Fondato a Racalmuto nel 1980

Verso Agrigento

Tante ore di treno per poi intuire l’eterno

Alfonso Maurizio Iacono

Era meglio prendere un treno per Roma e poi, una volta arrivati alla Stazione Termini, cercare un posto sul Roma-Palermo e poi, una volta lì, scendere a Termini Imerese e aspettare la coincidenza per Agrigento. Il viaggio era lungo, circa 24 (ventiquattro) ore, se andava bene, se non c’erano ritardi e se si azzeccavano i treni di corrispondenza. Le stazioni sono luoghi d’Italia, o forse lo erano prima che diventassero dei supermercati. I viaggi in treno attraversavano paesaggi i più disparati, da Torino e Milano a Napoli e da Napoli a Reggio Calabria e da Reggio Calabria a Palermo, Catania, Siracusa, Agrigento, Ragusa, Trapani.

Era il 23 dicembre di….un bel po’ di anni fa. Ultimo giorno per tornare a casa dopo l’università, le lezioni, gli esami, le assemblee, le lotte. No, non conveniva aspettare a Pisa il Treno del Sole perché arrivava sul far della notte ed era già strapieno. Talvolta non riuscivi nemmeno a salire e quando ci riuscivi, rischiavi di fartela in piedi anche fino a Paola se non a Messina. Mi è capitato di dormire appoggiato sul finestrino con accanto un bambino steso su una valigia, ma questo in estate. D’inverno era diverso. Cambiare a Roma significava avere più possibilità di stare almeno seduti. C’era una ragione. A Termini allora si potevano assaltare i vagoni e salirvi sopra mentre erano in movimento e lentamente si avvicinavano alla testa dei binari. Eravamo un po’ tutti organizzati. Qualcuno saltava sul vagone, qualcun altro faceva la guardia alle valigie e ai bambini. Era una guerra. Aprire le porte e buttarsi sugli scompartimenti, aprire i finestrini e caricare i bagagli. Intanto, nell’attesa, rifornirsi di supply e crocchette e di acqua. Ma prima di arrivare a Roma, le coste toscane, dopo Livorno, tra Calafuria e Castiglioncello. Un tuffo al cuore. Il mare immenso che anticipava quell’altro mare, il Mediterraneo.

Quel 23 dicembre, a Termini, organizzammo, come di consueto, l’assalto al vagone. Riuscimmo a trovare uno scompartimento vuoto e ci disponemmo rilassati noi e una famiglia di emigrati che veniva da Amburgo. E’ incredibile come si solidarizzi nei viaggi così lunghi. Ciascuno si racconta e ascolta. Il cibo si divide tra tutti e in un velo di un’umanità che vuole vivere e uno sbadiglio di sonno che non si può soddisfare, si va verso casa. Ma quel giorno, quando ci fermammo a Napoli, scoprimmo che il nostro vagone era stato prenotato da una comitiva che era pronta a salire. Arrivano i ferrovieri, ma noi ci rifiutammo di alzarci e di spostarci. Chiedemmo un altro vagone. Non c’era, ci dissero. Arrivarono i poliziotti e noi eleggemmo seduta stante una delegazione per negoziare. Finalmente ottenemmo il vagone, lasciammo il nostro alla comitiva e ci spostammo nel nuovo. Come Dio volle, partimmo con tre ore di ritardo, ma partimmo. Ci aspettavano ore e ore di viaggio, l’intera notte e oltre. Un tempo che non passa mai. Tra il sonnecchiare e il fumare, il buio oltre i finestrini scorreva sempre uguale a se stesso, segnato qua e là da luci che apparivano e sparivano all’istante, almeno fino a quando il treno non passò sopra la costa salernitana, che lascia senza fiato anche di notte. E poi Battipaglia, Lagonegro, le Calabrie che non finiscono mai. Qualcuno furtivamente e silenziosamente, nel pieno della notte, scese a Paola, a Lamezia, a Tropea. Studenti e emigrati che vivevano molto più vicini di noi. Alla fine arrivammo a Villa S. Giovanni. Si vedevano le luci di Messina. Il traghetto. Lentamente i vagoni si scomponevano e si ricomponevano per entrare nella nave. Alla fine, a turno scendemmo dal treno per un caffè. In un battibaleno entrammo nel porto di Messina e mentre si faceva giorno, la luce cambiò. O almeno mi parve, ma accadeva tutte le volte, che la luce non era più la stessa. E nemmeno il vento. E neanche l’aria. Sarà vero? Sarò io che me l’immagino? Che importanza ha! Comunque sia, sentii l’aria di casa, anche se casa mia era ancora a quasi 300 km. E poi tutto si rallentò. I treni rallentarono, la mente rallentò. L’importanza delle cose cominciò a cambiare. A Termini Imerese, un po’ prima di Palermo, cambiai treno. E il mondo rallentò ancora di più. Il momento dell’arrivo si allungava e si allontanava sempre più e ogni piccola stazione era una stanca sofferenza di attesa.

