Fondato a Racalmuto nel 1980

Una storia che ci porta alla memoria di un tempo lontano

Grotte, quei vicoli i cui nomi destano non poca curiosità 

Via Corano

E’ nei fatti che vi è una profonda attrazione per tutto ciò che non è conosciuto, misterioso, un magnetismo tra il fatto ignoto e l’uomo: una propensione alla conoscenza, per fede o per ragione. E questo magnetismo spesso avviene per caso o parrebbe che il caso, quasi per personificazione, avesse voglia di manifestarsi, in un modo non preventivabile, attraverso un indizio qualsiasi.

Risalire dall’indizio a ciò che ignoto, certo non è di facilità. L’induzione quale metodo di ragionamento appartiene più all’arte dell’argomentare: scala a volte ripidissima con agguato le divagazioni, i distoglimenti, l’incongruenza del ragionamento. E in questo concatenarsi all’incontrario avviene una sorta di metafisica del mistero, una fascinazione, dove l’assenza di informazioni, la loro non conoscenza o l’imprevista scoperta di quelle cadute nella smemoratezza intensificano la voglia del disvelamento.

La mancanza di elementi, una crasi nella catena dei fatti, porta alla speculazione, alle fantasie all’alimentazione del mistero. Il Caso, che interviene nella vita, nei fatti della vita, fino a sconvolgerla a farla deragliare da quella che dovrebbe essere la logica del suo naturale divenire; tanto da far pensare ad una irragionevolezza. Così nella storia, per dirla con l’Arendt  dove il miracolo del caso e dell’infinitamente improbabile vi ricorre con tale frequenza da far sì che parlare di miracoli sembri assurdo. Il verificarsi del caso che irrimediabilmente comporta una scelta, la responsabilità d’avere scelto: il caso che compromette la logica, la ragione. A seguire Piergiorgio Odifreddi  nel declinare etimologico la parola “Logos”, si ha che la logica è ragione, ma anche lo studio della ragione. Ma se ci si imbatte nel caso, in un fatto dovuto al caso, risalire alla logica di ciò che ha determinato l’oggetto di quella casualità non è per nulla semplice, anzi è di certo scomodo. Se sempre per puro caso l’atmosfera è quella che si ha negli inverni nebbiosi di un paese dell’interno della Sicilia, cupo, con le sue vecchie case di gesso, grigie, però funzionale ai rapporti umani complessi, la scena si crea per natura.

E nelle notti graffiate dal vento di tramontana imbastardito da un soffio di levante, tra queste vecchie case stanno i vicoli con le loro pietre umide, vicoli da sempre visti e mai letti, una volta con le loro osterie, dove le scommesse chiamavano a testimone il cielo, mentre la luna tramontava sul mare di Girgenti, erano cosa consueta; dove si stringevano patti col vino e sul vino versato dall’oste ebreo, che avrebbero dovuto dare se non certezza quantomeno prevedibilità all’azione che ne sarebbe conseguita.

Vicoli indicati popolarmente in maniera sommaria, ritrovati come gatti che fanno ritorno a casa dopo un lungo girovagare. Vicoli dal nome inconsueto, non riscontrabile, se non difficilmente, altrove. E se la dedicazione di una strada è per l’intitolato una sorta di beatificazione laica, viene davvero difficile comprenderne nello specifico la ragione ed il postulatore: Bruto, Entello, Corano.

Via Entello

Così sono denominate al mio paese tre stradine dalle quali si passa senza indugiare, delle quali gli abitanti ripetevano alle bisogna, di censimento, per burocrazia o di leva, la denominazione, ma senza mai riflettervi: puri nomi, senza altro aggiungere. E tali intitolazioni risalenti al finire dell’800 non possono che destare ancor più curiosità.

Nel 1864 Papa Pio IX pubblicava l’enciclica Quanta cura alla quale era allegato il Sillabo: l’elenco di ottanta proposizioni degli errori moderni dove venivano condannati il liberalismo, l’ateismo, il comunismo, il socialismo, l’indifferentismo, mentre dal lato del potere civile si stava portando a termine l’unificazione con l’annessione di parte dello Stato pontificio e ci si accingeva alla soppressione di  diversi ordini religiosi e alla secolarizzazione dei beni ecclesiastici. Da lì a poco la Curia pontifica con la bolla Suprema soppresse la Legazia Apostolica, che dal  basso clero e da quello regalista siciliano era visto quale difesa per gli abusi degli Ordinari diocesani. Poco tempo dopo veniva aperto  Il Concilio Vaticano I, che convocato per fronteggiare i mali del tempo si concludeva con il dogma dell’infallibilità del Papa. In antitesi veniva convocato a Napoli un anti-Concilio: una sfida tra il “libero pensiero” e la “cieca fede”. Diversi partirono dalla Sicilia e da Grotte furono inviate 50  firme di adesione di liberi pensatori, venendo rappresentata anche la locale loggia massonica “Verità e Progresso”. L’anti-Concilio si chiuse improvvisamente dopo il discorso pronunciato da un delegato francese seguito dal grido “via la Francia repubblicana!”.

