Fondato a Racalmuto nel 1980

“Non ho grandi sogni nel cassetto, dalla vita ho avuto tanto”

Conversazione a “cuore aperto” con lo scrittore e giornalista Carmelo Sardo, che quest’anno ha festeggiato i quarant’anni della sua brillante carriera. 

Carmelo Sardo al Giardino della Kolimbethra per i suoi quaranta anni di giornalismo

“Mi sono sempre sudato tutto, senza santi in paradiso. L’auspicio è che i miei figli, Chiara e Niccolò, possano farne tesoro e avere anche loro in vita questi doni”.

Il destino prova a scrivere le nostre storie, anche a nostra insaputa. Ma noi ci mettiamo pure del nostro. Come quella di Carmelo Sardo e di un incontro avvenuto a Sciacca, dopo tanti e tanti anni che non ci vedevamo. 

Mi ha voluto per leggere alcuni brani del suo ultimo libro Dove non batte il sole. Mi ha fatto contattare proprio da un amico in comune. Ha legato Sciacca al nome di un amico che la vive da un quarto di secolo, un vicino di casa di quella periferia agrigentina del Villaggio Mosè poi ritrovato nella redazione di Teleacras da cui ha preso il volo.

È stata una serata splendida, intensa, traboccante di contenuti, nell’atrio superiore del Comune di Sciacca, condotta dal giornalista Massimo D’Antoni con l’intervento dell’avvocato Daniele Cattano

E dopo quell’incontro non è finita. Carmelo mi ha fatto un grande regalo, dedicandomi il suo tempo prezioso, in una conversazione a cuore aperto, a tratti intima e per me inedita e commovente, in cui esce il ritratto completo dello scrittore, del giornalista, del figlio, del padre, dell’uomo, dell’intellettuale, dell’agrigentino visceralmente legato alla propria terra.

Un’estate in tour per l’Italia a presentare il tuo nuovo libro, Dove non batte il sole. Ci siamo incrociati nella nostra Sicilia, a Sciacca, nell’atrio superiore del Comune. Così come ci siamo incrociati altre volte per altri tuoi libri. Il primo, Vento di tramontana.

“Constatare che sono passati tredici anni dal mio esordio con Vento di tramontana e ricordare quella splendida presentazione a Siculiana a cui accenni mi fa un certo effetto: detta così, il tempo sembra davvero volare. Se poi penso che ci conosciamo da quando eravamo in pantaloncini corti, non per il caldo, ma per la tenera età, allora mi appare perfino incredibile”.

Come trovi oggi la nostra terra, la Sicilia, Agrigento, rispetto a quando quarant’anni fa hai cominciato a muovere i primi passi?

“Diversa per alcuni aspetti. Molto diversa. Oggi c’è un fermento giovanile che a quei tempi era ben più limitato dalla guerra di mafia che c’era in corso e che costringeva molti genitori a tenere i figli minorenni a casa all’imbrunire. C’erano paesi come Favara in cui ricordo che alle cinque del pomeriggio sembrava calasse il coprifuoco. Oggi, grazie al cielo, i ragazzi e le ragazze pullulano e a frotte si prendono locali, piazze, vie, scruscio. Per altre cose è peggiorata. 40 anni dopo si parla ancora di aeroporto ad Agrigento e io, ogni volta che vengo, in poco meno di un’ora in aereo atterro da Roma a Catania o a Palermo, poi però ce ne vogliono tre di autobus per raggiungere Agrigento; due di auto; e i treni…lasciamo stare”.

Dopo l’esperienza in Rai e poi a Mediaset, al TG5, a Milano e a Roma, ritorneresti a lavorare ad Agrigento?

“Dipende. Io non escludo niente. Ho sempre pensato alla pensione come a un ritorno alle origini, e dunque un ritorno a casa, quella vera, Agrigento appunto. Ma tornare per lavorare mi appare molto più complicato. Nel senso che non saprei cosa fare. Anzi, un’idea ce l’avrei: tornare per scrivere libri, quello sì. Quindi, perché no!? “

Io c’ero – stessa redazione di Teleacras, tu mio direttore – quando hai deciso negli anni Novanta di fare il grande salto, di emigrare al nord e affermandoti imponendo le tue qualità. Quanto ti è costata quella scelta? Quanto è stata dura? E se non l’avessi fatta? Se non avessi lasciato la Sicilia, cosa sarebbe oggi Carmelo in una realtà completamente mutata?

