Fondato a Racalmuto nel 1980

La mia sfida

Il Racconto della Domenica

Maria Grazia Alia

Il mio nome era Neha e anch’io cercavo il mio posto nel mondo. Amavo molto la vita, aiutare gli altri, gli animali, il sole caldo che baciava le mie guance, il cielo stellato. Tutti quelli che mi apprezzavano asserivano che ero unica, che i miei occhi vivaci e profondi parlavano di sentimenti belli, di pensieri leggeri e liberi, senza fardelli sul cuore. Vivevo in un piccolo villaggio del distretto di Deoria, una delle regioni più arretrate dell’Uttar Pradesch. Una come me, uno spirito libero, qui si nota subita ed è guardata con diffidenza e disprezzo. Qui, in questa realtà poco incline al cambiamento culturale, per essere ben viste occorre conformarsi, sottostare a tradizioni ultraconservatrici, subire severe restrizioni, contare meno che niente, non avere libertà di opinione, non alzare la testa quando ti dicono che una donna vale poco e che il suo posto è a casa, a compiacere e servire il marito e crescere una nidiata di bambini. Ma a me questo non importava e non mi è mai importato; anche se mi chiamavano“la ribelle”, anche se volava qualche schiaffo da parte dei nonni paterni quando mi ribellavo e non tolleravo le ingiustizie, io andavo avanti ferma nelle mie convinzioni. Sebbene mi urlassero contro che non valevo nulla e che i miei sogni non mi avrebbero sfamata, la mia sfida contro un mondo che mi appariva anacronistico era dimostrare di valere, distinguermi per l’unicità della mia anima, per la bellezza delicata e tenace del mio essere me stessa. Così, fin da piccola, ho fatto del mio meglio per crescere libera, per cercare ciò che mi desse felicità, ciò che mi facesse sentire appagata e che mi desse emozioni. La musicami aveva molto aiutata in questo senso; lo studio e la poesia mi avevano arricchita. Le stelle, poi, che meraviglia! Ne ero affascinata. A guardarle bene, hanno tanto da insegnarci: tutte brillano di luce propria e ogni stella è unica nel condividere con altre il cielo. Ogni stella del firmamento ha le sue scintille di unicità, bagliori di luce che creano qualcosa di magico; nel loro singolo scintillio sono uniche, ma tutte insieme sanno creare bellezza. Anche l’uomo, ogni uomo ha la sua peculiarità nel condividere con altri il mondo. Ogni singolo essere umano conta e deve essere libero di mostrare il meglio di sé, il suo intimo più vero, la sua essenza; questo mostrarsi agli altri è libertà, è essere liberi insieme creando armonia. Perché non potevo farlo anch’io? Essere me stessa e mostrare a testa alta le mie qualità? Molto mi veniva precluso solo perché ero una donna. Guardare il cielo punteggiato di stelle almeno era una cosa che nessuno poteva vietarmi e ogni notte la visione di quelle faville d’infinito allontanava da me i brutti pensieri, impreziosiva i miei sogni e mi dava nuova tempra per proseguire il mio cammino e per sorridere, nonostante tutto, nonostante l’ostilità che alcuni nutrivano nei miei confronti.

Sorridere mi veniva naturale; alla mia età è qualcosa che tutti fanno, perché è la leggerezza della gioventù a darti forza, a rischiarare le ombre. Mia madre voleva che studiassi; probabilmente vedeva nella realizzazione dei miei sogni un affrancamento da quello stato di soggezione che ha sempre gravato sulla sua vita, una vita che per lei è stata un onere, tutt’altro che piacevole, con poche passioni da coltivare, da perseguire, una vita in cui le passioni andavano assolutamente dominate, fino a perdere, di conseguenza, la passione più importante, ovvero l’amore per la vita stessa. Ecco perché mi guardava con gioia e orgoglio quando le raccontavo della scuola, dei bei voti e le leggevo dei versi che avevo scritto sul diario. Le brillavano gli occhi, si commuoveva e poi mi abbracciava forte, come ad attingere in quell’abbraccio l’entusiasmo e il coraggio che a lei erano mancati. Nei miei sogni prendevano vita anche i suoi, sempre sopiti e mortificati.