In quel mentre in Italia il positivismo si innestava alla tradizione volteriana, che dopo il 1870 contribuì a rafforzare l’idea dello Stato sovrano con i giurisdizionalisti della Destra che avrebbero vigilato sulle prerogative dello Stato contro l’invadenza teocratica del Papato, il cui potere temporale cessava con la presa di Porta Pia, dichiarandosi Pio IX prigioniero in Vaticano ed emanando il non expedit con il quale si sconsigliava ai Cattolici a non partecipare alle elezioni politiche e ad isolarsi dalla politica attiva.

Ed in questo contesto storico o come si dice in questa storia maggiore, diventa emblematico quello che poi divenne lo Scisma di Grotte,  un lungo braccio di ferro tra il clero locale e il vescovo diocesano,  che aveva negato la nomina a parroco del sacerdote Sciarratta, nonostante il diritto  di patronato degli eredi del fondatore della parrocchia e gradito alla popolazione che appoggiò, sfidando l’autorità diocesana, l’azione del clero raccogliendo 237 firme. Una fortissima contrapposizione apparentemente tutta all’interno della chiesa conclusasi con la scomunica dei preti “ribelli”, che avevano avuto fiducia nella Giustizia, essendo lo Sciarratta esperto nelle questioni di diritto, ma che furono travolti da quella macchina, dalla sua distorsione, trasformatasi in arbitrio, arroganza. E la questione crebbe a dismisura tanto d’averne risonanza nazionale. Ma come tutte le cose quando si complicano diventa davvero difficile distinguerne la ragione,  a discernere il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il bene e il male. Tanto che Arturo Carlo Jemolo definì emblematica la storia di questo scisma quale “episodio volto a dimostrare come né sotto gli ultimi governi di Destra né sotto il primo di Sinistra fosse dato appoggio da parte delle autorità a preti ribelli, prestandosi la forza pubblica a farli sgombrare da chiese, sia pure dietro richietsa di un vescovo non munito di exquatur”.

E quanta cura si deve avere per togliere la polvere dalla memoria, tre puri nomi di stradine distratte, per ridare vita a quelle lapidi dove quei nomi furono incisi col fuoco della ragione, che nelle intenzioni di chi allora in tal senso si adoperò dovevano essere a ricordo imperituro, capaci di sfidare la smemoratezza dei tempi venturi: un gioco storico di incastri con filo conduttore.

Certo la dedicazione a Bruto di una viuzza destava curiosità d’intelletto e spesso, per una sorta di metafora, la si citava con l’intenzione, specialmente dalla sinistra nelle campagne elettorali, di sottolineare lo spirito indomito del paese: “c’è una strada intitolata a Bruto ma non a Cesare”. E lì stava l’errore, l’intitolazione non era riferita a cesaricida ma a Giuseppe Poggi La Cecilia, che nel 1796 all’arrivo di Bonaparte in Italia prendeva il nome di Bruto – convinto nell’entusiasmo dell’avventura che il corso avrebbe liberato la penisola dal giogo ecclesiastico al quale solo le opprimenti convenzioni di antico regime lo avevano trascinato. Poggi fu un piacentino al quale era stato conferito il suddiaconato che   frequentò il vescovo giansenista di Pistoia Scipione de’ Ricci, che aveva inutilmente tentato di fondare una Chiesa nazionale nel Granducato di Toscana. La polemica contro la tirannide della Curia romana suggerì a Poggi la stampa di due opuscoli che manifestavano quanto i suoi rapporti con la Chiesa fossero ormai deteriorati.

Ancora per stigmatizzare l’arroganza, gli amministratori dell’epoca non esitarono a scovare nella classicità un altro eroe, poco noto ai più, Entello, personaggio dell’Eneide ed eroe sicano, seguace ed allievo del mitico Erice, il quale già avanti negli anni accetta  la sfida pugilistica del giovane ed arrogante troiano Darete, sconfiggendolo, così che Enea assegnava la vittoria ad Entello.

Via Bruto

Ma ancora più cura occorre a capire cosa possa legare il Corano a quella che fu una contrapposizione locale tra il giusto e l’ingiusto, tra il diritto e l’arbitrio. Soccorre, direbbero quelli che se ne intendono di dimostrazioni, l’invocazione della Fatiha, la sura che apre il Corano, «Guidaci per la retta via, la via di coloro sui quali hai effuso la Tua grazia, la via di coloro coi quali non sei adirato, la via di quelli che non vagolano nell’errore!»

Come a sottolineare il dolore derivato da quella ferita ingiustamente inferta facendo ricorso ad ogni testo sacro: un contrappasso transconfessionale.

E questo porta alla memoria, di un tempo lontano,  alle incrinature dei rapporti tra vicini. Quando a dimostrazione che le dicerie messe in giro dalla pettegola del quartiere non scalfivano per nulla la pubblica fama della vittima, questa non reagiva con urla e piazzate, ma semplicemente appendendo una vecchia grattuggia allo stipite del portone come per dire “non secat”, ciò non mi scalfisce

 

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