Fondato a Racalmuto nel 1980

La Magara

Il Racconto della Domenica

Giovanni Pulci

Era una donna minuta, alta, curva su se stessa. I suoi vestiti erano perennemente di colore nero e apparentemente uguali, non andava mai in giro se non per uscire davanti casa, una piccola dimora in fondo ad un cortile senza vie di fuga. La vedevo quando si caricava addosso dal vicino capanno la fascina di legna che le serviva per cucinare e fare decotti magici, così dicevano i grandi, sapeva curare ogni male, per questo motivo la chiamavano “la Magara”, la strega.

Non la vidi mai sorridere, il suo viso scarno di colore olivastro era appena pronunciato, un grande fazzoletto scuro come il carbone la copriva in modo che non si vedessero nemmeno i capelli. Viveva in quella modesta casa da sempre, anche dopo essersi sposata e rimasta vedova subito dopo aver messo al mondo quell’unico figlio che le doveva dare sostegno alla sua vecchiaia. Il poveretto, un omone alto da poter toccare il cielo, trascorreva le sue interminabili giornate seduto davanti l’uscio, come un tappeto messo fuori per prendere aria, aveva perso la sua volontà cognitiva e la parola durante la guerra sotto un pesante bombardamento sul fronte libico, praticamente era diventato “lo scemo del villaggio”.

Lo chiamavamo “lu mutu”, il muto. Di nascosto, quando la madre stava dentro casa a preparare le sue diavolerie, lo prendevamo per mano frettolosamente trascinandolonel vicino quartiere nemico a capo del nostro agguerrito esercito di bambini per incutere paura ai nostri avversari. La sua mole, lesue grida soffocate, il picchiare violentemente i suoi possenti pugni sul petto come un temibile gorilla, faceva battere in ritirata a piè levati i nostri malintenzionati nemici, scoraggiandoli,casomai avessero avuto la voglia di invaderci in unfuturo assalto.

Eravamo molto impauriti ad avvicinarci in quel cortile, strane e raccapriccianti voci circolavano circa il suo fare, si diceva che era una donna cattiva posseduta dal demonio e che faceva largo uso di bambini, qualora si fossero avvicinati a lei, tagliandoli a pezzetti per preparare le malefiche pozioni per il diavolo. Anche la gente evitava di recarsi in quell’angusto cortile dove il sorriso e il sole l’avevano abbandonato da molto tempo.

La sassaiola nei loro confronti era inevitabile, una repulsione interna, quasi naturale, si impossessava di chi vedeva del “diverso” una minaccia, una forza invisibile ci spingeva a fare del male verso il più debole che ritenevamo differente da noi. Il nostro era un livore, non innocente, forse ancora più colmo dei grandi, o forse era la loro cattiva proiezione che noi assimilavamo; fatto sta che quella poveraccia era motivo di gioco e di sfogo dei nostri istinti barbari. Aspettavamo che uscisse fuori per rimproverarci, aggredirci o magari venirci incontro a cavallo della sua scopa, provavamo più gusto nel vederla patire, come fa il gatto col topo, l’esaltazione era ancora mille volte maggiore quando il figlio, nonostante la sua infermità mentale, sentiva il bisogno istintivo e doloroso di proteggere la madre scagliandosi su di noi come un orso ferito.

Mi sentivo male quando a tutto ciò seguivano dei sorrisi divertiti e sghignazzanti dalle bocche della gente matura, o perlomeno credevo che lo fossero, che mai presero le difese di quei disgraziati, anzi a volte ci incitavano, con la presunzione di chi avesse pagato il biglietto per vedere di diritto il finale di quel teatrino nauseabondo. Mi ero proprio stancato di fare il duro, o forse in vero non lo ero mai stato, un nodo mi saliva in gola quando vedevo la loro rabbia soffocata dalla sofferenza. Aprii istintivamente la mano dietro le mie spalle, facendo rotolare lentamente su me stesso il sasso che tenevo stretto forzatamente, senza farmi vedere, cercando in tutti i modi di dissuadere i miei compagni; ma alla fine se non facevi quello che gli altri volevano ti emarginavi inevitabilmente dal gruppo, pagandone le conseguenze come il branco con il cane solitario.

Un curioso fatto accadde all’inizio di quell’autunno che riabilitò in modo risolutivo la Magara, ma non del tutto. Una bambina con la sua giovane madre, dopo aver consumato il pranzo con erbette di campagna, furono assaliti da un malore indescrivibile con forti dolori addominali fino a perdere i sensi, tanto da sembrare morti. Non esitarono i vicinia portarla al cospetto di quella donna che fino ad un minuto prima era la serpe uscita dall’inferno, eludendo la tradizionale e sconosciuta scienza medica operata da chi aveva fatto il giuramento di Ippocrate.

Aprì la porta senza esitare, i parenti nell’evidente stato di disperazione la implorarono di salvare quelle vite ormai esanimi. Fece mettere quei poveri corpi sdraiati l’uno vicino all’altro, poi alzò lo sguardo verso il cielo, disse una silenziosa e impercettibile preghiera prima di toccarle, forse propiziatoria, si capiva, la gente si aspettava un miracolo come fece Gesù con Lazzaro e non più un sortilegio di satana; ma nulla poteva essere fatto se non prima aver dato una sapiente diagnosi.

