Fondato a Racalmuto nel 1980

“Abbraccio liquido”

Il racconto della domenica

Elena Musso

La spiaggia si animò di voci e ombrelloni. Ciabatte di gomma camminarono sugli ultimi residui di un inverno inclemente e grigio, spazzandolo via. Fra le ciglia socchiuse penetrava la lunga striscia azzurra, miscuglio indistinto di marecielo. La risacca caparbia accarezzava il lembo di sabbia liscio e scuro come la pelle di una donna al sole. La salsedine lasciava tracce bianche sui corpi stesi, tatuaggio impresso da quella nuova estate arrivata così, attesa e inaspettata, paradosso di giorni in sequenza. Fermi e veloci.

Una brezza leggera attraversava la distanza fra lei e i suoi pensieri, portandoseli via poco più in là. Le ali di un gabbiano sorvolarono lo spazio su tutte quelle vite distese al sole. Troppo lontane.

I pensieri si susseguivano nella sua mente, come dati sullo schermo di un computer. Erano stati giorni pesanti come i sassi sulla battigia, levigati dall’acqua. A ogni colloquio coi dottori il suo umore aveva delle impennate di ottimismo, seguite da cadute improvvise in abissi di paura. Mesi vissuti su un ottovolante, a volte a testa in giù, a volte a braccia aperte incontro all’infinito.

Sentì una lacrima scivolarle sul viso, subito asciugata dal sole. Restò solo una sottile linea di sale, bianca, sulla sua pelle abbronzata. Le sembrò, improvvisamente, che tutto il suo dolore, le sue paure, si fossero cristallizzati in quella traccia di lacrima.

L’ultimo colloquio coi medici era stato un miscuglio di sorrisi e strette di mano che l’avevano lasciata frastornata e incredula. Le era rimasta a martellarle in testa la frase “Si riprenda la sua vita”.

Ma quale vita? Non la ricordava più la sua vita di prima e forse, non era la sua vita di prima che voleva vivere ma una nuova, che avesse le radici nella consapevolezza di esistere, di esserci.

Il caldo si era fatto insopportabile.

Provò a trovare ristoro bagnandosi in un mare calmo, appena increspato in superficie da una fila regolare di onde cadenzate, anch’esse ammansite dalla bonaccia di quel giugno che si credeva agosto. Si fece strada nella folla disordinata di bagnanti vocianti. Non appena la profondità dell’acqua glielo consentì, si tuffò e con bracciate veloci e costanti raggiunse un punto distante dalla confusione della spiaggia, dal quale il brusìo di quell’insieme disordinato di vite si confondeva col suono diluito di acqua e aria. Si lasciò andare all’abbraccio liquido che la avvolgeva e la sosteneva, regalandole la sensazione di un grembo accogliente. Ogni parte di sé si rese anima, lo sguardo appeso al turchese del lembo di cielo che la sovrastava.

Adesso era isola lambita dall’acqua, dita protese verso l’orizzonte, al di là del quale altre vite vibravano.

I suoi pensieri diventarono musica, si fecero canzone. Le orecchie, la pelle, le sue stesse ossa, corde di uno strumento perfettamente accordato.

Affiorarono sulle sue labbra le parole. …”Ma basta ‘na jurnata ‘e sole pe’ poté cantà”…

Già, bastava davvero tutto quel sole e tutto quel mare per sentirsi ancora viva, ancora parte dell’universo.

I giorni di angoscia, i corridoi dell’ospedale, le attese appese allo squillo di un telefono, improvvisamente, staccarono le unghie adunche dalla sua anima, scivolarono lungo la pelle nuova e liscia che ricopriva quella rinata consapevolezza di sè e sprofondarono in quel blu infinito, fino a scomparire.

Appoggiò la punta dei piedi sul fondo sabbioso, morbido come velluto. La spiaggia rumorosa e brulicante di persone alle sue spalle, gli occhi socchiusi verso il sole e l’orizzonte.

La solitudine di quel momento si trasformò in pace.

Adesso c’era.

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Racconto primo classificato alla settima edizione del Concorso letterario nazionale “Raccontami, o Musa…”, bandito dalla Associazione culturale Musamusìa di Licata, presieduta da Lorenzo Alario, in collaborazione con la testata giornalistica online Malgradotuttoweb. Direttrice artistica del Concorso letterario la prof.ssa Angela Mancuso. Presidente della giuria Raimondo Moncada

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