Fondato a Racalmuto nel 1980

La vera bellezza è amare ed essere amati

“L’essenziale per cui la donna è porto, faro, casa, mamma, amica che nessun bisogno ha di emancipazione, ma di offrirsi a modello comportamentale di cuore e di mente nei confronti del maschio e delle altre donne”. La recensione di Tino Traina al libro di Bia Cusumano Trame Tradite, Navarra Editore.

Bia Cusumano

Ciò che rende particolarmente interessante la lettura di Trame tradite, edito da Navvarra,  è il punto di osservazione dal quale l’autrice vede vivere la vita, quel vissuto che si è fatto fabula e intreccio di sentimenti in cui ad essere compromessa è sempre e comunque la convivenza e tale rimarrebbe senza l’azione salvifica della donna, sia essa madre, moglie, amica, compagna ma, soprattutto, amante molto innamorata e sempre molto amata, quella che più di tutte, se non l’unica, può tirare fuori l’uomo dal maschio, compiendo la prima delle missioni “rinascita” come già annunciato nel risvolto della bella copertina.

Il Libro è scritto dall’alto di una convinta elevazione spirituale a cui Bia tenta di ricondurre il mondo nelle sue molteplici e complesse vicende, che non si fa mai piedistallo o cattedra ma compiaciuta, colta, saputa consapevolezza di chi intraprende una missione che si è fatta indole, nutrita fin dall’infanzia dall’ambiente intorno, inteso come persone, fatti, luoghi, rispettivamente rappresentati dal padre innanzitutto, a cui il libro è dedicato assieme ai nonni, emblemi dell’amore incondizionato, la nonna in particolare, “l’essere umano più simile a me”, dice Bia, da cui ha ricevuto il dono delle parole e di cui va orgogliosa, o dalla Villa dei Limoni, dal potente odore evocativo in cui rifugiarsi e smarrirsi nel suo mondo di parole o dallo studio del padre o dai luoghi e fatti dell’infanzia e adolescenza nella “Sicilia di scirocco e mare”.

Il padre, “radice del mio cuore” come l’autrice lo definisce, è figura dominante, in lui si raccoglie e da lui emana ogni senso di appartenenza, di bellezza, di amore, figura grande e ingrandita, emblema com’è della perfezione, da far pensare ad un complesso di Elettra non risolto,  considerando che un conflitto è presente nella primissima infanzia se la madre che avrebbe voluto avere era proprio la nonna paterna, se la figura materna è ricordata “per i singhiozzi e gli strani pianti notturni”, se le contese con la sorella erano per le attenzioni del padre, considerando il divorzio dei genitori o come, sottilmente, si può evincere dal bellissimo racconto “Micciò”, dove solo e ancora una figura femminile, la sorella Fiorenza, rispetto ai due fratelli, comprende l’importanza dell’amore per la convivenza o in modo più pregnante in “Un Filo ”, in cui si fa verità e dramma quel vuoto affettivo che riguarda la madre.

“Itaca”, è il titolo del decimo racconto e metafora di sicurezza, offerta con cure e presenza, quale è quella esclusivamente del padre, l’unico, vero, porto nella tempesta, il modello per eccellenza di “fedeltà, sincerità, appartenenza”, ed è proprio in “Itaca” che si svela stridente il rapporto tra la semplicità e normalità delle richieste da parte della donna, matrimonio, casa, figli e l’impossibilità di averle da parte di un uomo a cui è chiesto, inconsciamente, inconsapevolmente, almeno di eguagliare la figura del padre, processo fondamentale per superare l’incesto psicologico del complesso Junghiano ed elevare ad “Uomo” il maschio della specie, considerando, fra l’altro, che questo processo non richiede solo le proprie forze di volontà, ma vi intervengono forze occulte di “Destino e destinazione” per compromettere il rapporto laddove l’uomo sarebbe stato quello giusto, quali malattie, ingerenze ossessive di familiari, figlio Down, come nel caso di” Il cuore nel palmo”.

I 24 racconti che compongono il libro, fatti salvi alcuni stralci d’impronta diaristica, non sono ovviamente tutti autobiografici, ma in tutti c’è Bia, a cominciare dalla copertina, con quel rosso che inneggia alla vita come Bia la intende, al fuoco della passione e dell’amore, “sempre cantato nei suoi versi e racconti”, permeati come sono di quel realismo a cui si presta e da cui è tratta la propria immagine, non molto lontano da quel “Madame Bovary c’est moi” di flaubertiana memoria, immagine che mostra condivise le ferite inferte dalla vita che, per Bia, propone i suoi percorsi e una volta intrapresi sono loro stessi inesorabilmente a dirti come e dove andare, abbandonarli è un errore possibile solo se e quando si vuole sbagliare “chi ama riesce” – “chi ama resta”, l’amore non si spiega e non scorda”, “ o ami o non ami”, non è possibile perdonare, non ce n’è posto per il perdono nella trasgressione di un percorso che quando si vuole intraprendere è “per desiderio e non per dovere”, è la stessa vita che ti porta per mano a percorrerlo, tradirlo è insubordinazione alla vita, trasfigurando pertanto il tutto nel superiore interesse e coinvolgimento per cui Bia si pone come una sorta di guardiana della vita che ha come grande motore l’amore nelle sue varie espressioni, il solo capace di attivare quel compianto e compiacimento che sono le fondamenta della solidarietà, nessuna convivenza è possibile senza fedeltà all’amore. Ed è per essa che nel libro vive palpitante il senso dell’accoglienza, che è come partorire quell’incontro, quel senso che in lei è dote, patrimonio connaturato, indole, ma che più di ogni altra cosa la isola in un continuo succedersi di delusioni e disinganni, finanche con chi più profondamente l’ha conosciuta. “Sindrome della crocerossina” viene considerata la sua ansia da prestazione, quella che in lei, nuda e cruda, è visione interiore del significato cristiano di “Prossimo”, è alto senso del dovere, è “fedeltà, sincerità, appartenenza”.