Chiese senza indugiare di cosa si fossero cibati qualche momento prima: ormai tutto era evidente per lei, la giovane madre aveva inconsapevolmente avvelenato sé e l’innocente figlioletta. Avevano ingerito quell’erba che tanto somiglia alla bontà regalata dalla natura, la mandragola. Un decotto e altri intrugli furono propinati prontamente alle due sventurate, che istanti dopo ripresero quel roseo colore che dona la vita.

Il cortile nei giorni seguenti si trasformò in un santuario all’aperto, con immagini sacre, preghiere, fiori e tanto altro che facesse ricordare il miracolo, cosa che fu malgradita dall’artefice del presunto fenomeno soprannaturale; ma nonostante tutto, qualcuno, tra gli infiniti e miserabili chiacchiericci, ancora diffidava:

«La strega opera certamente per volere del diavolo per impadronirsi delle anime», dicevano.

Anche mia madre ne era convinta, fino a quando un maledetto giorno non riuscii a riaprire il mio occhio destro, qualcosa si spingeva dentro il bulbo, un corpuscolo estraneo spinto ancor più dallo strofinio della mia stessa mano che cercava quel sollievo che non arrivava, piuttosto peggiorai il mio stato rimanendo con l’oculare occluso come un pirata per alcuni svariati giorni.

Nulla poterono quelle goccine da stillare tre volte al giorno prescritte dal medico di famiglia, non c’era altro da fare, bisognava capitolare e rivolgerci alla “strega” al più presto. Ci vide, mentre stavamo per imboccare il cortile, disse a mia madre, che stava spiegando cosa fosse accaduto, di entrare senza dire nulla. La stanza era scura, la poca luce filtrava dallo sportello in alto della porta d’ingresso, appena sotto la fascia nera in stoffa, che celebrava il lutto perenne in quella casa per aver perso il proprio caro.

Il fastidio che avevo addosso poco mi permetteva di guardare intorno, ero molto impaurito, ma vidi quanto poteva bastare per capire che si trattava non di una strega ma di una innocua anziana: aveva sulle pareti diverse cornici di varie misure scomposte, con immagini dei cari defunti sovrastate da quelle di Gesù e della Madonna. Sul comò e sull’alto comodino, dei ceri e bianche candele accese illuminavano la vicina testata del suo letto in ferro, dove una grande immagine di San Giuseppe con tante figure di santini intorno facevano da sfondo.

Strinsi forte mia madre attaccandomi a lei come una patella sulla roccia. Mi fece sedere, portò la mano in alto sopra il mio capo, la roteò adagio, poggiando il palmo calloso e segnato sui miei capelli color pece, con un gesto lento e rassicurante, quasi a far cadere la mia paura nel sonno. Mi sentivo come se una campana si fosse calata su di me. I suoi movimenti naturali svelavano un rito di antica medicina sopravvissuta grazie alla tradizione, un misto di sacro e profano. Allentai la presa della mano che stava stritolando la vita a quella che me la diede.

La Magara avvicinò il suo volto al mio, quasi a sfiorarmi, sentivo il suo fiato molto vicino, guardò con molta cura il mio occhio prima di aprirlo con le sue lunghe dita che sembravano stecche: un soffio, una spilla da balia e la sua logora fede d’oro diedero per magia luce e sollievo al mio tormento.

La mia sofferenza smise di essere tale quando tolse quell’invisibile pagliuzza, rendendo alla mia vista, oltre i colori, la possibilità di “vederla dentro”. Vidi per la prima volta, in quella che credevamo una strega che turbava la quiete dei bambini e dei vicini, una povera donna sfortunata, sola, con un peso sul cuore, ma di ineguagliabile sentimento. La repulsione nei suoi confronti la ricambiava con le emozioni che uscivano dalla saggezza, dalle sue capacità uniche e dalla profondità delle sue doti, ma con una grande amarezza interna.

Il suo incomprensibile e silente grido di aiuto, muto come il figlio, inascoltato dall’indifferenza della gente, faceva di lei una malvagia che mai nessuno avrebbe voluto al proprio fianco. Una donna triste, debole, segnata dal dolore e dalla solitudine, succube del pregiudizio e dell’ignoranza dei propri compaesani, ignari della remota possibilità di poter fare uso del buonsenso.

Colpevole di vivere una condizione che mai aveva scelto, con una condanna pesante come un macigno, perpetrata da giudici avventati divorati dalla superstizione, che riabilitarono la sua coscienza con formula piena sol per averne tratto vilmente dei profitti, ma con la persistente diffidenza che resiste anche all’evidenza.

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Racconto terzo classificato alla VI Edizione del Concorso letterario nazionale “Raccontami, o Musa…”, bandito dalla Associazione culturale Musamusìa di Licata, presieduta da Lorenzo Alario, in collaborazione con la testata giornalistica online Malgradotuttoweb. Direttrice artistica del Concorso letterario la prof.ssa Angela Mancuso. Presidente di giuria Raimondo Moncada.

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