“Sono sempre stato consapevole che sia il destino a decidere le nostre vite. Un intreccio incredibile di accadimenti ti fa incontrare le persone che condizioneranno le tue scelte (c’è una bellissima poesia di Borges che si intitola Le cause a questo proposito!); nel mio caso, se non avessi conosciuto Grazia, la madre di mia figlia Chiara, che era venuta da Milano a giocare a pallavolo ad Agrigento, io credo che non sarei mai finito al Tg5 a Milano. Era più probabile che restassi a Roma, che in realtà è stata la mia prima tappa professionale, a Rai Due nel programma Cronaca in diretta. Invece era nata mia figlia, e ho lasciato la Rai per passare al Tg5, assunto da Mentana al telefono (questa è una storia incredibile!) e chiedere di andare a Milano per ragioni familiari. Poi le cose ti travolgono e certe scelte si impongono, e sono tornato a Roma, sempre al Tg5, nella sede centrale. Mi sono sempre chiesto cosa avrei fatto se non avessi lasciato la Sicilia e non saprei davvero rispondere. Confesso che a prescindere dalle ragioni familiari di cui parlavo, sarei prima o poi andato via da Agrigento, ne sono convinto”.

Cosa pensi di Agrigento capitale della cultura 2025?

“Penso che sia un giusto riconoscimento per l’offerta culturale e i progetti proposti. Ora però bisogna farsi trovare pronti. Bisogna cioè dare attuazione ai progetti che ci hanno permesso di ottenere questo lusinghiero riconoscimento. Certo, ci vorrebbe un adeguamento importante di strutture e infrastrutture, ma questo è un altro discorso. Non bisogna confondere le due cose: i problemi cronici di Agrigento non c’entrano con il riconoscimento di capitale della Cultura. Anche se non me la sento di condannare coloro che liquidano la cosa con un’equazione che potrebbe apparire populistica del tipo : ‘Come facciamo cultura con le strade che abbiamo, con la sporcizia …?’”

Perché non decolliamo? Perché siamo assaltati d’estate per le nostre miniere d’oro (il mare, l’archeologia …) e dimenticati d’inverno?

“Perché non c’è una seria offerta che possa attirare turismo anche ‘fuori stagione’ diciamo così. Ma anche perché i trasporti (torniamo sempre lì) sono quel che sono. Io che vengo sempre, anche d’inverno, e posso concedermi per questioni di lavoro solo due tre giorni liberi, faccio una fatica enorme per via degli spostamenti infelici. E poi, da decenni si parla di come far decollare il turismo ‘oltre’ alla Valle dei Templi. Rivitalizzando il magnifico centro storico, come hanno fatto città come Ragusa, Trapani, Siracusa”.

Quando hai capito che in te c’era anche lo scrittore, il letterato, oltre che il giornalista? E come lo hai coltivato?

“Guarda, io non mi sono mai sentito uno scrittore, ma uno che scrive libri. E questa cosa non mi ha mai sorpreso, non foss’altro perché ho l’abitudine di scrivere che coltivo da ragazzino, da quando scrivevo nei miei diari tutto quello che mi succedeva, la cronistoria delle mie giornate. Conservo con amore diari e agende di ogni anno, dal 1976 a oggi. Ti stupirò: se mi chiedi cosa ho fatto, chessò, il 12 ottobre del 1976, lo so, perché l’ho scritto. Ho riempito nella mia vita decine e decine di quaderni fitti di riflessioni, pensieri, scenari futuri. Era pertanto uno sbocco fisiologico prima o poi pubblicare un libro. Anzi, è accaduto molto tardi, nel 2010, quando ho pubblicato il mio romanzo d’esordio Vento di tramontana. Fare quello che faccio è stato agevolato anche dalla mia sfrenata passione per la lettura. Leggevo e leggo romanzi e saggi in gran quantità. E poi aver fatto il giornalista è stato un dono. Avevo 20 anni quando, casualmente, in seguito a un incidente stradale con il mio vespone, il destino mi ha offerto l’occasione che ha segnato tutta la mia vita: diventare un giornalista appunto. Quel giorno mi soccorse un giornalista che diventerà l’uomo del mio destino, Franco Chibbaro, che qualche tempo dopo mi ‘scoprirà’, scoprirà la mia voce, scommetterà su di me affidandomi la conduzione del telegiornale di Teleacras: un giorno di luglio del 1983 di pomeriggio feci il provino, e la sera andai in onda in diretta: ‘Questo ragazzo sfonderà’, diceva il caro Franco, persona squisita, collega strepitoso, che è mancato da poco. Non lo dimenticherò mai.

