Fondato a Racalmuto nel 1980

“I giovani la sentono vicino, per il suo coraggio e la sua determinazione”

“Io sono Rita”. Conversazione con le autrici del libro che ripercorre la storia di Rita Atria. “Rita ha fatto un percorso interiore di altissimo spessore, elaborando che la lotta alla mafia doveva partire da se stessi: dal liberarsi dalla mafia che è in noi”. 

Presentazione del libro “Io sono Rita”. Da sinistra: Nadia Furnari, Nicola Scandaliato, Bia Cusumano (direttrice artistica del festival letterario “PalmosaFest”), Graziella Proto

Ogni anno, il Calendario laico commemora i fedeli Servitori del Popolo, ma anche altre figure. A futura memoria. Tra queste quella di Rita Atria che ha lottato, da sola e in solitudine, con tutte le sue forze ed al di là di esse, la bestia nera della mafia, delinquenza sanguinaria, spietata e meschina, sommo “disonore” di ogni civile società.

Oggi, la figura di Rita è considerata – ma anche ri-considerata – portatrice di mirabile esempio di virtù sociali e civili. Ed è di Rita, della storia della sua terra e di un certo periodo delle nostre Istituzioni Repubblicane che vogliamo parlare, dialogando con Nadia Furnari e Graziella Proto, autrici, insieme a Giovanna Cucè, del libro “Io sono Rita”, edito nel 2022 per i caratteri di Marotta&Cafiero. Nadia Furnari è attivista e cofondatrice dell’Associazione Antimafie Rita Atria, Graziella Proto è stata allieva di Pippo Fava ed è direttrice de Le Siciliane, Giovanna Cucè è giornalista della RAI.

Prima di entrare nel merito del vostro lavoro pare utile richiamare il contesto, storico e geografico, in cui questa vicenda ha avuto la sua genesi, storia di un angolo della Sicilia e delle sue genti ma, per ideale estensione, storia della Sicilia

Graziella Proto: “Il paese di origine di Rita Atria è Partanna, in provincia di Trapani, nella valle del fiume Belice, un anello di strade che si snoda tra l’ultima virgola di appennino siculo che nella provincia di Trapani finisce e il fiume Belice, uno dei più importanti e ricchi dell’Isola. La valle del Belice è un pezzo di Trinacria tra le province di Palermo, Trapani e Agrigento. Alla fine degli anni ’60, la valle del Belice, allora affascinante, misteriosa e dolente è un territorio povero, brullo, nudo, senz’alberi; si viaggia in grandissimo ritardo. Moltissime le famiglie che ingoiano fame, masticano disperazione, sfruttamento, soprusi mafiosi, cattive condizioni ambientali, disoccupazione. La gente che lavorava la terra aveva bisogno di fiumi incanalati, case coloniche, scale, zappe, c’era bisogno di rimboschimento, ma non succedeva nulla. Altissimo il numero di coloro che emigravano. Grazie all’impegno dei sociologi Danilo Dolci, Lorenzo Barbera e dei loro collaboratori, dopo decine di denunce e mobilitazioni politiche per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione residente nella zona, il 27 febbraio del 1963, iniziarono i lavori di costruzione della diga Garcia, conclusasi solo a metà degli Ottanta. Nella valle del Belice degli anni ‘60/’70, la maggior parte delle case erano abusive. Case cadenti. Misere. Colori assurdi, in contrasto con i colori caratteristici delle costruzioni siciliane forti e decisi. Oppure case senza facciata, strutture di cemento che fanno bella mostra di rossi mattoni forati, case mai finite. Non c’è grazia, non c’è colore, non c’è traccia di fasto… Tranne in qualche angolo storico dei vari comuni dove resistono resti maestosi di un castello, un palazzo, una chiesa, a dimostrazione di ciò che questi territori sono stati in epoche lontane. Mentre percorri le trazzere di quella zona dell’Isola è, inoltre, possibile imbattersi nei resti di feudi di grande lignaggio, immensi casoni che nel tempo sono diventati rifugi di umanità sopravvissuta e disperata, logora e cenciosa…In questa già drammatica situazione, nella notte del 15 gennaio 1968, un forte terremoto, in pochi attimi, distrusse la quasi totalità del paese, colpendo gravemente i comuni viciniori. Il terremoto lascia una immensa palude, una distesa di fango e polvereAttraverso le immagini televisive tutta l’Italia vivrà la tragedia del terremoto e conoscerà realtà sconosciute ai più: un dolore immenso, tante storie personali tristi e particolari. Immagini di realtà che si pensava non esistessero più. Tuttavia nei reportage i narratori si fermavano a scoperchiare un mondo fatto solo di coppole e donne ammantate di scialle nero che sembravano uscite dalle tragedie greche. Immagini che resteranno per decine di anni come modello dei siciliani. Uno stereotipo. Un mondo che era in antitesi con ciò che stava succedendo in quel periodo in altre parti dell’Isola. Partanna rispetto alle politiche portate avanti da Danilo Dolci e Lorenzo Barbera non era esclusa tanto che, ad un certo punto, proprio a Partanna fu creato un altro Centro Studi nella baracca Martin Luter King. La baracca faceva parte della baraccopoli che aveva sostituito le case distrutte. A Partanna nascerà, e da lì partirà, la Marcia per la Sicilia Occidentale per la Pace e per un Nuovo Mondo. Una manifestazione immensa, guardata e seguita da tutto il mondo e che fra i manifestanti annovera Ignazio Buttitta, Carlo Levi, Peppino Impastato, Bruno Zevi, rappresentanti del movimento non violento, dirigenti del Partito comunista, ragazze e ragazzi, famiglie intere, braccianti, poeti. A Partanna non c’era solo la mafia. A Partanna si faceva cultura, si studiava il da farsi nel post terremoto, si faceva politica.