Come non riconoscere Bia in Gea o in Giulia a cui manca “l’odore del padre”, o in Emma amica preziosa? Sognatrice fino alla visionarietà, sono l’amore e l’amicizia, per Bia, a subire maggiormente i durissimi colpi del tradimento che lei, tetragona, ormai o finalmente, alla sventura, alla malattia, alla calunnia, ha sempre saputo rintuzzare grazie alla poesia e alla scrittura che le hanno consentito di raggiungere quella superiorità ed eleganza con le quali accompagna alla porta quella Lara, del racconto “Ladra di vita”.

La vera bellezza è amare ed essere amati, l’essenziale per cui la donna è porto, faro, casa, mamma, amica che nessun bisogno ha di emancipazione, ma di offrirsi a modello comportamentale di cuore e di mente nei confronti del maschio e delle altre donne. Per questo non si può parlare di rottura di rapporti, ma piuttosto di mancato vero congiungimento, “amore incompiuto” per incapacità del maschio di elevarsi alla superiore visione della realtà della donna. Difficile comunque tracciare un quadro chiaro delle personalità di queste donne, perché il loro destino non è conseguenza sempre di un agire, bensì spesso di un reagire ad eventi prevalentemente esterni, quali tradimento, disinganno, invidia, gelosia, calunnia, morte di cari, o interiori come la malattia sempre presente ma spesso non creduta perché ben dissimulata.

Nel bellissimo e geniale 13° racconto, “La Poltrona”, Bia rivela il suo rapporto con la malattia, in quel “far finta di stare bene”, rischiando di non essere creduta quando invece tutte le sue fibre vivono in ribellione caotica, aggrappate a contratture dolorose, forti solo del loro dolore come martelli su chiodi, come unghie su graffi nella carne. C’è ferma in lei la volontà di non suscitare compassione, pena, pietà e in training autogeno si fa ossimoro di conciliazione tra essere e apparire. Certo è che sono donne che ”non vivono di rimpianti, vivono di desideri” e il maschio sembra un incidente di percorso e il percorso è un viale grande per una grande donna leale, corretta, fedele, passionale, esuberante, magmatica, per lui non c’è scampo: sadico, profugo, naufrago, cinico, egoista, anaffettivo, bugiardo, fedifrago, poppanti mal svezzati, incapaci di trarre insegnamento dall’esperienza, narcisisti seriali, vecchi bavosi, fino a metterne in dubbio la capacità di amare, finanche la “impeccabile professionalità” gli viene ritorta contro perché troppo spansa da non lasciare spazio ai sentimenti, per lui la punizione dell’abbandono non basta perché deve essere portato al pentimento, all’ammissione di colpa e alla disperazione per quel bene supremo perduto: la donna, quella donna. Solo così la vittoria di quella donna sarà completo risarcimento per tutte le donne.

E non teme giudizi, Bia, quando si fa sacerdotessa di quello stampo familiare in cui tutto si fa crescita nell’amore, grazie alla pluriennale intesa reciproca di quei genitori “quando ancora le mogli erano disposte ad alzarsi all’alba per i loro mariti” e questi ad essere amorevoli giornalmente con le proprie mogli.

Qui invece si tratta quasi sempre di personaggi in rapporto conflittuale con i loro genitori, o separati o assenti o possessivi, una sorta di tutto o nulla che sui figli genera instabilità, immaturità e insicurezza quale poi si riscontra nei protagonisti maschili dei racconti o di rivalsa contro questi da parte di quelli femminili come in Rita di “La torta di mele”.

L’amore ha una sua graduatoria che vede al primo posto quello per i figli, per il resto scocca quasi sempre come colpo di fulmine in chi quasi sempre proviene da pregressi naufragi sentimentali, è accolto con grande fuoco di passione, promesse, intenti quasi sempre col tempo disattesi da parte del maschio, amori che soffrono di gelosie, tradiscono e sono traditi, ma ”addio non lo dice mai” l’amore vero e rinasce da ceneri come l’araba fenice, non necessariamente migliore di prima ma rinnovato per adattamento consentito da migliori “equilibrio e serenità” conquistati dalla donna, mentre il maschio rimane “profugo” e senza coraggio sugli eventi a segnalarne l’incapacità a trarre profitto dall’esperienza.

24 racconti che si succedono come un manuale d’istruzioni per l’uso della vita, dallo stile gradevole di una scrittura fluida adattata con efficacia alle varie situazioni narrative ora lenta, ora andante, ora frenetica, con un grande campionario di personaggi, tipologie, storie, stati d’animo, problemi e soluzioni, storie spesso di vinti e meno di vincitori, dal commovente “Micciò” al geniale “La poltrona”, dall’inquietante “Rose Rosse” al tenero ricordo di Gianni Diecidue in “La memoria di Gianni”, dal coinvolgente “Il cuore nel palmo” all’interessante “Dalla stessa parte” per quel tono pirandelliano tra “Così è se vi pare” e “Sei personaggi in cerca di autore”.

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