Hai dei maestri, dei punti di riferimento?

“Ho avuto, e continuo ad avere, un gran maestro, di vita, e di professione. È Giovanni Taglialavoro, storico direttore di Teleacras dei tempi gloriosi di quella tv, e da anni capo autore del programma Rai ‘Mattino uno in famiglia’. È stato lui a insegnarmi a scrivere per farsi capire da tutti. A rivelarmi piccoli grandi segreti del mestiere. A farmi ragionare su qualsiasi tema. Ad accendere e a saper utilizzare meglio il mio talento. Ancora oggi ho in dono in questa vita la sua immensa e impagabile amicizia”.

Scegli un solo tuo libro da consigliare a un lettore per conoscere, apprezzare, l’opera, la scrittura, la poetica, la sensibilità di Carmelo Sardo. E dimmi perché l’hai scelto.

“Io amo tutti i miei libri, è chiaro. Se fossi costretto a indicarne solo uno, direi senza indugi Vento di tramontana il primo. Lì c’è molto di me. Ma siccome quel romanzo ha un sequel, Per una madre vanno letti uno dopo l’altro. E saprete tutto di me”.

Ti sei dato una risposta alla presenza di così tanti grandi scrittori in Sicilia e soprattutto nella nostra provincia? Pirandello, Sciascia, Camilleri…

“Mi sono posto la domanda, non mi sono dato una sola risposta, ma tante. La Sicilia è considerata una culla di civiltà mediterranee e le varie dominazioni che ha subìto hanno forgiato i caratteri degli isolani, dando vita a una ampia tipologia di personaggi che sono finiti, per esempio, nelle grandi opere pirandelliane; che hanno poi suggerito storie strepitose di grande impatto civico a Sciascia, e popolato gli straordinari racconti di Camilleri. Ma non bisogna dimenticare molti altri grandi scrittori siciliani che hanno capito questa enorme ricchezza della nostra isola: i vari Consolo, Bufalino, Vittorini…Io credo che se fossero nati in Val d’Aosta, con tutto il rispetto per i valdostani, non avrebbero avuto tanta materia prima su cui sviluppare fantasia e scrittura. Pirandello diceva che le sue storie nascevano andando in giro per via Atenea, entrando nelle sale da barba, sentendo lite tra comari…Camilleri ha ereditato, se vogliamo questa forma di ‘ascolto’ di certa Sicilitudine. Ecco io credo che c’entrino molto la Sicilia e i siciliani se abbiamo avuto in dote il talento di così tanti scrittori nostrani”.

Che eredità ci hanno lasciato?

“Non so agli altri, a me hanno lasciato in dote una certa filosofia di vita che ancora oggi torna utile per capire il mondo e le persone. Penso al Pirandello di Vitangelo Moscarda, o dei Sei personaggi… che ci ha fatto comprendere che gli altri ci vedono ‘per come essi hanno il mondo dentro…’. Penso alle denunce sotto forma di romanzo civile di Sciascia che a quel tempo rappresentavano un’unicità e che ancora oggi ci aiutano a ragionare su temi ancora di drammatica attualità come la mafia. E Camilleri poi, che ha sdoganato un commissario che risolve i casi, presentando così una Sicilia diversa, non più stereotipata, ma capace di sganciarsi dalle logiche mafiose”.

Dopo di loro?

