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“Malissimo e firma”

Scuola Ecco perché un “Malissimo e firma” è terapeutico. Se meritato non dovrebbe essere negato a nessuno

Valeria Iannuzzo

Se avete aperto questo link vuol dire che il titolo di questo articolo vi ricorda qualcosa. Di certo non sarà un ricordo piacevole, ma senza ombra di dubbio avrà inciso in qualche modo sulla vostra carriera scolastica.

Un “Malissimo e firma” se meritato non dovrebbe essere negato a nessuno. È un po’ come il 2 in matematica o greco, ti fa capire che qualcosa, forse più di qualcosa, nel tuo metodo di studio non va e soprattutto a capirlo sono anche i genitori, che apponendo quella firma sanciscono il ruolo dell’insegnante e si attivavano per aiutare i figli a colmare quella lacuna.

Un “Malissimo e firma” è terapeutico, è una sorta di sberla in faccia che brucia, che fa scendere qualche lacrimuccia, ti fa tirare su col naso e ti spinge a dare il tuo meglio. Chi lo ha ricevuto – tranne qualche rara eccezione – sa bene di averlo pienamente meritato, e per quanto abbia odiato il proprio insegnante adesso comprende perfettamente quanto bene gli abbia fatto.

Io, per esempio, ricordo ancora, nonostante la mia pessima memoria, il mio 4 in Latino. Quanto ho pianto. E che vergogna. Sì, vergogna, ai miei tempi prendere un brutto voto provocava vergogna. Ricordate cos’è la vergogna? Eppure non ho mollato, anzi mi sono rimboccata le maniche e nel giro di pochi mesi tutto è cambiato: ho concluso il mio percorso scolastico con una media del 9 in Latino. Ecco, i voti, le note, i richiami, le punizioni ai miei tempi avevano un senso, un significato, una morale. Servivano a temprare il carattere, a tracciare obiettivi, ad irrobustire la volontà. Ma avevano anche un’altra caratteristica, assai importante: erano insindacabili. Nessun genitore si permetteva di contraddire un’insegnate. Anzi, a casa le dosi venivano sempre rincarate. Erano i tempi in cui la scuola era una vera istituzione, che si affiancava alla famiglia senza mai avere il bisogno di sostituirla.

Oggi le cose sono molto diverse. Troppo diverse. La valutazione deve essere sempre positiva: “Suo figlio ha svolto il compito. Deve fare attenzione alla punteggiatura, riflettere sull’ortografia e arricchire il lessico”. Pensate questo alunno abbia svolto un buon lavoro? Assolutamente no. Pensate che lui e la sua mamma capiranno quanto male sia andato il compito? Credo proprio di no.

Il ragazzo andrà avanti, perché non bisogna lasciare indietro nessuno; scriverà sempre peggio e nel giro di pochi anni dal diploma, perché comunque si diplomerà, si renderà conto di non sapere scrivere, e che forse sarebbe stato più onesto se qualcuno gli avesse fatto notare in modo chiaro quali fossero le sue reali difficoltà. Ma la sua mamma se una maestra dalla penna rossa sottolineasse gli errori del figlio lo giustificherebbe comunque. Insomma il nostro ragazzo nella scuola di oggi e con i genitori di oggi non avrebbe alcuna possibilità.

Perché questo studente è un po’ come gli studenti del Liceo Bottoni di Milano, è uno studente stressato, che ha genitori apprensivi e per questo la scuola deve attivarsi. Così al Bottoni di Milano, per esempio, è stato stabilito lo stop al voto di fine trimestre o quadrimestre e l’addio alle pagelle a metà anno: i docenti valuteranno l’intero percorso di apprendimento degli studenti, che senza lo stress dei voti intermedi potranno studiare “più rilassati e organizzarsi meglio”. La sperimentazione è partita anche al Cannizzaro di Palermo, dove i voti sul registro elettronico saranno visibili alle famiglie solo a ridosso della pagella di gennaio e poi alla fine dell’anno scolastico, per ridurre l’ansia da prestazione che gli studenti spesso sperimentano, soprattutto nei confronti delle aspettative dei genitori, che in tempo reale possono accedere al registro elettronico per controllare i voti dei figli.

Studenti stressati, genitori ansiosi, docenti impotenti: questa è la fotografia della scuola italiana. Del resto con l’autonomia scolastica e la concorrenza tra le scuole ciò che più spesso conta sono i numeri di iscritti e non la qualità dei risultati ottenuti. L’imperativo è lasciare tutti contenti. E poi di fronte ad una situazione di stress collettivo e dilagante come non adeguarsi. Ma sì togliamo i voti, aboliamo la valutazione, facciamo tutti promossi. Forse quest’ultima cosa la stiamo già facendo.

Di fatto i nostri studenti studiano poco, scrivono male, si esprimono sempre peggio. La scuola è sempre più lontana dall’essere palestra di vita. Certamente non prepara più alla vita. E sì, perché la vita, quella vera, è fatta di competizione, di valutazioni, di sfide. Il mondo del lavoro è interamente basato su sistemi di selezione e valutazione iniziali ed in itinere. All’ansia della produttività bisogna essere allenati, non ci si può certamente improvvisare.

E poi mi chiedo come in una società in cui la valutazione è cosa ordinaria come la scuola possa rinviare i processi valutativi. Troviamo perfettamente naturale valutare i servizi offerti in un ristorante, l’assistenza fornita da un call center, i servizi erogati dalla pubblica amministrazione. Tutto è valutabile. Tutti siamo valutati. Continuamente.

E allora perché la scuola dovrebbe astenersi dal valutare? La scuola, attraverso i sistemi di valutazione, ha il dovere di aiutare gli studenti a comprendere le proprie potenzialità, di accompagnarli ad accettare i propri limiti. A scuola gli studenti devono imparare a cadere, a rialzarsi, a rimboccarsi le maniche, ad accogliere nuove sfide. Non c’è un altro luogo dove possono imparare tutto questo, perché se la scuola fallisce il loro futuro, là fuori nel mondo reale, non sarà facile, possibile, sopportabile. I voti in questo articolato processo non dovrebbero essere il fine ultimo del percorso scolastico, ma solo strumenti, indubbiamente importanti per alimentare consapevolezza e spirito critico.

E allora se vostro figlio domani tornerà a casa con un “Malissimo e firma” fate i genitori: richiamatelo, fategli comprendere cosa ha sbagliato, asciugategli le lacrime e incoraggiatelo ad andare avanti. Spiegategli che nella vita non conta quante volte cadi, ma se sei in grado di rialzarti. E che ciò che veramente conta, alla fine, è saper camminare, anche a passi incerti, da solo sulle proprie gambe.

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