Fondato a Racalmuto nel 1980

Se inciampi su qualcosa che pensavi di avere rimosso

Nostalgia-Gratitudine. Gente di Fotografia, l’editoriale di Franco Carlisi

Franco Carlisi

Succede di inciampare nel buio, anche all’interno della nostra geografia domestica e ci si chiede, sollevandoci da ogni responsabilità, come sia stato possibile. Chi, tra gli affetti più cari, può avere ordito una rivoluzione degli spazi, senza prevedere il rischio di infliggerti il dolore che stai provando?  E la domanda rimane a lampeggiare nel buio finché non facciamo luce e ci rendiamo conto che ciò che ha attentato al nostro stinco è sempre stato lì, incredibilmente, dove lo vediamo, indifferente ai meccanismi automatici della nostra quotidianità.

Succede anche nella vita, nella nostra geografia sentimentale, di inciampare su qualcosa che pensavamo di aver rimosso, superato ma che d’un tratto ci appare presente e vivo. Si può rimanerne turbati oppure confortati, in ogni caso grati per questo ritorno inatteso. È il dettaglio di cui Recalcati ricorda la distinzione dal frammento: «Il dettaglio non è il frammento vincolato al ricordo, ma ciò che condensa misteriosamente un intero mondo in un singolo tratto» (M. Recalcati, La luce delle stelle morte, Feltrinelli, Milano 2022, p.116). È il dettaglio che dà forma alla nostalgia-gratitudine, «un’illuminazione che non rattrista la vita – non ha nulla a che fare con la coazione a ricordare il passato che affligge il melanconico –, ma appare come una vera e propria visitazione del passato che ridona alla vita un senso nuovo» (Ivi, p. 103).

È così che la fotografia mi consente di dilatare la vita. Di fronte a una fotografia quel modo oscuro, per lo più inconscio, con cui il nostro passato continua ad abitarci, ci appare spesso più chiaro, più familiare. Ci sorprendiamo vedendo vivere a un altro i nostri sentimenti più segreti, gli ideali non tramontati, le passioni soffocate ma ancora vivide sotto la cenere e ci riconosciamo nell’altro come in uno specchio. Riconosciamo quell’uomo che avremmo voluto essere e che non siamo stati. Che torneremo a non essere.

Su questo rapporto privilegiato che la fotografia intrattiene con il nostro vissuto e con la temporalità si incardina la sua intrinseca nostalgia-gratitudine e costituisce premessa categoriale per una possibile emozione estetica.

L’occasione di tornare a ribadire queste minime considerazioni – ma per me centrali nel discorso sulla fotografia – mi viene data dal ritrovamento casuale di centinaia di lastre fotografiche di vetro in un palazzo non molto distante da casa mia. Dissepolti dal sottoscala polveroso dove erano stati dimenticati in una cassa di legno per oltre mezzo secolo, centinaia di visi si affollano in controluce attorno al mio stupore, cristallizzati nel rigore della posa ma di clandestina vitalità. Le immagini sono di una fotografa che ha operato nella terra di Pirandello e di Sciascia nei primi tre quarti del secolo scorso: la signorina Buscarino. Si tratta, prevalentemente, di ritratti realizzati in studio alla maniera di Nadar sfruttando la luce complice proveniente da una grande finestra e gli accessori tipici di quel tempo. Non mi soffermo sulla ricchezza di informazioni di carattere antropologico, sociologico, etnologico e sugli atteggiamenti e le modalità mimico-espressive dei quali le foto portano testimonianza. Il blocco di maggiore interesse per me, la serie più segreta e intrigante riguarda gli autoritratti della fotografa e i numerosi ritratti di un uomo, sempre lo stesso. La mia passione per le storie perse mi porta a volerne sapere di più.