 “Beh, è sempre difficile rispondere a una domanda di questo tipo. Io faccio parte poi di quella categoria che sostiene che non vi siano autori bravi e autori scarsi, libri belli o libri brutti, ma che vi siano autori che piacciono e libri che piacciono. Conosco gente che detesta Camilleri; che non ama Sciascia, che non ha mai letto Pirandello (sì, almeno uno lo conosco!). Partendo dunque da questa considerazione, è difficile parlare di eredi, o di vuoto dopo di loro. Certo, la produzione letteraria nel nostro paese, e di autori siciliani in particolare, è in gran fermento, non ci manca certo cosa leggere, e ognuno troverà in altri autori, magari meno importanti, i loro Sciascia, i loro Camilleri. Per fare un esempio che mi riguarda, un mio lettore mi ha scritto qualche anno fa un messaggio privato su Facebook dicendomi che trova i miei romanzi allo stesso livello di quelli di Sciascia. Io gli ho risposto che ovviamente la cosa mi lusingava, ma ho provato a fargli capire che Sciascia è un Maestro e che io tutt’al più potrei apparire come un allievo molto modesto. Sai cosa mi ha risposto lui? Mi fa ‘sì certo, ma gliela dico tutta: a me piacciono di più i suoi romanzi rispetto a quelli del Maestro”.

Cosa leggi?

“Negli ultimi anni sono diventato molto più esigente e molto più selettivo. Intendo dire che mentre prima leggevo di tutto e giungevo fino all’ultima pagina anche di libri che mi annoiavano a morte, da qualche tempo se un libro non mi prende subito lo abbandono consapevole che io sono uno solo, che ho una sola vita, e che i libri sono così tanti che non basterebbero cento vite a leggerli tutti. Ergo, nella mia rigida selezione però non possono mancare autori per me imprescindibili. Come i sudamericani: Amado, Borges, Munoz Molina, Mutis, Scorza, Bolano. Li ho letti tutti. Oggi, delle nuove uscite, non mi perdo un McEwan, un Marias, McCarthy (purtroppo scomparso di recente). Leggo molto poco gli autori italiani (alcuni solo per documentarmi diciamo così, visto che scrivo anche io), certo non mi perdo un solo libro di Giuseppina Torregrossa e Gaetano Savatteri, e non solo perché sono miei grandi e cari amici”.

Come la lettura, lo studio cambia? Tu nei tuoi incontri porti l’esempio di ergastolani, redenti dai libri, dalla conoscenza…

“Ho incontrato e coltivo amicizie con molti detenuti, e tutti mi hanno detto la stessa cosa: ‘Se a quel tempo, quando mi sono rovinato la vita, avessi avuto la testa che ho ora, oggi non sarei qua, in galera’. E quando dicono ‘la testa che ho ora’ si riferiscono a una sola cosa: alla cultura! Può apparire banale e retorico ribadirlo, ma la cultura ci salva. Lo sa bene il mio caro amico Giuseppe Grassonelli che è entrato in carcere a 26 anni, semi analfabeta, e oggi, 30 anni e mezzo dopo ha due lauree, scrive articoli per riviste prestigiose, e ovviamente libri”.

Malerba, Giuseppe Grassonelli, un giorno uscirà dal carcere?

“Credo, e spero, di sì. Le maglie rigide dell’ergastolo ostativo, grazie alla corte Costituzionale e alla Corte europea dei diritti dell’uomo, si stanno allargando. Dopo 30 anni e passa di galera, se un uomo è cambiato, e ha dimostrato che sia cambiato, è giusto che venga restituito alla società. Lo dice la nostra Costituzione! E anche il governo in carica si è dovuto adeguare. Alcuni ergastolani ostativi hanno già ottenuto i primi permessi, e piano piano il percorso di resipiscenza che hanno avviato si concluderà con la libertà condizionale. Giuseppe è dentro a questo percorso da anni, è già stato considerato ‘cambiato’ e perfino la Procura Nazionale Antimafia ha espresso parere favorevole alla concessione di permessi per lui. Sono certo che presto lo riabbraccerò. Anzi, lo abbraccerò per la prima volta fuori dal carcere.

Hai celebrato alla Kolimbetra, a casa tua, tra familiari e amici, ben quarant’anni di attività. Quali sono stati i momenti più difficili, dolorosi, e quelli invece di svolta, di soddisfazione, di felicità?