Ogni tanto il suo sguardo s’ incupiva e mi raccomandava di non essere troppo sfrontata con gli anziani del villaggio, soprattutto con i nonni paterni, perché avevano idee molto antiquate, perché non mi avrebbero capita legati com’ erano alle tradizioni. Pure mio padre voleva che studiassi e andò a lavorare lontano affinché potessi completare il mio percorso di studi e realizzare davvero il sogno di diventare poliziotta. Mio padre e mia madre mi volevano bene, per loro ero dotata e capace, una ragazza dall’ingegno versatile, ma i nonni paterni mi guardavano con sospetto e rancore, facendo pressioni sui miei genitori per farmi lasciare gli studi. Mai! Mai e poi mai avrei assecondato le loro tradizioni troppo conservatrici, il loro modo di vedere la vita. Non mi curavo dei malumori e pensavo che prima o poi avessero capito che il mondo va avanti e che la donna deve essere libera di esprimere la propria personalità perseguendo le sue passioni e, perché no, facendo proprio anche un modo di vestire più moderno. Non ero più una bambina e quei completi femminili con lunga blusa e pantaloni larghi non mi piacevano più. Mortificavano il mio essere donna, coprendo le mie fattezze. Ero diventata una ragazza bellissima, dalle forme sinuose e dall’incedere altero, fiera nell’anima e nel portamento. I miei lunghi capelli neri raccolti in una bella coda mi davano un’aria sbarazzina e da quando avevo adottato un modo di vestire più contemporaneo, pratiche gonne longuette e vestitini leggeri, mi sentivo più giovanile, finalmente libera di esprimere la mia personalità anche con abiti più femminili, più colorati e che non celassero le mie forme. Stavo diventando una donna e dei jeans e un filo di trucco avrebbero messo in risalto ancora di più la mia femminilità. Anche se talvolta mi sentivo in bilico tra contemporaneità e tradizione, volevo essere unica ed ero fiera di mostrare ai miei coetanei che la libertà di indossare un jeans non mi avrebbe privata della dignità, di far comprendere a tutti che studiare mi avrebbe riscattata dalla miseria e dalle severe restrizioni nei confronti delle donne che, purtroppo, sono un fenomeno endemico, specie nelle zone rurali. Così comprai dei jeans e delle magliette colorate. Un tocco di rossetto rosa steso con cura sulle labbra metteva in risalto il mio incarnato. Come stavo bene! Mi piacevo e piacevo ai miei compagni. Ero in pace con me stessa, vestita come volevo io, secondo il mio gusto e con nel cuore il sogno di aiutare gli altri, di diventare poliziotta: era la sfida verso un mondo che non sentivo mio e che mi soffocava. Ero consapevole di distinguermi per la mia determinazione; il mio essere perseverante mi avrebbe senza dubbio fatta realizzare, mi avrebbe dato un posto nel mondo. Di certo non immaginavo che quei jeansfossero stati la mia condanna a morte, la condanna definitiva per una ragazzina che doveva stare al posto suo, che doveva parlare meno e accudire la casa, a sentire il nonno. La mia colpa imperdonabile fu quella di presiedere alla preghiera indossando i jeans. Il nonno mi guardò con occhi furenti, disse che non era un abbigliamento consono e mi intimò di cambiarmi. Mi rifiutai e allora lui e alcuni zii si accanirono su di me con gran violenza, con un bastone mi fracassarono la testa; tra le urla e lo sbigottimento di mia madre restai esanime a terra. Alcuni di loro si preoccuparono perché avevo macchiato con il mio sangue il tappeto. Mia madre li implorò di aiutarmi, di condurmi in ospedale, ma il taxi che fu chiamato mi portò altrove. Certo che mi difesi, cercai di farlo con tutte le mie forze, ma le loro mani erano verghe impietose e quel bastone arrivò dritto dove doveva arrivare. Dopo la denuncia di mia madre, la polizia arrestò quattro persone: il nonno, due zii e l’autista che avrebbe dovuto prestarmi soccorso accompagnandomi in ospedale, dove non arrivai mai. La polizia è certa che queste persone ebbero un ruolo attivo nell’omicidio. Mi trovarono dopo giorni, appesa a un ponte:ero immobile, le nuvole coprivano il cielo e il vento scombinava i miei capelli. Ero una giovane ragazza indiana, colpevole di volere indossare i jeans, di vestire all’occidentale, percossa e linciata a morte per una scelta coraggiosa, per la mia voglia di libertà, per l’anelito di vivere senza costrizioni: una condanna per chi la leggerezza non l’ha mai vista come una conquista. Mi chiamavo Neha, Neha Paswan, e sono morta a solo diciassette anni. Spero che il mio sacrificio possa aiutare altri, che scuoti le coscienze. Ora vivo nel vento e il lento scorrere del fiume sembra una triste nenia per i miei sogni disattesi, un addio gravoso di amarezza per gli anni che avevo ancora da vivere.

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Racconto secondo classificato ex aequo VI Edizione del Concorso letterario nazionale “Raccontami, o Musa…”, bandito dalla Associazione culturale Musamusìa di Licata, presieduta da Lorenzo Alario, in collaborazione con la testata giornalistica online Malgradotuttoweb. Direttrice artistica del Concorso letterario la prof.ssa Angela Mancuso. Presidente di giuria Raimondo Moncada.

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