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Quando una scelta moderna cancella la memoria

Racalmuto: la polemica sulla realizzazione di un parco giochi davanti alla scuola elementare dove ha insegnato Sciascia apre un dibattito sulle scelte di modernizzazione dei luoghi storici di un paese. L’identità di una comunità si conserva anche con le piccole scelte

La collocazione di un piccolo parco giochi davanti ad uno dei plessi della scuola elementare “Generale Macaluso” di Racalmuto ha innescato, in questi ultimi giorni, un vespaio di polemiche sui social. Le giostre, regalate dall’Iseda al Comune di Racalmuto, sono state istallate proprio all’ingresso del complesso monumentale dell’istituto scolastico costruito tra gli anni Venti e gli anni Trenta e da sempre considerato un fiore all’occhiello dell’architettura scolastica di epoca fascista.

Niente di strano, si dirà. Un parco giochi nell’ambiente scolastico ci sta e anzi è perfino utile ai bambini. La polemica è scaturita tuttavia dalla scelta del luogo che effettivamente disturba il fascino dell’imponente struttura dalle forme armoniose e classicheggianti. Scelta fuori luogo anche per altre ragioni, poiché quella è la scuola dove ha insegnato Leonardo Sciascia negli anni Cinquanta, uno dei luoghi legati alla memoria di questo scrittore che qui, si può dire, ha iniziato la sua attività letteraria scrivendo dei suoi alunni e della sua esperienza di maestro.

Fotografi, giornalisti e registi, turisti di ogni genere hanno sempre catturato l’immagine di questi due edifici che fino ad oggi, in qualche modo, hanno mantenuto il fascino di un tempo. Una particolarità, la presenza di Sciascia in questa scuola, che la rende unica nel mondo, un luogo perciò da tutelare e conservare. È da una vita che sentiamo parlare di specificità del paese che potrebbero attrarre flussi turistici, innescare processi economici, mettere in moto tante iniziative locali. La collocazione delle giostrine davanti la porta d’ingresso dell’edificio ne cambia completamente la natura.

Bastava spostarsi di una decina di metri e tutto sarebbe stato diverso. Scivolo e altalene si potevano collocare – e ancora si può fare, visto che il cantiere è in corso – a ridosso dell’edificio che ospita la biblioteca, un tempo nato per accogliere i bambini dell’asilo nido, nello spazio finora utilizzato per parcheggiare i mezzi pubblici e la vecchia corriera. O ancora, a ridosso della palestra o ai lati di uno dei due edifici. Dieci passi avrebbero non penalizzato il valore che ha l’ingresso della scuola dove, tra l’altro, si conserva un’aula museo dedicata proprio a Sciascia.

La polemica sulla scelta di realizzare questo parco giochi in questo luogo accesa dai versi irriverenti di Giovanni Salvo e la conseguente indignazione di tanti cittadini pone una serie di interrogativi su quel che resta di una comunità piccola che sempre più perde pezzi di identità. Al di sopra delle discutibili normative che consentono di intervenire su edifici storici, dovrebbe spiccare nelle scelte di modernizzazione la sensibilità di chi opera queste scelte.

Il diritto alla memoria deve iniziare da queste piccole cose, cercando di salvare quanto più possibile l’eredità che ci viene dal passato. Vale per un nuovo parco giochi messo davanti ad una scuola che ha profonde radici storiche e letterarie, vale per la tradizione di una festa religiosa come può essere la festa del Monte, che l’anno scorso ha subìto gravi modifiche, vale se si sposta da un posto ad un altro un monumento dedicato ad un personaggio illustre.

Negli ultimi cinquant’anni – e forse anche più – Racalmuto è cambiata molto dal punto di vista estetico. Non ci sono più le fontanelle nei vari quartieri, l’asfalto ha cancellato le antiche pavimentazioni, i prospetti di chiese e palazzi non sempre realizzati felicemente. Tanti esempi in Italia ci insegnano che si può bene convivere con tradizione e modernità, e che la necessità di una memoria comunitaria è utile per vivere bene il presente e tentare di salvare il salvabile per il futuro che, per questi paesi, resta incerto se non si interviene subito per arginare la grave emorragia dello spopolamento.

Perciò l’istallazione di queste giostrine proprio davanti l’ingresso della scuola diventa la metafora di un modo di fare che, nel tempo, in parte ha distrutto molto delle bellezze del passato. Sono inutili le false celebrazioni delle nostre bellezze, mentre intanto si tagliano i servizi, non si riparano e puliscono strade, cortili e angoli storici.

Occorre nella comunità avere una consapevolezza di cosa ci hanno lasciato i nostri padri, i nostri nonni. La devono avere tutti e soprattutto chi ha ruoli importanti di guida. Ed è giusto indignarsi, così come i cittadini si sono indignati quando recentemente è stata installata un’antenna telefonica vicino l’altra scuola del paese. In quel caso ancor più grave se pensiamo ai danni alla salute. Non c’è normativa che tiene rispetto alle scelte che una comunità può o non può fare.

Bisogna andare al passo coi tempi? Giusto. Nessuno invoca la restaurazione di un mondo ormai sepolto. Ma una comunità sana può affermare un’attenzione particolare alla memoria con azioni diverse di sviluppo e crescita. Ecco perché bisogna avere conoscenza della propria storia. Se veramente vogliamo accogliere turisti, figli e nipoti dei tanti emigrati – come avverrà, pare, nei prossimi mesi e per la festa del Monte, e per questo il Comune dovrebbe iniziare ad attrezzarsi subito per evitare spiacevoli sorprese dell’ultimo minuto, coinvolgendo, come non è stato fatto in questi ultimi tre anni, più cittadini e associazioni possibili – occorre avere cura dei nostri luoghi, anche in rapporto con le persone e i legami tra i cittadini: pensare seriamente, per esempio, al ritorno del mercatino settimanale in piazza Barona, rivitalizzare le piazze del cuore antico del paese, aprire i piani bassi del castello Chiaramontano a luoghi  di svago, creare zone di traffico limitato, sostenere i circoli degli anziani prima che chiudano definitivamente.

Tanti se ne sono andati, purtroppo, dai nostri paesi. Chi resta ha l’obbligo di reagire, come sostiene il grande antropologo Vito Teti, per non far morire l’identità dei luoghi. Lo dobbiamo a noi stessi e ai bambini che stanno crescendo qui, che hanno bisogno certamente di un parco giochi vicino la scuola che frequentano, ma soprattutto hanno bisogno di esempi che insegnano a rispettare e amare i luoghi dove vivono.

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