Ma poi è davvero così importante essere veloci? Non saprei. Una volta andai a prendere una mia amica e, come di solito si fa (si faceva?) in Sicilia, corsi fino a Enna per accorciarle lo stillicidio del viaggio lento, ma il treno era in ritardo e allora, come mi consigliarono di fare, andai a Dittaino, una stazione nel deserto dell’entroterra. Quando vi giunsi vidi una grande tavola imbandita e i ferrovieri con le loro famiglie che mangiavano pesce appena preso a Catania e bevevano. Non appena mi videro, mi accolsero festosamente e mi obbligarono simpaticamente a mangiare con loro. Il treno era in ritardo ma nessuno se ne preoccupava, anzi. Finalmente venne comunicato che l’automotrice stava arrivando. In pochi secondi sparirono piatti, stoviglie e tavola. Inspiegabilmente la mia amica scese spontaneamente e quando, sorpreso le chiesi come faceva a sapere che l’aspettavo lì, mi disse che i passeggeri l’avevano previsto.

Ma torniamo al mio viaggio del 23 dicembre. Arrivai dopo circa 33 (trentatre) ore di viaggio. All’uscita dalla stazione li vidi. Erano lì con noncuranza, sicuri di sé, sereni, maestosi e semplici a un tempo. La luce e il mare. E mi sentii un niente. Un niente felice. Nonostante la stanchezza andai al Viale, là dov’ero nato e avevo vissuto infiniti tramonti, tra gli alberi e una inesauribile terrazza che si affaccia sul Mediterraneo. Là dove lo scempio che hanno fatto gli umani, ed è stato enorme, non è riuscito se non a sfiorare quell’immenso spazio fatto di giallo e di verde che degrada verso i templi e poi giù verso il mare. Il tempio di Era Lacinia, quello della Concordia, quello di Ercole e poi, un po’ più in là, le Tre Colonne, opere fatte di tufo arenario, una materia che cambia colore mentre accompagna il lento movimento del sole e ti dà quel rosso che è quasi giallo e quel giallo che è quasi rosso in un impercettibile movimento che è la danza del giorno. Mattino, pomeriggio, sera e note si susseguono senza inseguirsi e quando è piena, la luna va mettersi accanto al tempio, di lato, un po’ più in alto, ma non troppo e con la sua luce offre una morbidezza che al sole di giorno è preclusa. Perché il sole, specie quando tramonta, brucia la terra e la fa diventare rossa e così comincia la sinfonia dei colori, il rosso, l’azzurro, il verde nelle loro infinite varianti che annunciano la sera e con essa la luna.
Non è un luogo, né uno spazio, né un paesaggio. Semplicemente è e si muove come tutto ciò che contiene la vita e la conserva nel tempo lungo dei secoli e dei millenni.

Il viaggio era finito. E poi finì pure l’incanto. La stanchezza si fece sentire e con essa il caos del traffico e dell’insensato proliferare di palazzi messi lì disordinatamente, senza marciapiedi e con le strade dissestate. Sì, il viaggio era finito.

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Questo racconto è stato pubblicato sul numero 234 (128 nuova serie) del

Grandevetro

anno XLI, inverno 2017

 

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