Fondato a Racalmuto nel 1980

“L’affresco dolente di una Sicilia difficile e tormentata”

La prefazione di Gaetano Savatteri al libro di Armando Caltagirone “Tacito Silenzio”, Salvatore Sciascia Editore. 

È l’affresco dolente di una Sicilia difficile e tormentata quello di Armando Caltagirone. C’è un delitto, c’è una ragazza uccisa, ma dietro c’è una realtà più complessa, una storia sociale e umana che apre molti interrogativi sulla colpa, sulla responsabilità, sul malinteso senso dell’amore e sulle differenze economiche che hanno segnato la storia recente di questa terra. Terra che non è semplicemente la Sicilia, ma ancor più la Sicilia interna, quella lontana dalle rotte turistiche, dai paesaggi da cartolina, quella dagli scorci spettacolari.

La Sicilia che racconta Caltagirone è una regione desolata, di fatica e di miseria, soprattutto nel tempo in cui viene fotografata e narrata. Paesi che somigliano ai nostri – e che nostri sono – ma in un’epoca distante anni-luce, ferma nei suoi vizi secolari, nelle sue deformazioni culturali. Se oggi, naturalmente, denunciamo arretratezze, malcostumi, spopolamento urbanistico e demografico, la Sicilia di Caltagirone dell’immediato secondo dopoguerra, appare popolata da ingiustizie e miserie disumane, dal duro lavoro nelle campagne e nelle miniere. Lo snodarsi degli eventi si sommano ineluttabilmente, quasi finendo per arrivare a un destino segnato.

Ispirata a fatti realmente accaduti, la narrazione monta episodi storici a parti più libere, per ricostruire – con attenzione documentarista – la natura dell’amore tra uomo e donna negli ultimi anni Quaranta del secolo scorso, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale che lasciò la Sicilia dilaniata tra fenomeni di banditismo, tensioni separatistiche, mafia risorgente, in una paesaggio sociale che sembra non accettare i nuovi fermenti che abitano una realtà riconsegnata alla democrazia e tentata da nuove aspirazioni di vita.

Armando Caltagirone

Negli anni in cui è ambientato il racconto di Armando Caltagirone, lo studioso siciliano Sebastiano Aglianò scrisse il saggio Cos’è questa Sicilia che provocò il risentimento di molti siciliani (o forse meglio dire, sicilianisti) che si sentirono offesi dalle considerazioni avanzate dal letterato, normalista e allievo di Luigi Russo. Nel capitolo del suo libro dedicato alla donna, Aglianò afferma: «La vita del siciliano si svolge attorno a due poli fissi: la roba di Mastro Don Gesualdo e l’onore di compare Alfio». E proseguendo il suo ragionamento, sostiene: «Si trovano di fronte, l’un contro l’altra armati, non l’uomo e la donna, ma il maschio e la femmina; difficilmente il giovane siciliano sa rimanere completamente sereno dinanzi all’essere dell’altro sesso; rare volte riesce ad essere sincero e cordiale». La donna siciliana, per come è stata educata, «è molte volte costretta ad essere poco coerente con se stessa e poco sincera». Frutto di un’educazione paternalistica, dice Aglianò, che impone rigide regole conformistiche e proibizionistiche alla naturalezza dei rapporti tra i sessi.

La scansione del racconto di Caltagirone tiene conto, in coerenza al tempo in cui gli eventi si svolsero e ora vengono narrati, del clima sociale dell’epoca: i desideri, le aspettative, i riflessi condizionati, le convenzioni pubbliche pesano sui comportamenti dei protagonisti costruendo vittime predestinate incapaci di sfuggire, se non drammaticamente, alla traiettoria preconfezionata.

Al fondo, c’è una società più ingiusta, meno libera, più vessatoria. Una società che produce le sue vittime per poterle divorare, per esporle alla convenienza – benevola o malevola, a seconda – del momento collettivo. Da questo affresco dolente non viene fuori nessuno completamente innocente. E nessuno veramente colpevole. Ma tutti ne escono come vittime sacrificali.

Da dicembre in libreria

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