“Chi era Rita Atria, e quale è stato il suo ruolo nella lotta alla mafia

Nadia Funari:Sintetizzare la persona di Rita in poche righe è pressoché impossibile ma proverò, quantomeno, a suscitare la curiosità per chi vorrà approfondirne la storia. Partiamo dal contesto familiare: padre mafioso, fratello mafioso. La madre di Rita non è una figura che si può relegare nella banalità degli stereotipi delle tipiche donne di mafia, mogli di mafiosi. La mamma di Rita era una donna piuttosto autonoma. Sicuramente, e senza ombra di dubbio, una donna dall’atteggiamento patriarcale. Una donna contro la droga, tanto da impedire alle figlie di frequentare il fratello dopo essersi accorta che ne faceva uso. La sorella di Rita, Anna Maria, è andata via da Partanna all’età di 19 anni, si è sposata e non ha avuto una vita semplice. Rita è la prima testimone di giustizia minorenne: nel marzo del 1991, verrà affidata dal Tribunale dei Minori all’Alto Commissariato per la Lotta alla Mafia. Rita è l’unica ad aver fatto un percorso interiore di altissimo spessore, ad avere elaborato che la lotta alla mafia doveva partire da se stessi: dal liberarsi dalla mafia che è in noi”.

Gli accertamenti condurranno le Autorità a dichiarare “suicidio” il decesso di Rita Atria. Tuttavia, dalla lettura di talune pagine del suo diario, posto in calce al libro, emerge la figura di una adolescente dalle idee ben chiare, innamorata dalla vita e sospinta dall’innato dovere interiore di conquistarsi il diritto alla libertà e alla giustizia. Qual è la vostra idea in proposito?

Nadia Furnari: Su questo aspetto sono in corso degli accertamenti ma posso confermare che quanto abbiamo riscontrato e quanto sta emergendo ci portano molto lontano dall’idea suicidaria. Nella frase “Borsellino sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta” molti hanno voluto leggere un addio ma, per motivi che ancora non posso riferire, quella frase sta diventando sempre più chiara”.

Quale motivo vi ha spinto ad indagare, ad iniziare questo articolato percorso a distanza di 30 anni dalla morte di Rita, quali interrogativi restano ancora su questa vicenda?

