Fondato a Racalmuto nel 1980

“E’ più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del capitalismo”

A proposito del Manifesto e del cambio di direzione

Alfonso Maurizio Iacono

Con le dimissioni di Norma Rangeri, e con lei, di Tommaso Di Francesco, si è chiuso un ciclo, quello della seconda generazione del Manifesto, la mia. Norma e Francesco hanno tenuto per ben 14 anni, un record, garantendo una presenza e una continuità che non erano per niente scontate. Desidero ringraziare Norma e Tommaso e ciò tanto più in quanto non mi sono sempre ritrovato nelle posizioni del giornale. Ma questo fa parte di una normale dialettica. Tra le altre cose, non riesco a provare entusiasmo per Elly Schlein fondamentalmente per la sua posizione sulla guerra. Voler conciliare la linea della Nato con quella di Papa Francesco è, a mio parere, un esercizio intellettuale piuttosto avventuroso e troppo ammiccante. Comprendo e condivido l’urgenza dell’unità a sinistra, che il giornale considera giustamente un valore primario, ma spero che la mia generazione stia facendo un passo che la prima generazione, quella di Pintor e Rossanda, pur tra enormi e straordinari meriti, non ha saputo fare, il lasciare spazio a chi arriva dopo, come la madre di Winnicott che lascia spazio al suo bambino standogli accanto ma senza sovrapporglisi è un po’ come Luciana Castellina ha fatto in questi ultimi anni.

Certo, alla terza generazione chiederei di guardare oltre l’orizzonte, oggi così ristretto, di un mondo dove, per citare Mark Fisher, è più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del capitalismo. La sinistra è finita ed è finita ormai da tempo e non certo perché la destra avanza e vince alle elezioni, ma perché ha del tutto smarrito la speranza e affossato il desiderio di nuovi mondi possibili. E’ finita perché, in modo (non troppo) inconfessato, predilige il conformismo e l’omologazione piuttosto che l’eguaglianza, la competition piuttosto che la cooperazione, perché, in nome di un realismo che qualcuno confonde con la politica, ha smesso di immaginare. E’ finita perché subisce il presente senza più saperlo connettere con il passato e con il futuro. Dunque la sinistra è finita? Allora perché sprecarsi? Perché è solo con il senso della fine di una storia che si può ricominciare guardando in avanti e poi riconsiderando quella stessa storia per riappropriarsene in modo nuovo. E’ il modo migliore per salvare una continuità e un’eredità. Non si tratta di scavare. Tutto è già alla superficie. Come ha scritto Paul Valéry, “ciò che nell’uomo vi è di più profondo è la pelle, nella misura in cui egli si conosce”. E’ già tutto qui. E’ nel bisogno di eguaglianza che si soddisfa la voglia di diversità. Mi piacerebbe che in questo senso il Manifesto mantenesse la sua identità, caratterizzata dal senso critico, come qualcosa che resta tale proprio in quanto cambia.

Norma nell’editoriale in cui annuncia le dimissioni fa riferimento al pensiero critico come punto di distinzione del Manifesto, quasi forse un passaggio dal “quotidiano comunista”, al “quotidiano del pensiero critico”, anche se per me le due cose non sono affatto incompatibili. Anzi esprimono forse la storia del Manifesto con e nonostante le sue divisioni e lacerazioni negli anni. Toccherà, presumo alla terza generazione prendere in mano le cose e riconoscere che, se le possono prendere in mano, qualcuno gliele ha potuto dare.

Auguri al nuovo direttore Andrea Fabozzi e alle vicedirettrici Micaela Bonci e Chiara Cruciati.

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Prof. Alfonso Maurizio Iacono
Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere
Università di Pisa

 

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