“Quarant’anni sono davvero tanti. Se dovessi isolare il momento della mia carriera più doloroso non avrei difficoltà a indicare l’omicidio del giudice Livatino che mi ha segnato così tanto da farmi dedicare molti anni e molto lavoro a questa brutta storia al punto da scrivervi un libro molto documentato, che mi è costato sette anni di sacrifici, che si intitola Cani senza Padrone (Zolfo editore). Per quanto assurdo possa apparire, è stato proprio quel delitto a imprimere una svolta decisiva alla mia carriera, perché in quei giorni conobbi il caro David Sassoli, che era inviato del quotidiano ‘Il giorno’. Rimase a lavorare un mese ad Agrigento e si appoggiava da noi a Teleacras. Diventammo amici, e qualche anno dopo quando lui venne ingaggiato dalla Rai, mi chiamò e mi portò a Roma come inviato del suo programma Cronaca in diretta. Ma il momento di grande felicità è stato quando Enrico Mentana mi assunse al Tg5. Sono passati 25 anni, un quarto di secolo, e la mia gavetta è stata coronata con il ruolo di caporedattore cronache: oggi faccio lavorare i giovani redattori, assegno loro i servizi da fare, e poi li controllo, li correggo. Del resto, 40 anni di questo lavoro a qualcosa mi saranno serviti.

Hai cominciato per un incontro del tutto fortuito con il giornalista agrigentino Franco Chibbaro. Se non avessi fatto il giornalista e poi lo scrittore?  So, perché ti ho visto nei tuoi trascorsi da artista, da componente della compagnia di teatro-musica del grande e compianto Pippo Flora…

“Io volevo fare il cantante di musical. Senza alcun dubbio. Ancora oggi canto sempre, dovunque mi trovi. Per fortuna, il destino ha voluto che mia figlia Chiara abbia realizzato i miei sogni. Lei sta facendo quello che avrei voluto fare io. Ma attenzione, sono felicissimo di aver fatto il giornalista, e di essere diventato un autore di libri”.

I geni sono geni e fanno il loro mestiere. Ti seguo mentre segui con i palpiti del padre l’attività artistica di tua figlia che, da quello che ho capito, ha fatto una scelta di vita opposta alla tua. Da Milano è scesa ad Agrigento per lavorare nel teatro. E questo è straordinario. Quindi c’è sempre una luce che si accende, una speranza?

“Guarda, quando penso a questa cosa che è successa a mia figlia mi convinco che da qualche parte qualcuno si diverta a scrivere le pagine del nostro destino. Capisci che Chiara ha fatto l’emigrante al contrario? Dalla ricca Milano si è trasferita ad Agrigento per fare attività artistica con il gruppo di quel gran genio che è Marco Savatteri. E vive incredibilmente, da sola, nella casa di periferia dove sono cresciuto io con i miei genitori che ora non ci sono più. E quest’estate mi ha detto: ‘Pa’, sono una donna felice’. E io sono felice con lei”.

Carmelo Sardo, con Raimondo Moncada a Sciacca per la presentazione del libro “Dove non batte il sole”

Chiudiamo con un tuo auspicio. Sei libero di scegliere l’oggetto…

“Non ho grandi sogni nel cassetto perché penso che dalla vita abbia avuto tanto, pur con le sofferenze di tragedie immani come quella di perdere una madre (aveva 50 anni, e io 29). Io non dimentico e non rinnego le mie origini. E ricordare da dove vengo, che mio padre era un operaio e mia madre una casalinga, mi fanno apprezzare meglio quel che ho avuto. Non ho mai trovato la tavola apparecchiata nella mia carriera. Mi sono sempre sudato tutto, sul campo. Lavorando come un mulo. Non ho pertanto grandi ambizioni da coltivare. L’auspicio è che i miei figli, Chiara e Niccolò, possano farne tesoro e avere anche loro in vita questi doni: essere felici con quel che si fa perché conquistato da soli, senza santi in paradiso e padrini in terra.

Prima di lasciarti, una domanda originale, a sorpresa. Programmi per il futuro. Stai già lavorando al tuo prossimo libro?

“Ho già pronto un nuovo romanzo. Scritto a spizzichi e bocconi lungo dieci anni. Ma non mi decido ad affidarlo a un editore perché è dirompente rispetto alle mie caratteristiche. Non c’entra la mafia, niente carcere, niente detenuti, ma un romanzo onirico, un amore delirante. Chissà, forse un giorno uscirà, forse no. Nel frattempo, sto scrivendo la storia con cui chiudo la trilogia aperta da “Vento di tramontana” e proseguita con “Per una madre”. Ma non dico altro. Spero solo di esserne all’altezza.

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