco di Agrigento Miccichè ha addirittura minacciato di rinunciare al titolo di “Capitale italiana di cultura 2025” se la città dovesse essere attanagliata dalla crisi idrica chiedendo interventi straordinari e immediati. Il presidente della Regione Schifani ha chiesto al governo nazionale la proclamazione dello stato d’emergenza, istituendo nel frattempo una cabina di regia per individuare e coordinare interventi rapidi e concreti contro l’emergenza siccità e per garantire acqua potabile ai cittadini e acqua ai settori produttivi come quello agricolo e zootecnico.

Io ci sono nato e cresciuto con lo spettacolo sinfonico dell’acqua che arriva nelle case, ad Agrigento, la mia città natale dove non abito ormai da qualche decennio. La melodia mi è molto familiare e mi fa stare bene perché è come ricevere un regalo. Mi è entrata dentro infante, adolescente e quasi adulto. 

La felicità dell’acqua scorrere nei rubinetti assetati allora era moltiplicata, enorme, perché in certi momenti (ricordo in particolare il periodo del Villaggio Mosè) l’attesa del nuovo turno era molto molto più lunga di adesso. Non ci sono paragoni con l’oggi: durava settimane e settimane e settimane: un’eternità! Quasi ti dimenticavi dell’esistenza stessa dell’acqua. Oppure ti abituavi malinconicamente, sopraffatto da una realtà che sembrava immodificabile, con cui convivere tra montagne di panni sporchi da lavare, tra corpi da detergere e la difficoltà ad aumentare la capacità dei tuoi recipienti.

Sono nato nel centro storico di Agrigento oltre mezzo secolo fa e poi cresciuto in periferia, al Villaggio Mosè, quando c’erano quattro case contate. E ricordo certi turni non di giorni, non di settimane, ma anche di più, al mese ci arrivavamo, con la dotazione di un piccolo recipiente a famiglia sui tetti delle case popolari. 

Da non credere. E ne parlo ora che di acqua si parla ancora tanto, se ne parla sempre. Sembra il centro di tutto, il centro di gravità permanente. Un problema che si ripresenta irrisolvibile, su cui non si riesce a mettere un punto e che si andrà sempre più ad aggravare nei prossimi anni con l’inesorabile cambiamento climatico in atto, con la scarsità delle piogge e con la mancanza di adeguate e lungimiranti infrastrutture. 

Agrigento, fontana di Bonamorone. Foto di Raimondo Moncada

E, in quei momenti di estrema crisi, ricordo il mio quartiere assetato, ricordo i rubinetti con le gocce che quasi contavamo, ricordo l’acqua razionata che doveva bastare il più a lungo possibile, ricordo i continui (diventati poi normali) viaggi con i bidoni alla fontana di Bonamorone con la Fiat 127 di mio padre che non poteva alzare pesi in quanto mutilato, ricordo i miei genitori che facevano la fila davanti alle autobotti (quando arrivavano) tra la disperazione della gente, ricordo la vasca da bagno di casa usata non per lavare corpi umani come le persone civili ma per riciclare l’acqua della lavatrice da destinare al water a cui evitare traboccanti accumuli e monumenti all’indecenza.

Sto ricordando memorie del mio Novecento, anni Settanta, Ottanta e oltre: una vita fa.

Memorie ancora vive di un bambino che poi, diventato adulto, è andato a vivere in altri paesi. E io mi vergognavo di questa situazione – un’emergenza perenne – che vivevo come anormale normalità e che non tutti vivevano perché c’era chi l’acqua per miracolo l’aveva, l’acqua a casa gli arrivava in capienti cisterne.

Mi è mancata l’acqua, mi hanno fatto mancare l’acqua e certi miei comportamenti sono stati condizionati dalla mancanza di quell’elemento vitale che poi in tv e sui giornali ho sentito non a caso chiamare “prezioso liquido” perché l’acqua nella mia nativa Agrigento non è mai stata chiamata col suo naturale nome neanche nei titoli dei telegiornali.

Un dramma personale, familiare e sociale che spero non si ripeta mai più, MAI PIÙ. 

Senz’acqua non si può stare. Senz’acqua non si può vivere. E se dovessi scegliere tra cultura e acqua non avrei alcun dubbio di dire ACQUA.

https://raimondomoncada.it/

 

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