Figlia della piccolissima borghesia girgentana, la signorina Buscarino cresce e si fa donna durante il ventennio fascista. Di indole trepida e ardente, credette alle promesse di amore immortale scambiate dentro una camera oscura con un baldo giovane fascista del luogo. L’esiguo percorso di studi e il senso di abnegazione di donna del suo tempo fecero il resto: cominciò a credere ai miti più vigorosi del mussolinismo mentre davanti al suo obiettivo passavano in rassegna i visi di una Sicilia che pagava in termini di ristagno, disoccupazione e miseria, oltre che di libertà, l’adesione al fascismo. A nulla valsero però il bell’aspetto della Buscarino e la sua ancora discreta posizione economica, alla fine della guerra il suo amante fascista scomparve, dileguandosi in un’altra vita. Qualcuno disse che fosse stato ucciso, altri dissero ch’era scappato in Sudamerica. Di lui rimangono diverse decine di lastre fotografiche: il “residuo” di un amore che aveva barato.

La signorina Buscarino, infatti, non distrusse quelle lastre. Forse per avere ancora la possibilità di immergersi in quel mondo che s’era inabissato insieme all’amore perduto e sentire ancora, in qualche modo, l’antico afrore degli incontri in camera oscura e l’ingenua fiducia in un presente immutabile.

Negli anni a venire, da quella ferita non guarì mai, gliene rimase come una vergogna, una sorta di disprezzo per la donna che era stata. Il giudizio adulto, il risentimento civile, i rimorsi per la compromissione col fascismo, col suo amante, con una comunità che la guardava con occhio malevolo, la sprofondavano in una sorta di tetraggine penitenziale alla quale opponeva semplicemente dei sogni di alterità. E qui che avviene la svolta nella sua fotografia. In quel paesaggio desolato del day after, la signorina Buscarino, in preda allo smarrimento che lascia nell’animo di chi l’ha vissuto, la fine di un mondo che pare definitivo, si rende finalmente conto di come l’impalcatura della sua esistenza fosse ingabbiata da un limite, un limite di genere, un limite di felicità, di libertà, di ideali che non era soltanto sociale o storico ma costitutivo del suo carattere. Per troppo tempo era stata conforme a quel mondo piccolo borghese e al ruolo che le aveva chiesto di assolvere. Mentre, invece, adesso sentiva il bisogno di superare quel limite, di puntare a un distacco critico, a una presa di distanza da quelli che erano stati i suoi punti di riferimento. Dopo tanti anni di pratica fotografica, la fotografia aveva modellato la sua percezione della realtà e contribuiva adesso a spianare la strada all’astrazione dal mondo concreto.

Sicuramente suggestionata dalla stagione surrealista e dalla stessa lezione pirandelliana, la signorina Buscarino sapeva di corteggiare una fantasia ma era ormai il piacere singolare della sua vita. Cominciò a fotografarsi, per sormontare parole enormi come identità, reputazione, destino, fuori dallo studio, negli angoli più remoti della sua casa, inventandosi nuove vite, mai vissute, prese in prestito dai libri e dalle persone che aveva fotografato.

Lo stile è acerbo, compromesso dalla tecnologia di allora e dalla difficoltà a controllare la luce bassa degli interni. I risultati sono a volte di comica inquietudine e suggeriscono dolorose ironie. Altre volte sorprendono per l’improbabilità formale che organizzano: una felice mistura di mistero, equilibrio e armonia da cui nascono grazia e bellezza. Una, in particolare, mi rimane impressa negli occhi: la macchina fotografica riprende la donna dall’alto, seduta su una sedia mentre guarda nell’obiettivo. Lo sguardo è tenero, una tenerezza uguale di vento pare soffiarle tra i capelli, gli occhi sono compunti al punto tale da immaginare che mille attese di chissà cosa le fibrillassero il cuore. È questa una delle storie che la signorina Buscarino vuole vivere, una di quelle che sente più vera, perché ha finalmente trovato un nuovo posto nel mondo. E vorrebbe raccontarla alla sua gente. Invece arrivano a me le sue fotografie come i raggi di una stella spenta a illuminare questa piccola storia più maestra di tante altre scritte sugli annali. Me ne viene un rammarico come per un risarcimento insufficiente. Queste immagini avrebbero meritato una lettura meno incerta, più serena, più lontana nel tempo. Meglio allora immaginarle ancora lì, nel sottoscala a prendere polvere dietro questo portone che fiancheggio mentre stringo il guinzaglio del cane e porto in giro la mia nostalgia-gratitudine.

 

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