Fondato a Racalmuto nel 1980

L’accelerato

Quando un treno che va sui binari diventa un ricordo, una storia, un sogno

Alfonso Maurizio Iacono

Doveva essere uno di quei treni che allora si chiamavano accelerati. In realtà non erano poi tanto accelerati, anzi erano quelli che si fermavano a tutte le stazioni. Era primavera avanzata. Luce e caldo lambivano la pelle e niente era lontano. Mio padre ed io salimmo sul vagone postale. Una parete del vagone era tutto ricoperto da caselle quadrate, come quelle che stanno alle spalle del portiere di un albergo, ma erano più grandi. Un uomo, che mio padre ben conosceva, stava lì a mettere, ora qua ora là, lettere e piccoli pacchi. Proprio come si faceva in un ufficio postale. Ed io lo sapevo bene. In un ufficio postale ci ero cresciuto. Mio padre e mia madre lavoravano lì. Grembiule nero, timbri, inchiosto. Ho ancora la fotografia di mia madre allo sportello, impiegata addetta alle pensioni, con aria felice. E ancora più felice lo era quando una volta all’anno, di febbraio, durante la Festa del Mandorlo in Fiore, vendeva francobolli da una finestra di un bus delle Poste che sostava in mezzo alla Valle dei Templi, nei pressi del Tempio della Concordia, in  mezzo a un mare di gente che vedeva danzare i gruppi in costume provenienti da tutto il mondo. Il vagone postale viaggiava lentamente, trainato da una locomotiva a vapore, una 740. Questo numero per molti non ha alcun significato, ma non per me. Era la locomotiva che vedevo passare dalla terrazza dei miei nonni. Trainava pochi vagoni e uno di essi andava a Roma.  A quel tempo vi erano questi treni, detti a composizione minima, fatti solitamente di una locomotiva, un vagone postale, un vagone cento porte oppure Corbellini, con sedili di legno. Fermavano a tutte le stazioni e a ogni fermata sostavano un tempo, per me che volevo farmi accompagnare dal vento e da fumo, sempre troppo lungo. Il portellone restava sempre aperto, ma, durante la marcia, mio padre e il suo amico non mi ci facevano avvicinare. Non so cosa avrei dato per sporgermi. Mi è rimasta in mente la luce che si affacciava dall’esterno e che portava all’interno del vagone quel colore giallo di una terra ispida e irregolare, quasi senza alberi, dove la solitudine non è mai uno stare da soli. I colori bruciati dalla luce e gli odori portati dal vento danno pienezza in un tempo lento. Distanza e vicinanza delle cose e dei pensieri si toccano, ma niente si confonde. Sorge una chiarezza di mente in un universo a rallentatore che altrove, nel mondo ansioso e angosciato, chiamerebbero impropriamente depressione, ma che qui ha il sapore pericolosamente dolce della malinconia.

Ma di ciò non potevo rendermi conto allora. Me ne rendo conto adesso che rivivo la scena e vi aggiungo quel che capii dopo di ciò che sentivo senza sapere. La memoria rafforza il ricordo stravolgendolo, ma arricchendolo del tempo che intercorre fra l’evento e il momento in cui lo si ricorda. Arrivammo a Caltanissetta. Andammo a casa di un amico di mio padre. Mangiai la pasta e fui colpito da una casetta appesa al muro con due omini che stavano alla porta. Era una casetta che segnava la temperatura grazie al movimento degli omini che, girando lentamente, entravano e uscivano. Mi parve bellissima. Poi mi sporsi alla finestra che dava proprio sul deposito locomotive della stazione centrale. Vidi un mondo! Binari, locomotive, fumo, carbone, piattaforma girevole (quella dove giravano le locomotive a vapore per metterle con il verso giusto). Mi accorsi che una locomotiva aveva un tender diverso da quelli che avevo visto sino ad allora. Cos’è un tender? E’ il carro che una locomitiva a vapore si porta attaccato dietro contenente acqua, carbone e attrezzi, cioè le scorte necessare per potersi muovere e viaggiare. I tender che avevo visto finora alla stazione di Agrigento erano a tre assi e con le ruote piene. Questo era più grande, a quattro assi e con le ruote a raggi. All’inizio non mi piacque. Amavo i tender a tre assi perché avevano una scaletta grazie alla quale vi si poteva salire sopra. Un carro che è fatto per muoversi e che ha la scaletta come se non si dovesse muovere. Ero attratto dai gradini, predellini, mancorrenti, scalette, respingenti  di locomotive e vagoni. E poi le ruote del tender, cosiddette a bandiera, cioè piene, facevano corrispondenza con le ruote delle carrozze, dei bagagliai, dei carri. I treni erano per me la perfetta conciliazione tra il cerchio e il quadrato, tra il diverso e l’omogeneo, tra il movimento e le regole. Che altro sono i binari se non delle regole entro cui i treni si muovono? Ma io tutto questo non lo sapevo. I treni mi piacevano e basta.

Quel viaggio lo feci con mio padre. Per un lungo periodo credetti di averlo sognato. Un giorno gli chiesi se era vero che avevamo fatto quel viaggio ed egli me lo confermò, dicendomi che avevo a quel tempo circa due anni. No! Forse si sbagliava, forse ne avevo quattro! Come era possibile che mi ricordassi di quel viaggio e soprattutto di alcuni momenti di esso, il vagone postale, l’uomo che vi lavorava, il portello aperto mentre si era in marcia, la locomotiva a Caltanissetta, la piccola casa-barometro? Non era dunque un sogno. O forse lo era diventato con il tempo, con la memoria, con il ricordo. Cominciò con il diventare uno di quei pensieri felici di cui parla Peter Pan, uno di quei pensieri che spero mi saranno vicino quando il mio tempo finirà. Quando fui un bambino un po’ più grande, nel pomeriggio scappavo di casa per andare alla stazione a vedere il treno arrivare e poi la locomotiva rifornirsi d’acqua e di carbone, girare sulla piattaforma e infine andare a collocarsi e a riposarsi nella rimessa. Le prime volte mia madre e mia nonna si preoccupavano. Poi capirono e così pure i miei amici di sempre, quelli della piazzetta, dove passavo tutto il tempo che potevo. Lo capirono i miei amici e mi protessero. Tutti sapevano che nel primo pomeriggio sparivo e tutti sapevano che mi avrebbero trovato alla stazione. Ma nessuno parlava, nessuno derideva quella stranezza. Era stata accettata. Sarò sempre grato alla piazzetta per avermi compreso senza fare commenti e senza avermi preso in giro.

Con il passare degli anni quel viaggio mi apparve come il rapporto tra me e mio padre, il quale mi guardava e mi vegliava con la coda dell’occhio, ma mi lasciava fare mentre sentivo la sua presenza e nello stesso tempo la mia libertà, come un treno che va sui binari e che diventa un ricordo, una storia, un sogno. La mia fiaba che da bambino racconto a me stesso ormai adulto.

_________________________

in Favolare, a cura di A. Casini e G. Vannozzi, MdS, Pisa 2015, pp. 92-96.

Prof. Alfonso Maurizio Iacono
Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere
Università di Pisa

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