Nadia Furnari: Le motivazioni le ho scritte all’inizio del libro, nella “Genesi”. Io ho sempre avuto la sensazione che non avevamo fatto tutto per Rita, parlo come Associazione, e quindi da una scintilla, che per me è stato un incendio, è partito tutto. Posso solo dire che non abbiamo finito. Abbiamo creato un gruppo di lavoro molto attivo e, personalmente, sto seguendo la richiesta di riapertura anche in qualità di consulente tecnico per l’Avv. Goffredo D’Antona del foro di Catania. Non posso aggiungere altro ma spero, un giorno, si possano dare nuovi riscontri e fare una edizione aggiornata del libro. Il libro è un “viaggio” delle quali abbiamo scritto le tappe a nostra conoscenza ma è passato un anno e sono stati fatti diversi passi avanti sul contesto romano.”

“Nel capitolo denominato Genesi, mi hanno colpito tre locuzioni che poi, in certo qual modo, costituiscono la cifra del vostro lavoro: <<la verità vive>>; <<antimafia retorica e antimafia spettinata>>. Che significato hanno queste espressioni?

Nadia Furnari:La Verità vive è una frase di Rita che, nella sua semplicità, esprime il senso di un impegno che va al di là delle sentenze e dei processi. L’antimafia retorica è quella che si batte sempre il petto e che della memoria fa una liturgia stanca e spesso senza nomi e cognomi, con frasi ad effetto e tanto altro … L’antimafia spettinata è una definizione della Dott.ssa Imbergamo, coniata nel ventennale dell’associazione. Voleva dare una definizione al nostro modo di fare antimafia e, guardandomi, guardandoci, … ha detto “l’antimafia spettinata”. Visto che Memoria Attiva – che avevamo coniato tanti anni prima – ormai era stata inflazionata… abbiamo pensato che antimafia spettinata potesse meglio definirci. Non è un primato verso le altre antimafie, ma solo una peculiarità del nostro agire. La spettinatura non è mai uguale a se stessa e quindi quello che faremo, un attimo dopo, potrebbe non essere così decodificabile. Poi io sono una informatica e lavorare con la crittografia è per me una passione. Insomma: siamo antimafia che “confonde” e, soprattutto, incapace di fare distinzione sui reati. I reati sono reati a prescindere da chi li commette. Poi, se a sbagliare sono rappresentanti dello Stato o della politica… allora ci arrabbiamo di più. Basta conoscere la nostra storia. Vedrete che abbiamo sempre puntato sulle mafie dell’intero sistema democratico e non su coppole e lupare… ma sulle complicità, sulle sopraffazioni, sulle militarizzazioni dei territori, sulle violazioni dei diritti umani e sociali… discorso piuttosto lungo però sintetizzabile: siamo considerati “estremisti”. Se essere estremisti significa non guardare nessuno in faccia allora siamo “estremisti”.

A questo punto della narrazione mi chiedo e vi chiedo: Io sono Rita”: perché omettere il cognome?

Graziella Proto:Non si tratta di omissione. Rita Atria non amava essere indicata come la figlia di o la sorella di: preferiva essere considerata in quanto persona e non per il suo cognome.”

Cosa rappresenta oggi Rita Atria? Qual è il senso del suo ricordo per le generazioni future?

Graziella Proto: Da anni e adesso con la uscita del libro in modo particolare tante scuole sono intitolate a Rita Atria, oppure come è successo a Catania, cambiano il nome della scuola per mettere quello della giovane testimone di giustizia. I ragazzi amano questo personaggio. È divenuto un vessillo. Una bandiera. I giovani lo sentono vicino a loro, come è giusto che sia, per ragioni anagrafiche ovviamente ma, soprattutto, per il suo coraggio, la sua determinazione e per il diario-testamento che ha lasciato e che si rivolge in modo diretto ai ragazzi, come ad esempio << la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi>> << …per eliminare tale piaga è rendere coscienti i giovani che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona…”.

                                                                                    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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