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Sicilia, la passione per le imposture

La postfazione di Gaetano Savatteri al libro dell’economista Pietro Massimo Busetta “La rana e lo scorpione”, edito da Rubettino

Il libro riguarda la questione meridionale e vuole dimostrare che la classe dirigente nazionale, con la complicità e l’asservimento della classe dirigente meridionale, non fa abbastanza per sviluppare l’economia del sud Italia drenando tutte le risorse pubbliche a favore del nord.

Il Sud, la Sicilia in particolare, ha grande passione per le imposture. Storiche, sociali, ma soprattutto culturali. Credo sia un modo di correggere la realtà e di modificarla secondo una definizione decodificabile e accettabile. E laddove la realtà si presenta ostile e indecifrabile, l’impostura fornisce all’interno e all’esterno una chiave di interpretazione condivisibile.

Terra di impostori e di imposture, la Sicilia ad esempio ha prodotto quella esoterica e magica di Cagliostro che, attraverso una raffinata truffa culturale, riuscì a imbonire sovrani, aristocratici e classi dirigenti di mezza Europa alla fine del Settecento. Negli stessi decenni, a Palermo – la città da cui proveniva Cagliostro – un monaco maltese, senza grande competenza, inventò di sana pianta un antico codice, scritto in un arabo arbitrario, riuscendo a conquistare il favore di vescovi, viceré, ottenendo così denaro e prestigio. La menzogna saracena, l’arabica impostura, prevalse per lungo tempo, a dispetto delle smentite di orientalisti, traduttori, intellettuali perché era un’impostura funzionale al potere, come sosteneva Leonardo Sciascia («ogni società genera il tipo di impostura che le si addice») nel suo romanzo Il Consiglio d’Egitto, imperniato sulla parabola dell’inganno culturale creato dall’abate Vella.

Il fenomeno si è ripetuto, in forme diverse, ma per certi versi analoghe, con la definizione del «paradigma mafioso», scandagliato dallo studioso Paolo Pezzino. Quando il sud Italia diventa parte della nazione italiana, fin da subito, fin dal 1861, entra nel dibattito politico anche come questione criminale. L’esistenza di potenti gruppi mafiosi pone interrogativi ai governi nazionali sul modo giusto per combatterle e limitarle. L’analisi iniziale è corretta: la mafia è un’associazione criminale. Ma le risposte sono sbagliate, sia quelle di pura gestione dell’ordine pubblico, sia quelle di comprensione del fenomeno. Il risultato, anch’esso figlio di un’elaborazione culturale, sarà la progressiva negazione della natura di organizzazione criminale della mafia, spacciandola – in studi antropologici, sociologici e giuridici – come struttura tribale della società meridionale e siciliana.

Contribuirà a questa analisi, perdurata per decenni, l’interpretazione di molti analisti, a partire da quella dell’etno-antropologo Giuseppe Pitrè che, durante il processo per l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, ex sindaco di Palermo e direttore generale del Banco di Sicilia, definì la mafia una caratteristica comportamentale e sociale dell’ethos siciliano, una sorta di «ipertrofia dell’io»: «La mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino; e se nella nuova fortuna toccata alla parola, la qualità di mafioso è stata applicata al ladro, ed al malandrino, ciò è perché il non sempre colto pubblico non ha avuto tempo di ragionare sul valore della parola, né s’è curato di sapere che nel modo di sentire del ladro e del malandrino il mafioso è soltanto un uomo coraggioso e valente, che non porta mosca sul naso, nel qual senso l’essere mafioso è necessario, anzi indispensabile. La mafia è la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto d’interessi e d’idee; donde la insofferenza della superiorità e peggio ancora della prepotenza altrui. Il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre. Se è offeso non si rimette alla legge, alla giustizia, ma sa farsi personalmente ragione da sé e quando non ne ha la forza, col mezzo di altri del medesimo sentire di lui».

La forza di questa spiegazione presto diventa convinzione comune nelle aule giudiziarie, tra avvocati e giudici, rendendo difficilmente perseguibile il fenomeno, ancor più se ricondotto a un abito antropologico: è come voler punire un cannibale sol perché è nato e cresciuto in un mondo cannibale. Il paradigma di cui parla Pezzino è culturalmente raffinato: la mafia è riuscita a imporre la negazione della propria esistenza che verrà sancita soltanto nel 1983 con la nascita e l’inserimento nel codice penale italiano del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. La partecipazione a Cosa Nostra, da quel momento, rappresenta di per se stessa un reato individuabile e punibile.

Di impostura in impostura, si passa dalla lettura distorta del grande romanzo Il Gattopardo. Le pagine di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, diventano l’alibi dell’immobilismo della classe dirigente italiana e meridionale: se tutto deve cambiare perché nulla cambi, allora non vale la pena di impegnarsi e sforzarsi per cambiare la realtà, perché alla fine non cambia niente. Che infine, in quel grandioso affresco della Sicilia dell’Ottocento, il principe di Salina in punto di morte debba confessare che tutto è cambiato con l’Unità d’Italia, soprattutto per la sua classe sociale («Quel Garibaldi, quel barbuto Vulcano aveva dopo tutto vinto»), è particolare perennemente omesso, per giustificare la pratica vincente di non fare nulla per il sud, in forza di una presunta irredimibilità dell’Italia meridionale.

La suggestione letteraria, usata strumentalmente nella storia repubblicana, finisce per combinarsi a quanto Pietro Massimo Busetta cerca di contestare in questo libro, allineando dati, confrontando parametri, censurando carenze. Ma la vulgata diffusa da molti complici – più o meno consapevoli e in malafede – conia l’ultima impostura, convincendo gli stessi meridionali della sua fondatezza:  «Il più grande torto che è stato inflitto ad un Mezzogiorno in ginocchio – scrive Busetta – è stato quello di convincerlo che la situazione in cui si trova non dipende da una mancanza di visione, dal fatto che le infrastrutture non sono state fatte, che la sanità è stata finanziata meno, che la formazione è stata carente ma dalla incapacità dei suoi abitanti, ai quali va la responsabilità del loro sottosviluppo».

Busetta indica altre responsabilità, additando una classe dirigente ed economica a prevalente propulsione settentrionale e una classe dirigente meridionale «estrattiva», cioè orientata a produrre vantaggi per se stessa e per i suoi circoli di interesse. Potrebbe apparire una visione rivendicativa o vittimistica, ma le sue pagine offrono una realtà inquietante, densa di interrogativi sul passato e sul futuro. E chiedono ancora oggi perché il sud sia così pronto a costruire o fidarsi delle imposture con un miraggio di fantasia che produce antichi e nuovi inganni. Forse è tempo di cominciare a spazzarli via?

La foto in evidenza di Gaetano Savatteri è di Angelo Pitrone 

 

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